Miele di Marasca del Carso PAT

II miele cosiddetto di “marasca” deriva dal nettare di ciliegio canino o ciliegio di S. Lucia (Prunus mahaleb), arbusto che cresce tipicamente sui substrati carbonatici del Carso triestino e isontino. Per l’alto contenuto in fruttosio si mantiene liquido a lungo; si caratterizza per il colore ambrato con riflessi rossastri e un gusto amarognolo che ricorda l’aroma delle mandorle.

Dal punto di vista melissopalinologico il miele di “marasca” prodotto in regione è caratterizzato dalla presenza, oltre che di polline di Prunus mahaleb (tra il 24 e il 61%), anche di Robinia pseudoacacia, Trifolium repens gr., Prunus f., Coronilla/Hippocrepis, Ligustrum, Cotinus coggygria e Asparagus acutifolius fra le piante nettarifere, e di Fraxinux e Acer fra le piante non nettarifere.

Il miele di “marasca” viene confezionato in vasetti di vetro con tappo di latta a vite da 125 e 250 g (più raramente da 500 g).categoriaPATterritorioSi produce esclusivamente nell’area del Carso triestino e isontino.
metodo di lavorazione, conservazione e stagionatura

Le famiglie di api vengono allevate in arnie razionali di legno. In vista della raccolta del miele di “marasca” gli apicoltori mettono in atto una serie di tecniche (es. nutrizione stimolante, riunione di famiglie) per mantenere famiglie numerose.

La fioritura della “marasca” inizia nei primi giorni di aprile nel Carso isontino e nei pendii prospicienti il mare in area costiera; nelle aree più interne del Carso, dove le temperature invernali sono più rigide anche perchè più esposte ai venti di bora, l’inizio della fioritura è posticipato di circa due settimane. In ogni zona il periodo di fioritura della “marasca” è relativamente breve, ovvero di circa 7-10 giorni. La scalarità delle fioriture nelle diverse zone viene sfruttata solo da pochi apicoltori che operano il “nomadismo” spostando gli apiari in nuove zone all’inizio della fioritura.

Dopo la fine della fioritura, quando i favi sono stati opercolati, i melari vengono prelevati dagli alveari e trasportati nel laboratorio (sala di smelatura). Successivamente si procede alla disopercolatura dei favi e alla smelatura tramite centrifugazione. Il miele viene quindi filtrato, posto in maturatori di acciaio inox e lasciato decantare per almeno due settimane. La schiuma e le impurità che affiorano vengono eliminatemateriali, attrezzature usate per la preparazione e condizionamento

Arnie, melari e telaini per lo più in legno. Attrezzi per la disopercolatura dei favi da melario. Smelatore centrifugo. Filtri e contenitori in acciaio inox per la decantazione (maturatori). Vasetti per il confezionamento.locali di lavorazione, conservazione e stagionatura

Sala di smelatura in locali autorizzati dalle competenti autorità sanitarie locali. Il prodotto finale confezionato in vasetti viene generalmente conservato in un magazzino fresco.prove che il prodotto esiste da almeno 25 anni

Il miele di “marasca” deve la sua tipicità al gusto particolare (amarognolo con aroma di mandorle), allo stato fisico (liquido) e al colore (rossastro). Poiché il miele non sempre è monoflorale, lo standard qualitativo non è costante nelle diverse aree e annate, in quanto, ad esempio, può mescolarsi a quello di Acer e altri Prunus a fioritura più precoce o a quello di Robinia pseudoacacia a fioritura più tardiva.

Il miele di marasca viene prodotto per lunga tradizione da alcuni apicoltori della regione esclusivamente nel Carso triestino e isontino. Si hanno notizie storiche della produzione di questo tipico miele in un opuscolo sull’apicoltura pubblicato a cura prof. Francesco Blasi della “Cattedra Ambulante di Agricoltura della provincia di Trieste”, in esso si riporta che nel Triestino “Offrono molto bottino gli alberi fruttiferi e le loro varietà selvatiche, fra cui il Pruno di S. Lucia (Prunus Mahaleb) tanto diffuso sul Carso” (Blasi, 1933).

Da una recente ricerca relativa al 2000 risulta che la produzione di questo miele sia remunerativa (AA.VV., 2001).

Mais bianco perla friulano PAT Friuli Venezia Giulia

Il Mais Bianco Perla Friulano è un’antica varietà coltivata da diversi decenni, soprattutto nell’Italia nord-orientale, ovvero in Veneto e in Friuli (Bressan et al., 2003); nonostante l’avvento dei mais ibridi, più produttivi, è rimasta in coltivazione per le particolari caratteristiche della granella e per la peculiare qualità della farina.

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Lujànie PAT Friuli Venezia Giulia

Antiche ricette della salsiccia friulana sono trovano nell’opera di Bernardino Beretta di Udine: B. Beretta. Nozioni pratiche per un possidente, agricoltore e padre di famiglia. Udine, Vendrame, 1851. Altro libro storico nel quale viene fatto riferimento alla produzione della salsiccia è libro “la Carne suina nell’alimentazione tradizionale friulana. Il folklore italiano”, pubblicato nel 1929.

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Linguâl PAT Friuli Venezia Giulia

Il Linguâl è un prodotto di origine molta antica che, nelle zone in cui la tradizione è maggiormente radicata, veniva consumato nel giorno dell’Ascensione. Questo uso tradizionale è riportato da Giuseppina Perusini Antonini (1874-1974) nella sua pubblicazione “Mangiare e bere friulano”, la cui prima edizione è dell’inizio del XX secolo.

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