Miele di melata di bosco del Carso PAT

Il miele di melata di bosco del Carso deriva dalla raccolta, effettuata dalle api, della secrezione prodotta ed escreta da afidi diversi che suggono la linfa presente nelle foglie di vegetali come tiglio (Tilia platyphyllos Scop.), sommacco o scotano (Cotinus coggygria), quercia e roverella (Quercus ilex L., Quercus petraea e Quercus pubescens Willd.) acero (Acer campestre L., Acer mospessulanum L., Acer saccharinum L.).

Dal punto di vista delle analisi biologiche e melissopalinologiche il miele di melata di bosco del Carso e’ caratterizzato da scarsa presenza di elementi fungini indicatori di melata (spore fungine soprattutto) e da una presenza pollinica con elementi comuni ad altri mieli del Carso (oltre che dal polline di Tilia platyphyllos Scop., Cotinus coggygria, Quercus pubescens, Acer campestre) troviamo presenti anche pollini di piante non nettarifere (come rhamnaceae, Trifolium repens Gr., Fraxinus, artemisia, Plantago spp, Filipendula spp, ecc.) e moraceae/urticaceae (Chamaerops, Sambucus nigra, Papaver, Rumex, Helianthemum). forma fisica – presenta una consistenza viscosa e cristallizza in un tempo relativamente breve.

Caratteristiche organolettiche:
  • esame visivo – quando si trova allo stato liquido, il colore e’ scuro o molto scuro, da ambrato scuro fin quasi nero con riflessi verdastri; se cristallizza, presenta un color marrone scuro.
  • esame olfattivo – l’odore e’ di media intensità, ricorda il profumo del malto e leggermente dello zucchero caramellato.
  • esame gustativo – dolce nella norma, l’aroma e’ di media intensità con sentori di caramello, di frutta secca o anche di malto e lievito di birra.
Tradizionalità

Le essenze vegetali di tiglio, sommacco, roverella e acero sono da sempre presenti sul territorio carsico dove si sviluppano spontaneamente all’interno delle zone boscate selvatiche. Le zone boscate sono il frutto di biocenosi che hanno permesso la sopravvivenza promiscua di essenze tipicamente mediterranee e centroeuropee. A seguito dell’antropizzazione di tali zone con conseguente introduzione della pratica del disboscamento di vaste zone del territorio e la consuetudine di abbattere gli alberi per gli usi agricoli e per il pascolo degli animali da allevamento e da reddito (bovini, ovini), si e’ formata la cosiddetta landa carsica.

Ricorda il prof. Livio Poldini, ordinario di botanica all’Università di Trieste ed illustre studioso di fama internazionale, nel suo libro “La vegetazione del Carso isontino e triestino” (ed. Lint – 1989) che il Carso collinare presenta “almeno tre formazioni, fisionomicamente ben distinte che, elencate in ordine alla superficie occupata, sono: la boscaglia a roverelle; le pinete artificiali; la landa carsica s.l. Con il primo termine intendiamo il prodotto più o meno degradato dell’antica foresta ad opera dell’economia pastorale dei passati secoli. Gli spazi aperti all’uomo sono stati ricolonizzati da una boscaglia piuttosto fitta interrotta saltuariamente da radurale vegetazione e’ in fase di rapida riconquista dei pascoli abbandonati. OstryacotinusFraxinus ornus e Prunusmahaleb ne costituiscono il nerbo essenziale che risulta di tipo submediterraneo; (omissis) E’ presumibile che questa boscaglia evolva verso il bosco climatico (climatozonale) descritto come ostryoquercetum pubescentis.”

Territorio di produzione: Si produce nell’area del Carso triestino ed isontino.

Speck d’oca PAT Friuli Venezia Giulia

La parte più ricercata dell’oca per i latini era il grosso fegato chiamato “ficatum”: aggettivo che attraverso trasformazione fonetiche prenderà il posto di jecor, fegato appunto. Le fortune dell’oca proseguiranno nell’economia rurale del medioevo fino ai giorni nostri. “Nella Civica Biblioteca Joppi di Udine si conserva, in un manoscritto del XIV secolo, un disegno a inchiostro con la rappresentazione di una scena di vita quotidiana medioevale: un prelato Martino è colto nell’atto di offrire due oche al patriarca Raimondo della Torre…” tratto da “L’oca” di Germano Pontoni, (Bibliotheca Culinaria,1997).

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Speck affumicato PAT Friuli Venezia Giulia

Da sempre in moltissime famiglie della Carnia si producono insaccati di carne suina di grande qualità; lo scorrere degli anni, l’affermarsi dei moderni rapporti commerciali, ha fatto sì che la nomea di questi prodotti sia uscita dai confini territoriali dell’area carnica. Tuttora la Carnia è ricchissima di famiglie che in modo generazionale – padre/figlio – si tramandano l’arte del “purcitar” e la passione degli antichi mestieri legati all’alimentazione, tra cui il norcino

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Spalla cotta di Carnia affumicata PAT Friuli Venezia Giulia

Da sempre in moltissime famiglie della Carnia si producono insaccati di carne suina di grande qualità; lo scorrere degli anni, l’affermarsi dei moderni rapporti commerciali, la nomea di questi prodotti è uscita dai confini territoriali dell’area carnica. Tuttora la Carnia è ricchissima di famiglie che in modo generazionale – padre/figlio – si tramandano l’arte del “purcitar” e la passione degli antichi mestieri legati all’alimentazione, tra cui il norcino.

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