Mela Campanina PAT Emilia Romagna

Prodotto Agroalimentare Tradizionale dell’ Emilia Romagna

pòm campanein

Tipica mela della bassa modenese, ben colorata e di pezzatura medio-piccola. Oltre che da consumo fresco è ottima da cuocere. I frutti del melo campanino sono piccoli con forma obloida costante, La buccia è molto spessa e poco cerosa, di colore giallo-verde che diventa rosso-verde nei frutti esposti ai raggi del sole. La polpa è bianca-verdastra, molto soda e zuccherina. Il gusto è molto aromatico e leggermente acidulo.

Uno studio scientifico, compiuto dall’Università di Bologna, sulle caratteristiche di cinque mele antiche, fra cui la campanina, mette in evidenza le sue qualità: elevato contenuto in sostanze antiossidanti (fino a 4 volte in più rispetto alla mela Golden Delicious), elevato contenuto in pectina e polifenoli, oltre che di acido ascorbico (vitamina C). Dopo la fioritura che avviene tra aprile e maggio, la raccolta dei frutti inizia mediamente verso la prima decade di ottobre e prosegue per circa un mese. La maturazione completa avviene dopo l’esposizione al sole per 5/7 giorni, durante i quali la buccia cambia colorazione passando dal verde al rosso: per tale motivo la Campanina viene anche chiamata la “melannurca del Norditalia”.

A differenza di altre varietà, le mele campanine si conservano facilmente per cinque-sei mesi, fino ad aprile, e senza l’uso del frigorifero: tale caratteristica ne ha consentito la sopravvivenza fino ad oggi. Curiosità – Un tempo veniva conservata sui solai delle case coloniche.

Tradizionalità

Le antiche origini di questa varietà non sono note, anche se nel 1751 il bolognese Francesco Argelati descrisse nel suo Decamerone (liberamente tratto da quello di Giovanni Boccaccio) il personaggio di Bartolomea Gualandi come «una delle più belle e vaghe giovani di Pisa, la quale ancora ventriquattr’anni non aveva, fresca e rotondetta che pareva una mela modenese».

Già nel 1815 il pomologo Giorgio Gallesio descrisse come “pomo di Modena” un semenzale rinvenuto nella provincia di Modena.

Nel 1877 lo storico mirandolese don Felice Ceretti pubblicò un articolo su un periodico locale in cui parlava di “pomi detti campanini dei quali nell’autunno si fanno larghe provviste e si trasportano fino a Venezia e ad altre città”.

Lunga conservabilità

Grazie alla sua caratteristica di lunga e facile conservabilità, è stata in passato un tipo di mela particolarmente apprezzata, con esportazioni anche in Germania. Dopo la seconda guerra mondiale, la coltivazione del melo campanino diminuì in favore di altre varietà più produttive, più facilmente coltivabili e più apprezzate dai consumatori; infatti, lo studioso Vilmo Cappi scriveva che “tra la frutta, tipiche sono le mele campanine che ora stanno scomparendo perché sostituite da varietà e tipi più commerciali, ma che da non pochi, vengono desiderate ancora e ricercate perché si conservano a lungo, tutto l’inverno, e mantengono sempre intatte la loro fragranza e la loro polpa bianca e pulita che sembra di marmo”..

Referenze bibliografiche

  • “L’Indicatore Mirandolese” Agosto 1877, pag.70;
  • Breviglieri, Il melo campanino: indagini e osservazioni, in Note di Frutticoltura – Bollettino del R. Osservatorio de frutticultura di Pistoia, Anno 17, nº 3, marzo 1939, pp. 26-31;
  • Solaroli, Scheda pomologica del melo campanino, in Atti del “III congresso nazionale di frutticultura e mostra di frutta”, Ferrara, Vallecchi editore, 9-16 ottobre 1949.

Territorio di produzione

Bassa modenese (San Possidonio, Concordia, Carpi, Cavezzo, Camposanto, Finale Emilia), bassa reggiana, bassa mantovana.

Bensone PAT Emilia Romagna

Dolce semplice composto da uova, burro, uova, zucchero e lievito. Si amalgamano farina, uova, burro o strutto (150 gr.), uova (n.2), zucchero (150 gr.), lievito da dolci sciolto in un bicchiere di latte tiepido. Si lavora fino ad ottenere un impasto morbido. Si da una forma ovale e si cuocere in forno gia’ caldo a 180° fino a doratura.

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Tasto (tast) PAT

Tasto o “tast” La materia prima è costituita dalla pancetta di vitello che viene lavorata e farcita per ottenere un prodotto che, per il consumo, viene cotto.

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Albicocca Val Santerno PAT Emilia Romagna

Nel “L’albicocco” (Enrico Casini – Mario Neri, Edagricole 1964), la zona imolese veniva annoverata tra i principali centri di diffusione di questa drupacea in Italia. Imola e il suo comprensorio legano il proprio nome non solo a delle specifiche varietà, ma l’opera di studiosi, ricercatori, la competenza e la passione di tanti operatori agricoli, saldano la coltura dell’albicocco al territorio, per farne una delle produzioni più tipiche e caratteristiche dell’ampio e variegato panorama agricolo comprensoriale.

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