Diminuzione drammatica degli impollinatori in Europa e nel mondo

Nell’ultimo decennio gli impollinatori sono drasticamente diminuiti in Europa e in tutto il mondo, con una tendenza negativa potenzialmente maggiore nel lungo termine a causa del crescente impatto dei numerosi fattori ambientali di declino, quali il degrado e la frammentazione degli habitat, le pratiche agricole intensive, l’aumento delle malattie delle api, la minore disponibilità o qualità delle risorse trofiche, gli attacchi di agenti patogeni (virus, batteri e funghi) e parassiti (principalmente insetti e acari), i cambiamenti climatici, il cambiamento culturale e commerciale delle pratiche di apicoltura.

L’utilizzo di sostanze chimiche in agricoltura è una delle principali cause degli avvelenamenti e delle morie di massa degli impollinatori selvatici e dello spopolamento degli alveari. Molti insetticidi, in Italia principalmente quelli del gruppo chimico dei piretroidi, degli organofosfati e dei neonicotinoidi (indicatore “Mortalità delle api causata dall’uso di prodotti fitosanitari”), causano mortalità diretta ed effetti subletali sugli insetti impollinatori mentre l’uso continuo di erbicidi nelle aziende agricole convenzionali mantiene le coltivazioni libere da piante “infestanti”, riducendo però la disponibilità di nettare e polline per i pronubi.

La presenza di significative popolazioni di apoidei selvatici è in grado di favorire un incremento nella resa produttiva in termini di quantità e di qualità delle colture ed è indispensabile per il mantenimento degli equilibri ecologici nei territori a matrice agricola.

La gestione sostenibile delle aziende agricole e l’attuazione di interventi adeguati a supportare la complessità degli ecosistemi permetterebbero di salvaguardare e ristabilire i servizi di impollinazione con risposte significative sia in termini di comunità e popolazioni degli impollinatori, sia in funzione della stessa biodiversità locale.

Appropriate tecniche di gestione dei margini, e nelle colture legnose degli interfilari, assicurano il mantenimento di un’adeguata flora con fenologia scalare nel corso delle stagioni di attività degli impollinatori, permettendo la permanenza delle api selvatiche in prossimità di quasi tutte le colture da fiore.

I dati scientifici disponibili e le conoscenze dirette consentono di proporre metodi di coltivazione e pratiche agronomiche in grado di sostenere la presenza e la diversità delle popolazioni di apoidei e permettono l’individuazione di specie/gruppi indicatrici delle buone pratiche gestionali e della qualità ambientale negli ambiti agricoli. Tra le pratiche agricole potenzialmente favorevoli sono da ricordare le tecniche biologiche, le tecniche di difesa integrata, le pratiche proprie dell’agroecologia (rotazione colturale con presenza di leguminose, consociazioni, presenza di varietà benefiche per gli impollinatori, ripristino di zone umide), la gestione estensiva dei seminativi, l’agricoltura conservativa e le pratiche benefiche per il suolo agrario.

Per molte colture agricole, strategiche in termini di reddito e di implicazioni ecologiche, è possibile individuare indicatori particolarmente efficaci, costituiti sia da specie che da gruppi di specie di impollinatori. Metodi di monitoraggio consolidati e gestiti da personale specializzato possono contribuire all’interpretazione dei cambiamenti nella diversità delle comunità e nell’abbondanza di alcune specie di api selvatiche (specie indicatrici) rispetto alla tendenza al declino delle popolazioni di impollinatori, al fine di fornire stime adeguate sulla ricchezza delle specie, sulla distribuzione di specie rare e minacciate e sui legami con gli habitat naturali, semi naturali e agricoli. Per l’efficacia del monitoraggio è importante la decisione UE di uniformare i metodi di rilevamento, onde raccogliere e fornire dati attendibili sullo stato e le tendenze degli apoidei selvatici, ed anche dei ditteri e dei lepidotteri.

L’insieme di tali conoscenze assume particolare importanza negli ambiti agricoli, le cui matrici sono spesso dominanti sul territorio nazionale e caratterizzate da dirette interrelazioni con gli ecosistemi circostanti. Come descritto nelle strategie “Dal produttore al consumatore” e “Biodiversità per il 2030”, la Commissione Europea ha definito alcuni obiettivi essenziali per la tutela degli impollinatori negli ecosistemi agricoli.

Nei prossimi anni (entro il 2030) infatti intende ridurre l’uso dei prodotti chimici (del 50% l’uso dei prodotti fitosanitari e dei rischi derivanti e del 50% l’uso dei più pericolosi), estendere al 25% la superficie agricola gestita con pratiche biologiche e destinare almeno il 10 % delle superfici agricole ad elementi caratteristici del paesaggio con elevata diversità (fasce tampone, maggese completo o con rotazione, siepi, alberi non produttivi, terrazzamenti e stagni) per lasciare agli impollinatori lo spazio naturale e vitale di cui hanno bisogno.

A tali obiettivi si affiancano altre misure, quali la piena attuazione dell’iniziativa per affrontare il declino degli impollinatori nell’UE (COM 2018, 395 final) e la revisione della “direttiva sull’uso sostenibile dei pesticidi”, con il sostegno alla difesa integrata delle colture agrarie e all’utilizzo di metodi di lotta alternativi ai mezzi chimici (tra cui rientrano la rotazione colturale e il diserbo meccanico delle “infestanti”).

L’efficacia delle due strategie, di determinare situazioni ecologiche favorevoli alla riproduzione degli impollinatori e di supportare la crescita di un’agricoltura sostenibile, dipenderà molto dall’interesse politico a realizzare interventi e progetti coerenti con il restauro della natura (“Nature-based Solutions”) e per il raggiungimento e mantenimento di un alto livello di diversità (“High-diversity landscape features”).

Determinante sarà anche l’impegno e la partecipazione attiva dei cittadini europei nel sostenere le decisioni politiche e le scelte degli agricoltori verso pratiche agricole benefiche per gli impollinatori. Oltre che dalle normative e pratiche per implementarle, il successo delle azioni sarà condizionato dalla disponibilità di adeguate risorse finanziarie per compensare i potenziali costi aggiuntivi sostenuti dall’agricoltore e l’eventuale mancato guadagno a seguito degli impegni ambientali. Al riguardo un ruolo importante è rappresentato dalla PAC, quale principale strumento finanziario per gli agricoltori europei, e dalle esigenze e priorità individuate a livello nazionale/regionale nell’attuazione della condizionalità, nella individuazione degli impegni ambientali e nella ripartizione delle risorse messe a disposizione.

A valle delle decisioni finali UE33 è auspicabile che nei prossimi anni il Piano Strategico Nazionale italiano declini in pieno “l’indirizzo verde” indicato dalla Commissione UE per la nuova PAC e destini la massima quota di sussidi pubblici alle misure agro climatico ambientali, all’agricoltura biologica e alle altre azioni per la valorizzazione dei servizi ecosistemici e per la conservazione della diversità biologica. L’evoluzione da evitare è l’indebolimento del ruolo innovativo degli eco-schemi, in analogia a quanto verificatosi con il greening nella programmazione 2014 – 2020, e soprattutto il mancato riconoscimento del ruolo decisivo degli impollinatori nel mantenimento degli equilibri ecosistemici e della biodiversità.

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