Paesaggio Agrario di Olivastri storici del Feudo di Belvedere

– Registro nazionale dei paesaggi rurali storici del MIPAAF

L’area per la quale si richiede l’inserimento al Registro Nazionale si connota come un’area di pianura che si affaccia sul bacino della laguna di Lesina. Il Feudo di Belvedere si estende su di un’area lunga circa 5 km e larga 4, dove le quote oscillano tra 1mt e 150mt. Il terreno, di colore bruno e giallo ocra, è composto da diversi tipi di sedimenti che costituiscono i depositi calcareo-sabbioso-argilloso delle calacareniti garganiche del quaternario. Il Feudo del belvedere è parte integrante della Masseria di Posta di San Nazario, rappresentandone lo storico fondo agrario.

L’assetto territoriale del Feudo fa riferimento alle dinamiche insediative che, a partire dal V sec. d.C., si svilupparono nel bacino del lago di Lesina. I processi insediativi che portarono alla creazione delle celle monastiche delle principali abbazie Benedettine quali S.Vincenzo al Volturno, Montecassino, S. Sofia di Benevento, San Clemente di Casauria, svilupparono centri di produzione di cui l’area del Feudo rimane l’unico esempio a continuità di vita.

Il sistema insediativo è oggi connesso ai centri urbani dell’Alto Tavoliere e del Gargano attraverso una direttrice rappresentata dalla SS Garganica.

Comuni interessati

Al censimento ISTAT del 2011, i Comuni del Feudo contavano una popolazione di 38.500 abitanti residenti, con un’estensione territoriale pari a 558,91 kmq e una densità media complessiva di 254,82 ab/kmq.

APRICENA

Apricena è una città situata a nord dell’Alto Tavoliere. Fa parte del Parco Nazionale del Gargano ed è nota per la presenza di cave della cosiddetta pietra di Apricena. L’agricoltura occupa un posto importante nel bilancio economico del paese; i prodotti quali cereali, uva e olive, infatti, trovano in loco trasformazione e commercializzazione.

L’industria portante, però, è quella estrattiva del marmo e della rinomata pietra da taglio detta “Pietra di Apricena”. Lesina è situata su una piccola penisola, sulla sponda meridionale dell’omonimo lago, presenta a poca distanza la cosiddetta “isola”, una vasta lingua di natura pressoché incontaminata, caratterizzata da boschi e dune, che divide il lago dal mare.

Tutta la parte orientale del lago è stata sottoposta a regime di “Riserva Naturale di Ripopolamento Animale” divenendo di fatto un’oasi di protezione faunistica: essa rientra del Parco Nazionale del Gargano. L’attività economica prevalente è l’agricoltura e la trasformazione dei relativi. La pesca ha rappresentato, e rappresenta, un elemento imprescindibile dell’economia del territorio sin dal Medioevo.

SAN NICANDRO GARGANICO

San Nicandro Garganico é situata nella fascia pedecollinare tra la foresta Umbra ed i laghi di Lesina e Varano. Il centro abitato sorge su un complesso di colline, pochi chilometri a sud-est del lago di Lesina, a fare da avanguardia settentrionale del promontorio del Gargano.

Il territorio comunale si estende dal mare Adriatico all’alta collina (754 m s.l.m.) ed è compreso tra i laghi di Varano e Lesina. Vi si riscontra un insieme variegato di microambienti e paesaggi nei quali anfratti, grotte e sorgenti rivelano la natura fortemente carsica del territorio.

POGGIO IMPERIALE

Poggio Imperiale é situata a ridosso del lago di Lesina e si tratta di un comune relativamente giovane, sorto nella seconda metà del ‘700 per volontà di un Principe, Placido Imperiale. Il paese sorge su un’altura, da cui il nome Poggio, ben visibile dall’autostrada che porta al sud e a pochi chilometri dal mare e dal lago di Lesina.

Insieme ad Apricena, Poggio Imperiale rappresenta l’industria estrattiva pugliese sia in Italia che all’estero. Proprio dalle cave il paese fonda gran parte della sua economia. Il suo territorio può anche contare su ottimi campi, arricchiti dalla vicinanza di numerosi corsi d’acqua che sfociano nel vicino lago di Lesina. Molto attivo anche il settore della conserveria, che confeziona ed esporta molti prodotti tipici locali

Feudo Belvedere

Il paesaggio del Gargano settentrionale è caratterizzato dal sistema di versanti terrazzati che dall’altopiano degradano verso le aree lagunari costiere attraverso valli incise e profonde. Una sorta di anfiteatro naturale che, da est ad ovest, disegna il confine visivo meridionale dei Laghi di Lesina e Varano, prima in maniera più marcata, attraverso pendii ripidi e arborati (oliveti, mandorleti e alberi da frutto), poi, con confini sempre più labili attraverso il lento degradare delle colline a seminativo verso il Tavoliere.

Una propaggine del promontorio si spinge fino al mare separando i due laghi e due paesaggi sostanzialmente diversi: l’uno, il paesaggio del Lago di Lesina, aperto e proteso più verso il Tavoliere, caratterizzato dal netto rapporto tra il sistema lagunare, la fascia costiera e la piana ad agricoltura intensiva, quasi priva di alberature, segnata dalla trama delle strade interpoderali e punteggiata dalle sporadiche masserie;

l’altro, il Lago di Varano, completamente cinto dal promontorio e dai rilievi terrazzati di oliveti, mandorleti e frutteti e collegato visivamente ed ecologicamente al Gargano, attraverso le valli (di Cagnano, di Carpino) che, dai pascoli arborati dell’interno, gradualmente, si aprono ad imbuto verso gli uliveti collinari e i seminativi della piana. Il sistema insediativo è distribuito a corona intorno ai laghi, lungo la strada pedecollinare che lambisce l’anfiteatro da ovest ad est, da Apricena a Rodi Garaganico.

L’unico insediamento di pianura è costituito dalla città di Lesina che si protende su una piccola penisola nell’omonimo lago, configurandosi come una vera e propria città d’acqua. Questo paesaggio costiero è compreso tra Torre Fortore, al confine tra Lesina e Serra Capriola, e Lido del Sole, al confine tra Ischitella e Rodi Garaganico e ricade nei confini amministrativi dei comuni di Lesina, Poggio Imperiale, Sannicandro Garganico, Cagnano Varano, Ischitella e Carpino.

Esso include inoltre l’arcipelago delle Isole Tremiti. L’area costiera si caratterizza per la presenza di due grandi lagune separate dal mare da ampi cordoni dunali litorali. Il morfotipo costiero si articola in un susseguirsi di lunghi tratti di arenili falcati e rettilinei, bordati da una fascia di macchia mediterranea e pinete, la cui continuità è interrotta in corrispondenza della bassa falesia a nord del lido di Torre Mileto.

Dalla foce del torrente Romandato sino a Rodi Garganico, la costa sabbiosa si assottiglia ed è frequentemente bordata a monte da ripe rocciose e falesie inattive, che giungono a toccare il mare in corrispondenza del promontorio su cui sorge la prima cittadina costiera garganica.

Nella zona delle due lagune sono presenti anche importanti manifestazioni sorgentizie (anche subacquee), dotate di portate medie che giungono anche a toccare i 1400 l/s. Il promontorio di Torre Mileto, originato dal rilievo di Monte d’Elio, separa le due lagune di Lesina e Varano, formatesi in età storica in ragione degli apporti delle correnti marine che hanno costituito due imponenti cordoni litoranei estesi per alcune decine di chilometri.

Il bacino di Lesina rappresenta la laguna di maggiore estensione dell’Italia centromeridionale ed il nono fra i laghi italiani con una superficie complessiva di circa 5.000 ettari. L’imponente cordone sabbioso, denominato storicamente Bosco Isola, in ragione della fitta vegetazione dunare un tempo presente, è tagliato da due canali che mettono in comunicazione la laguna e il mare: la foce Schiapparo e il canale di Acquarotta presso Punta Pietre Nere, un tempo foce del fiume Fortore.

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Il bacino è alimentato da risorgive e dalle acque di un sistema di modesti corsi d’acqua a regime torrentizio discendenti a pettine dal Gargano anch’essi alimentati da sorgenti d’acqua dolce.

Il lago può essere diviso in tre zone:

  • la zona occidentale, che si estende di fronte all’antico abitato di Lesina
  • la zona centrale, la più ampia, che si estende dalla località La Punta sino alla foce di Schiapparo
  • la zona orientale, la meno profonda, coperta per buona parte dell‘anno da vegetazione idrofila, denominata comunemente “sacca orientale”.

Tutte le aree spondali occidentali, meridionali ed orientali del lago, compresa una zona alle spalle del cordone dunare in località Torricella, sono state ampiamente bonificate nel secolo scorso. La distesa d’acqua di Varano ha l’aspetto di un vero e proprio lago tanto per la sua forma che per le sue coste, che in lunghi tratti si immergono a picco nelle acque. In realtà, da un punto di vista ecologico, a causa sia del suo lento ricambio idrico con il mare, sia dei valori di salinità delle sue acque, anche in questo caso si tratta di una laguna formatasi grazie ai sedimenti trasportati dalle correnti marine che hanno chiuso l’antica baia con una lingua di terra, ugualmente denominata Bosco Isola.

I due bacini naturali sono tuttavia diversi fra loro per profondità (tra 1-2 metri e 50 cm quello di Lesina, fino a 5 metri quello di Varano) e per la caratterizzazione delle sponde (quelle di Varano non presentano tratti palustri come quelle di Lesina). La laguna di Varano comunica anch’essa con il mare attraverso due aperture: la prima verso est è quella dell’antico fiume chiamato Varano, che dalla foce si apre verso il lago a Bocca del Terzagno; la seconda, verso ovest è quella del canale di Capoiale, ai piedi del monte D’Elio.

Numerose le sorgenti d‘acqua dolce che fluiscono nella parte meridionale del lago, tra le quali si distinguono i cosiddetti “bozzacchi”, ricchi di acque oligominerali. L’apporto di acque dolci e di sedimenti attraverso il monte d’Elio (che separa geograficamente la laguna di Varano da quella di Lesina) e attraverso le alture su cui sono attualmente localizzati i comuni di Cagnano, Carpino e Ischitella, anche in questo caso ha determinato un fattore chiave nella costituzione del tombolo di sabbia che nel tempo è andato a chiudere il golfo pregresso, trasformandolo in laguna.

STRUTTURA INSEDIATIVA STORICA

Dal punto di vista morfologico-territoriale, la struttura insediativa storica della regione delle lagune di Lesina e Varano è caratterizzata da una teoria di centri di origine alto-medioevale e normanna, arroccati in posizione difensiva sulle balze settentrionali del promontorio del Gargano prospicienti i bacini idrici, a corona delle aree boscate interne e, allo stesso tempo, collegati alle sponde lagunari e marine, sedi di ricche risorse naturali, attraverso una serie di strade-pendolo che corrono parallelamente ai numerosi alvei torrentizi discendenti a pettine verso le due lagune.

A valle, una strada proveniente dall’abbazia di S. Maria di Ripalta, situata a circa 3 km dalle sponde del Fortore, puntava verso l’abitato di Lesina e di qui, costeggiando le sponde del lago, lungo il suo percorso intercettava le strade-pendolo discendenti verso la vasta distesa d’acqua dagli abitati di Poggio Imperiale, Apricena e San Nicandro Garganico.

La stessa strada puntava poi verso nord, dirigendosi verso Torre Mileto, dopo aver costeggiato le pendici occidentali del Monte d’Elio, su cui sorgeva in posizione di vedetta la chiesa di S. Maria. Da Torre Mileto, la strada ormai litoranea si dirigeva verso Torre Calaroscia, per poi attraversare la fitta macchia mediterranea che ricopriva l’istmo di Varano.

Superata la foce di Varano, si dirigeva verso Rodi. Una seconda strada di mezzacosta metteva in comunicazione Rodi con le meridionali del lago di Varano per poi risalire verso Cagnano.

L’unico centro situato a bassa quota è Lesina (5 m s.l.m.), antico insediamento sorto su una penisola della laguna e fronteggiante l’isolotto di San Clemente, sarebbe stato fondato secondo un’ipotesi suggestiva da pescatori dalmati provenienti dall’omonima isola croata. Il cordone costiero che divide il lago di Lesina dal mare era un tempo fittamente punteggiato da casini e pagghiare, povere casupole legate alle attività di itticoltura, che invece erano rare sull’istmo di Varano.

Le aree intorno alle sponde sud-occidentali ed occidentali di quest’ultimo lago erano disseminate di masserie e piccoli edifici. L’intero litorale era scandito da otto torri costiere di difesa (in sequenza da ovest: Torre Scampamorte, Mileto, Principe, Calarossa, Varano, Castelluccia e, infine, la torre di Rodi Garganico).

Altre torri si trovano lungo le sponde interne delle lagune (i ruderi delle torri Lauro, Antonaccia e Caronte). Il sistema insediativo descritto è stato fortemente modificato negli ultimi 150 anni prima attraverso gli interventi di bonifica, poi attraverso la costruzione di grandi infrastrutture, come la nuova Strada Garganica (SS693), ed uno sviluppo turistico non sempre rispettoso dei valori patrimoniali.

Gli interventi di bonifica hanno trasformato in maniera rilevante il paesaggio del lago di Lesina, oggi dominato dal disegno di una fitta e regolare maglia di canali. Sulle sponde del lago prevalgono le colture orticole a pieno campo e il seminativo irriguo che ospita frequentemente culture industriali (pomodoro).

Tra le sponde del lago e l’abitato di Sannicandro si distinguono numerosi areali di uliveto. Un sistema di canali drena e disegna anche il paesaggio della sponda occidentale, dove un sistema ordinato di poderi della Riforma Agraria organizza il paesaggio rurale.

Solo la sponda dell’istmo affacciata sulla laguna conserva tratti palustri, soprattutto nel tratto compreso tra Foce S. Andrea e Foce Cauto. Alle spalle della sponda sud-occidentale del lago di Lesina, l’orografia inizia ad accentuarsi ed il seminativo lascia il posto alla vegetazione sclerofila mista a boschi di latifoglie, cespuglieti ed arbusteti, che domina anche tutte le alture che circondano le sponde sud-orientali del lago di Varano.

Nell’altra metà della zona perilacustre, tra la sponda orientale del lago e la valle del torrente Ramandato e sulle alture
che dalle sponde sudorientali del lago risalgono fino agli abitati di Cagnano Varano e Carpino, il paesaggio rurale è invece dominato dall’ulivo.

Alcuni frammenti di ecosistemi palustri sono presenti lungo la sponda sud-orientale e nord orientale, circondati da un fitto reticolo di canali di bonifica. Diversamente da Lesina, l’istmo risulta coperto da un monotono rimboschimento di scarso valore naturalistico, mentre la zona a sud del rimboschimento e le sponda nord-orientale del lago sono coltivate a seminativo e disegnate in tutta la sua ampiezza da un fitto reticolo di bonifica. Dalle alture intorno alle lagune, nelle giornate più terse, è possibile vedere le Isole Tremiti (dette anche Diomedee), rappresentanti le uniche appendici insulari della costa adriatica italiana, insieme a Pianosa e alle più lontane Pelagose.

Dal paesaggio costiero si sale di quota verso il paesaggio garganico che, da un punto di vista geografico, si presenta come un’estesa sub-penisola di roccia calcarea che si estende per ben tre lati nell’Adriatico e che rimane connessa alla piattaforma pugliese attraverso le pianure alluvionali del Tavoliere.

Queste ultime, in realtà, più che rappresentare un’area di connessione costituiscono un ulteriore confine a causa della secolare attività dell’uomo che le ha trasformate profondamente. Di fatto, il Gargano lo si può immaginare come un’isola biologica geograficamente e soprattutto ecologicamente separato dal resto del territorio della penisola italiana. Il suo isolamento bio-geografico ha consentito il mantenimento di condizioni ambientali diversificate e, soprattutto, in buono stato di conservazione (se paragonato al resto del territorio regionale), determinando la sopravvivenza di specie, vegetali e animali, rare nel resto della Puglia.

Nel complesso nei circa 200 mila ettari di superficie del Gargano è rinvenibile un’elevata diversità di ambienti e di nicchie ecologiche. Tale diversificazione è favorita dalle differenze climatiche e morfologiche del promontorio che vede il lato esposto a nord più umido e meno accidentato del versante meridionale che è, invece, molto più secco e accidentato. Il versante meridionale del Gargano è caratterizzato dalla presenza di profonde incisioni della scarpata rocciosa denominati localmente “valloni”, dove si riscontra la presenza di una rara flora rupestre trans adriatica di tipo
relittuale quali Campanula garganica, Inula verbascifolia, Asperula garganica, Scabiosa dallaportae e da un’estesa area a steppa determinata dal breve periodo e dall’elevata aridità estiva.

Il versante orientale per la mitezza del clima invernale ospita una flora e una vegetazione caratterizzata dalle pinete termofile litoranee a Pino d’Aleppo (Pinus halepensis) e dai boschi sublitorali di Leccio (Quercus ilex). In progressione altimetrica si passa verso l’interno ai boschi mesofili con Cerro Quercus cerris) e Roverella (Quercus pubescens) e varie latifoglie eliofile.

Il versante settentrionale, fatta esclusione per le aree strettamente costiere e pianeggianti, ospita la tipica flora mesofila
caducifoglia a dominio di varie specie appartenenti al genere Quercus e con la presenza di estese formazioni a Faggio (Fagus sylvatica) che per particolarissime condizioni mesoclimatiche e microclimatiche giungono ad altitudini minime rispetto ad analoghe formazioni in Italia, tanto che si parla di “foresta depressa”. Il faggio forma imponenti formazioni con maestosi e vetusti esemplari, spesso associati a esemplari secolari di Tasso (Taxus baccata) e di Agrifoglio (Ilex aquifolium) e varie specie di latifoglie eliofile.

Nel tratto nord-occidentale della costa garganica sono presenti due importanti ambienti lagunari rappresentati dai “laghi” di Lesina e di Varano. In particolare la duna di Lesina, che isola la laguna dal mare, ospita una importante vegetazione di macchia mediterranea e rappresenta uno dei tratti di costa più significativi e meno antropizzati di tutto il litorale adriatico.

Nell’ambito del Gargano rientra l’arcipelago delle Tremiti, costituito dalle isole di San Nicola, San Domino, Capraia e Pianosa che complessivamente raggiungono uno sviluppo di poco superiore a 3 km2. Tra queste solo la maggiore, l’isola di San Domino, è interessata dalla presenza di una vegetazione forestale, per lo più a pino d’Aleppo e in limitatissimi settori a leccio. La distribuzione delle aree naturali appare ancora significativa rappresentando ben il 64% della superficie dell’ambito: è l’area pugliese con la più cospicua presenza di aree boschive e a macchia interessando circa il 40% della superficie. Lungo la fascia costiera esposta a sud est prevalgono le pinete spontanee a Pinus halepensis mentre, verso l’entroterra e salendo di quota, sono maggiormente presenti le formazioni a leccio.

A quote maggiori dominano le cerrete e nella parte più interna le faggete, con il nucleo più ampio presente nella Foresta Umbra. Le aree a pascolo con formazioni erbacee e arbustive occupano circa il 18% dell’ambito e caratterizzano principalmente il settore meridionale rientrante nell’altopiano di Manfredonia.

Le aree umide presenti nell’ambito Gargano occupano ben il 6% circa della superficie e sono rappresentate per la quasi totalità dalle due lagune costiere di Lesina e Varano. La quasi totale assenza di idrologia superficiale ha determinato una scarsa presenza di zone umide al difuori delle due lagune costiere sebbene siano attualmente rinvenibili piccole aree sopravvissute alla bonifica e alla urbanizzazione, tra cui la più significativa è rappresentata dalla Palude di Sfinale presente sulla costa tra Peschici e Vieste.

Caratteristiche agronomiche e colturali

L’ambito copre una superficie di 196.000 ettari di cui il 57% è costituito da aree boschive, prati, pascoli e praterie ed incolti. In particolare, le aree a pascolo ricoprono il 17% dell’ambito. Gli usi agricoli predominanti riguardano i seminativi non irrigui (17%), e gli uliveti (11%), i seminativi irrigui, con circa 1700 ha (0,8%), i frutteti e frutti minori fra cui gli agrumeti con 800 ha (0,4 %) ed i vigneti, su 500 ha (0,2 %). Il suolo presenta calcare nel terreno, variabile notevolmente da zona a zona.

Il drenaggio è buono come anche la tessitura, generalmente fina. Soltanto in alcune zone si osserva la presenza di scheletro e pietrosità superficiale da elevata ad eccessiva. Con pendenze elevate, aumenta il rischio di erosione. Le colture prevalenti per superficie investita sono rappresentate dagli oliveti e dai cereali e fra questi le foraggere. Notevole è la destinazione dei territori alla produzione zootecnica. Per valore di produzione, vanno considerate anche le colture orticole dei laghi di Lesina e Varano. La produttività agricola è marginale, con vaste aree in abbandono dove insiste l’allevamento brado del bestiame.

Distinguiamo poi un’agricoltura estensiva basata prevalentemente sull’olivicoltura e la cerealicoltura; un’agricoltura intensiva prevalente nelle zone pianeggianti. Il ricorso all’irriguo si ha soprattutto per le orticole dei laghi di Lesina e Varano e nelle aree a frutteto ed in particolare ad agrumeto fra Rodi Garganico, Vico del Gargano ed Ischitella. Il Clima è di tipo continentale con inverni freddi ed estati calde, ad eccezione della zona di Manfredonia che presenta un clima tipicamente mediterraneo. Le precipitazioni piovose sono abbondanti rispetto alle medie regionali e ben distribuite nel corso dell’anno.

La capacità d’uso dei suoli garganici è fortemente relazionata alle caratteristiche morfologiche e pedologiche del promontorio. I suoli dell’altopiano carsico, della foresta umbra e parte dell’altopiano di Manfredonia presentano limitazioni permanenti, tali da escludere l’utilizzazione agricola e richiedere pratiche di conservazione anche per l’attuale utilizzazione forestale e per il pascolo. I suoli di quarta classe di capacità d’uso che invece circondano l’altopiano carsico e la foresta umbra, su superfici ondulate prevalentemente adibite al pascolo con presenza di aree boschive a macchia mediterranea o uliveti, presentano limitazioni molto forti all’utilizzazione agricola.

Suoli di terza classe di capacità d’uso del Comune di Sannicandro Garganico sulle superfici pianeggianti del lago di Varano, a vegetazione per lo più igrofita ed i suoli delle scarpate garganiche nell’altopiano di Manfredonia presentano notevoli limitazioni all’utilizzazione agricola. Anche in queste aree la scelta colturale è ridotta e si richiede un’accurata e
continua manutenzione delle sistemazioni idrauliche agrarie e forestali. I suoli delle superfici pianeggianti fra i laghi di Lesina e Varano, e quelle subpianeggianti fra le scarpate, risultano discretamente adatti all’uso agricolo, benché, nei Comuni di Lesina e Carpino, siano presenti aree vulnerabili ai nitrati. Gli altopiani carsici del Gargano presentano ecosistemi agricoli e foraggeri aperti fondamentali per il mantenimento della diversità ecologica.

Molte le produzioni tipiche di qualità, estese anche alle zone collinari dove persistono sistemazioni agrarie tradizionali, i terrazzamenti storici, da preservare tanto per il valore identitario quanto per il controllo dei processi erosivi del suolo. Le aree montane a prevalente indirizzo forestale e naturalistico svolgono un’importante funzione produttiva, protettiva, naturalistica, ricreativa ed estetico-percettiva da gestire e tutelare. Altri punti di forza sono il profondo legame tra attività agricole e cultura locale, la presenza diffusa nel territorio di allevamenti zootecnici, la buona presenza di popolazione impegnata in agricoltura, le discrete superfici coltivate secondo con i canoni dell’agricoltura biologica.

Il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali riconosce due paesaggi agrari di particolare rilevanza quali i “Terrazzamenti garganici” (Mattinata, Monte Sant’Angelo) sul versante meridionale del Gargano e l’“Oasi agrumaria garganica o Giardini d’agrumi del Gargano” (Rodi, Vico del Gargano, Ischitella) nel settore nord-orientale del Promontorio garganico, modellato dai cosiddetti “Valloni” che si aprono a raggiera e confluiscono in mare.

Tra i prodotti DOP del Gargano vanno annoverati i Formaggi “Canestrato” e “Caciocavallo Silano”, l’“Arancia del Gargano” ed il “Limone Femminello” del Gargano e l’olio DOC “Dauno”, per le IGT dei vini ritroviamo la “Daunia” oltre all’intera Puglia per l’ “Aleatico di Puglia”.

Fra le cultivar caratterizzanti il territorio va annoverata per l’olivo, l’“Ogliarola Garganica” e la “Peranzana”. Le trasformazioni dell’uso agroforestale fra 1962-1999 mostrano una forte intensivizzazione per l’agricoltura dei fondovalle e nelle fasce di litorale, nella piana di Manfredonia e nelle aree circostanti i laghi di Lesina e Varano.

Queste aree che nel ‘59 erano utilizzate per seminativi e colture arboree in asciutto, si presentano oggi con seminativi irrigui ed orti. Le statistiche riportano infatti un incremento dei seminativi irrigui dai 400 ai circa 10.000 ettari. Persistono, anche se ridotte in estensione, le coltivazioni foraggere, i pascoli ed i seminativi di altopiano calcareo e di dolina con circa 11.000 ettari. Persiste infine l’agrumeto (Rodi Garganico) a regime irriguo.

Le estensivizzazioni riguardano prevalentemente la rinaturalizzazione legata all’abbandono di aree agricole collinari, submontane e dei grandi altopiani carsici, dove i boschi e gli ambienti seminaturali a vegetazione arbustiva e/o erbacea triplicano, passando dai 39.000 ettari del 1962 ai quasi 109.000 ettari nel 1999. Elementi di criticità sono la frammentazione fondiaria con dimensioni delle aziende piuttosto ridotte, la gestione non adeguata delle superfici a foraggere permanenti e a pascolo con relativi fenomeni di erosione, il sovrasfruttamento agricolo delle coste, la bassa diversificazione delle attività delle imprese agricole (agriturismo e artigianato), le tecnologie spesso non avanzate, il modello agricolo prevalente di tipo estensivo con una produttività generalmente bassa basata su colture cerealicole e pascoli, l’età degli agricoltori mediamente elevata (pur con significative eccezioni), la limitata presenza di aziende di trasformazione (in particolare caseifici e macelli), l’inadeguata raccolta e trasformazione dei prodotti del bosco e la relativa commercializzazione, la scarsa diffusione di tecniche di produzione agricola biologica ed integrata, il recupero ambientale di aree in abbandono ed incolte da incrementare.

Caratteristiche Patrimoniali

Il Gargano presenta una notevole varietà di paesaggi, in ragione della sua articolata morfologia e pedologia: attorno ad una vasta area boscata, che comprende, nella parte centrale ed orientale, i boschi Spigno, di Manfredonia, Quarto, Sfilzi, Iacotenente e la Foresta demaniale Umbra, con una serie di pinete che arrivano fino al mare, il tratto distintivo dell’interno del promontorio sono storicamente i pascoli arborati. Il seminativo è ridotto ad alcune conche – come il bacino dell’ex lago di Sant’Egidio – e ad alcuni pianori vallivi, come la valle di Carbonara. La fascia costiera è caratterizzata dalla presenza dell’oliveto che, nei pendii meridionali, è frequentemente disposto su terrazze artificiali, che ospitano, in prossimità di Monte Sant’Angelo, anche povere colture orticole.

Tra Vico, Rodi e Ischitella alcune centinaia di ettari ospitano un’interessante oasi agrumaria, che “costruisce” un paesaggio del tutto particolare, con muretti e filari frangivento e con canalette di distribuzione delle acque di irrigazione. Nelle aree di pianura a sud del lago di Lesina prevalgono invece le colture orticole a pieno campo e il seminativo irriguo che ospita frequentemente culture industriali (pomodoro). Si tratta di un assetto che è frutto di trasformazioni che si fanno particolarmente intense negli ultimi 250 anni. Gli intensi disboscamenti che si succedono nel secondo Settecento e durano, con minore intensità, per tutto il secolo successivo, permettono di ricavare terreni coltivabili a seminativo, che beneficia anche della forte riduzione delle aree a pascolo.

Significativa è anche, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, la trasformazione olivicola che caratterizza le aree collinari più antropizzate. La situazione muta a partire dagli anni Sessanta del Novecento, quando l’abbandono dei seminativi di montagna o di alta collina ha portato a diffusi fenomeni di rinaturalizzazione spontanea, con la diffusione del macchioso e del cespuglioso, e in qualche caso di vere e proprie formazioni boschive. Non è semplice comunque, per quanto si è detto, addivenire ad una definizione temporale dei caratteri originari del paesaggio garganico, anche in
ragione della sua articolazione.

Tuttavia, se si pone mente anche alle recenti trasformazioni, tipiche della montagna peninsulare italiana, anche in questo caso si potrebbe indicare nell’Ottocento il periodo della più importante elaborazione di tratti significativi dei paesaggi contemporanei del promontorio, nel quale, a differenza del Tavoliere e del resto della “grande Puglia”, la proiezione sull’economia agricola verso il mercato è, comunque, più ridotta. La recente crescita della superficie boscata e macchiosa si accompagna ad una sua ridotta redditività economica: scomparsa da tempo la pratica dell’incisione del frassino e del pino zappino, e dal dopoguerra la produzione di carbone, si è ridotta drasticamente anche la produzione di legname da costruzione e di legna da ardere. Insieme agli ancora limitati proventi del turismo naturalistico, è il pascolo la risorsa più importante della vasta area interna.

Non molto più redditizia si rivela l’economia olivicola, a causa delle rese non elevate e della dinamica dei prezzi dell’olio. Storicamente, non si può separare nettamente lo spazio garganico dalla pianura del Tavoliere, non solo nelle aree immediatamente contigue. Alcuni comuni, collocati sul “terrazzo” occidentale, hanno parte del loro territorio in pianura, anche se spesso la proprietà della terra è passata agli abitanti dei centri del Tavoliere, in cui si sono trasferiti molti proprietari garganici. Inoltre, storicamente una parte del personale fisso delle masserie di tutta un’ampia fascia di territorio che va da San Severo e Torremaggiore fino a Foggia e Manfredonia proveniva dai centri del Gargano occidentale, da San Nicandro Garganico a San Marco in Lamis. Questi flussi di manodopera, già ridotti dalla meccanizzazione, si sono interrotti del tutto nei decenni passati, dacché i garganici sono stati sostituiti da lavoratori extracomunitari. Dal punto di vista della proprietà, non sembra molto cambiata la situazione descritta da Osvaldo Baldacci nell’inchiesta sulla casa rurale coordinata da Colamonico Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere” circa mezzo secolo addietro: frazionamento eccessivo dei pochi terreni coltivabili, magro latifondo ove prevalgono gli incolti, grandi proprietà, principalmente di enti, dove c’è il bosco.

Nonostante la bassissima percentuale di popolazione sparsa, merita una particolare attenzione la trama delle costruzioni rurali che punteggiano il territorio garganico. Non più abitate le dimore trogloditiche (grotte) che ancora alla fine degli anni Sessanta Baldacci segnalava diffuse in numerosi centri (da Peschici a Monte Sant’Angelo), generalmente buona parte dell’edificazione rurale è costituita da dimore elementari con due ambienti giustapposti e, più raramente, sovrapposti, spesso con i caratteristici comignoli. Nelle aree di cultura legnosa, soprattutto nel Gargano settentrionale, l’edificio rurale acquista maggiori dimensioni (casino), componendosi generalmente di pian terreno, in cui sono collocati il magazzino e la stalla, e piano superiore, cui si accede tramite una scala esterna e in cui si trovano la cucina e la camera da letto. In alcune aree del pedemonte garganico meridionale e nell’area ischitellana, in cui sono promiscui l’allevamento e la olivicoltura, l’edificio rurale è più spesso denominato masseria, con i vani terreni un tempo adibiti a stalla o a trappeto. Nelle aree di allevamento, alla casa del pastore, ad un piano fuori terra, è collegato un recinto in pietra a secco o legata con malta per il ricovero degli animali (sgariazzo).

Nelle aree di terrazzamenti del Gargano meridionale, a colture legnose, si ritrovano case-torri, di limitata superficie, con un pian terreno, con una sola apertura e senza finestre, e un piano superiore raggiungibile con una scala esterna. La masseria cerealicolo-pastorale del Tavoliere, con ovili e rustici separati, si ritrova quasi solo nell’area retrostante il lago di Lesina e nella piana manfredoniana. Di molto ridotto è il numero delle tipiche dimore temporanee garganiche, le “pagghiare” (ne rimangono, in aree pastorali, solo alcuni esemplari in pietra). Di un certo rilievo sono anche i muretti a secco (macere) di divisione dei terreni e i “cutini”, vaste cisterne artificiali cintate e foderate con pietre a secco, presenti nelle aree interne per la raccolta delle acque piovane e superficiali. Nel settore che dalle colline di San Nicandro Garganico scende verso i laghi un certo rilievo ha avuto, infine, l’intervento della bonifica, di cui rimangono alcuni interventi edilizi significativi.

Elementi di significatività del paesaggio storico

La ricerca applicata all’indagine sul comprensorio del Feudo di Belvedere vedeva sin dalla sua origine
un peculiare interesse: fu indirizzata, in particolar modo, al periodo medievale per cui il lavoro svolto
sulla documentazione d’archivio è avvenuto, principalmente, presso la biblioteca del dipartimento di
paleografia e medievistica dell’Università degli Studi di Bologna, ma anche presso l’archivio del museo
diocesano di San Severo, Foggia, presso la biblioteca civica di Apricena e presso l’archivio del
comune di Apricena. Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
Elaborazione dossier: ph. d. Felice Stoico per Ente Parco Nazionale del Gargano Ente Capofila Protocollo di intesa: ASP dr V. Zaccagnino
10
Durante questa prima fase della ricerca si è svolto un metodico lavoro di indagine sulla
documentazione d’archivio inerente, nello specifico, l’area del sud Italia ed in particolare, sul “Ducato
di Benevento” e sul “Catapanato d’Italia”, per quanto concerne la lotta tra i bizantini ed i longobardi,
quindi il periodo altomedievale, mentre per i secoli centrali del medioevo, nella seconda fase della
ricerca d’archivio, la documentazione inerente il periodo di dominazione normanna e quindi le
successioni al trono del regno del sud Italia, della dinastia sveva, angioina, ed aragonese.
Andando nello specifico abbiamo proceduto con l’analisi dei documenti inerenti, quindi nella prima
fase analizzando i tre volumi del Chronicon Volturnense del monaco Giovanni, a cura di V. Federici,
per quanto riguarda i possedimenti dell’abbazia di San Vincenzo al Volturno sul bacino del lago di
Lesina, indagando sull’unico caso d’incastellamento della seconda metà del X secolo, riferito ai
longobardi di Benevento, noto dalla documentazione d’Archivio per tutta la Puglia1
; mentre per l’analisi
sulla fase bizantina, in particolare sulla fase,della prima metà dell’XI secolo, del regno di Basilio II,
nello specifico sull’opera di riconquista, tramite la costruzione di fortificazioni sull’altotavoliere, da
parte del Catapano Basilio Baioannes, abbiamo analizzato il Syllabus Membranarum graecarum, a
cura di F. Trinchera.
Successivamente abbiamo analizzato i tre volumi del Codice diplomatico del monastero benedettino
di Santa Maria di Tremiti, a cura di A. Petrucci, per quanto concerne l’indagine sulla nascita del
Castellum Precine, l’evoluzione dei “casali” dipendenti dall’abbazia di San Giovanni in Piano e della
nascita dello sviluppo e della decadenza dell’abbazia.
Ancora sull’abbazia di San Giovanni in Piano, per via della sua unione nel XV secolo con il monastero
della SS. Trinità di San Severo, abbiamo voluto, mutando la strategia, indagare, presso l’archivio del
Museo diocesano di San Severo2
, la “Platea autentica del regal monastero della SS. Trinità dei PP.
Celestini di S.Severo”, redatta per ordine dell’abate Gregorio Vasquez de Acugna nel 1737.
Lo studio delle fonti archivistiche ci ha fornito un importante contributo per la ricostruzione della
topografia storica fra X e XIV secolo, sul territorio del comune di Apricena, come vedremo
successivamente nel paragrafo dedicato alla cartografia storica.
In questa fase, oltre all’analisi topografica, si è cercato di dare il massimo dell’attenzione
all’identificazione di siti fortificati noti dalle fonti e soprattutto dell’economia che gravitava attorno ad
essi ed ai possedimenti benedettini come l’allevamento, la pesca e la produzione cerealicola
riguardante l’attività dei mulini, già in uso nella fase di X secolo del Castellum Caldoli, i quali furono
causa di accese discordie tra le abbazie benedettine di San Giovanni in Piano Santa Maria delle
Tremiti.
Nella seconda fase si è scelto di approfondire l’indagine sul medioevo e quindi sulle fonti d’archivio
riguardanti l’evoluzione della dominazione normanna, come la raccolta dei “Monumenta Germanie
Historiae”, da cui abbiamo analizzato Lupus Protospatarius, Rerum in regno Neapolitano breve
chronicon o Annales, ed G.H.Pertz. L’altra grande raccolta da cui abbiamo analizzato il Chronicon
breve Northmannicum, è quella dei “Rerum Italicarum Scriptorem”.
Per la fase sveva e quindi per l’analisi sull’incastellamento federiciano, abbiamo analizzato il volume
intitolato “Foggia e la Capitanata nel Quaternus excadenciarum di Federico II di Svevia”, a cura di G.
De Troia, reperito, solo quest’ultimo, presso la biblioteca civica di Apricena.
La storia del paesaggio storico di Belvedere è strettamente connessa alla documentazione d’archivio
inerente i Cavalieri Teutonici e Federico II.
Gran parte del materiale documentario che dopo la soppressione degli Ordini religiosi all’inizio del
secolo XIX era stato riunito nell’Archivio di Stato di Napoli, è andato distrutto nel 1943 a causa di un
incendio causato da soldati tedeschi. Dal momento che non esistono fotografie o microfilm della
maggior parte delle pergamene divorate dalle fiamme, il contenuto di quelle non edite prima del 1943
deve essere ricercato nei lasciti di eruditi e studiosi che se ne occuparono precedentemente,
trascrivendone i testi o riassumendone il contenuto in regesti; a questo si aggiunge qualche
ritrovamento, più o meno casuale, di altre tracce documentarie, per esempio nell’inventario

1
LICINIO, 1994.
2
San Severo, situato a 10 km in direzione sud-est da Apricena, è sede dell’attuale diocesi. Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
Elaborazione dossier: ph. d. Felice Stoico per Ente Parco Nazionale del Gargano Ente Capofila Protocollo di intesa: ASP dr V. Zaccagnino
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settecentesco dell’archivio di S. Leonardo di Siponto, pervenuto alla Biblioteca arcivescovile di
Brindisi.
Per quanto riguarda la presenza dei cavalieri teutonici in Puglia, alcuni anni fa furono rinvenute, dal
prof. Hubert Houben, trascrizioni di pergamene napoletane, effettuate nel 1876 da Julius Ficker,
conservate nella Biblioteca Universitaria di Graz (Austria), e regesti redatti intorno all’anno 1900 da
Heinrich Volbert Sauerland, custoditi presso l’Archivio Centrale dell’Ordine Teutonico a Vienna.
Successivamente nell’Archivio di Stato di Napoli furono ritrovati, sempre dal prof. Hubert Houben,
regesti redatti nel 1904 da Riccardo Bevere, nonché trascrizioni effettuate nel 1846-47 da Gennaro
Russo e Giuseppe de Flora, due allievi della Scuola di paleografia e diplomatica dello stesso Archivio.
Nella Biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria furono individuate ulteriori trascrizioni
commissionate da Giustino Fortunato intorno al 1900. Sempre presso la Biblioteca della Società
Napoletana di Storia Patria, seguendo un’indicazione di Stefano Palmieri, fu di recente scoperto,
ancora dal dal prof. Hubert Houben, nel Fondo Giuseppe Del Giudice copie notarili seicentesche di
documenti teutonici.
Ancora sulla fase sveva ma nello specifico per quanto concerne gl’insediamenti fortificati, gli ospedali
ed i possedimenti dei cavalieri teutonici, abbiamo analizzato il Regesto di San Leonardo di Siponto, a
cura di F. Camobreco, che ci ha restituito la figura di “fra’ Roberto de Precine”, importante traccia di
un frate apricenese del XIII secolo, appartenente all’ordine dei cavalieri teutonici con sede presso
l’abbazia di San Leonardo di Siponto.
Proseguendo l’analisi si è concentrata sulla fase d’incastellamento angioina, ancora presso il
dipartimento bolognese di paleografia e medievistica, analizzando il Codice diplomatico del regno di
Carlo I e II d’Angiò, a cura di G. Del Giudice.
Infine l’analisi si è svolta presso l’archivio del comune di Apricena analizzando IX pergamene, sui
privilegi emanati per Apricena, ed alcuni documenti vari su sentenze demaniali, databili tra il XIV
secolo ed il XVI secolo.
2.2 Belvedere, un fondo rustico del Patrimonio di San Leonardo di Siponto
L’importanza del feudo di Belvedere la si evince soprattutto grazie alla quantità di dati, provenienti da
documentazione d’archivio che ci descrivono l’estensione del tenimento e la composizione del fondo
rustico, ovvero case, terreni, colture e rendite.
I dati quantitativi sulla capacità economica e territoriale del feudo, provengono principalmente da un
manoscritto: il “Cabreo di San Leonardo delle Mattine”3
.
L’abbazia di San Leonardo di Siponto, meglio nota come S. Leonardo “delle Matine” o altrimenti detta
di “Lama Volara” a partire dal 1484, quando cioè per volontà di papa Innocenzo VIII viene
commendata divenendo uno strumento nelle mani dei cardinali del Sacro Collegio, che ne assegnano
il patrimonio di volta in volta a personaggi di famiglie italiche4
.
Durante il XVI secolo i beni dell’abbazia sono amministrati dalla potente famiglia Gaddi, fiorentina,
che con Nicola e Taddeo, zio e nipote, ricoprono il titolo di abati fino al 1560; successivamente, dal
1561, viene affidata al cardinale Nicola Caetani di Sermoneta, capostipite di una famiglia che conserva
la gestione dell’abbazia, almeno sino agli agli anni ’20 del XVII secolo, avvicendando tre abati (dal
1586 Enrico, che rinunzia quasi subito in favore del nipote Bonifacio e dal 1608 Luigi). In pieno ‘600
l’abbazia passa alla famiglia Barberini che ne amministra i beni fino ad oltre il 1670. Poco si conosce

3VENTURA 2000. Il codice, cartaceo, fu fatto redigere, agli inizi del XVII secolo, da don Lucio de Amore, agente generale dell’abate Luigi
Castani, per potere disporre di un elenco dei beni dell’abbazia e relativi censi. Misura mm. 420 x 280 e conta 233 carte, scritte sul recto e
sul verso, provenienti tutte dalla medesima cartiera, come si evince dalla filigrana: unica eccezione i due fogli di guardia e quelli numerati
da 56 a 62, appartenenti al quaderno riguardante la lunga controversia intercorsa con l’abate di San Giovanni in Lamis, per il diritto di
pascolo nel territorio di Coppa di Mezzo. Sono di colore azzurrino, hanno il formato di mm. 330 x 220 e vennero compilati in data assai
posteriore rispetto al documento principale, perché sotto il titolo Platea dè beni della Commenda de S. Lionardo delle Mattine, è riportata la
data 1799.
4
CAMOBRECO 1913. SPEDICATO 2000. Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
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sugli abati tra il XVII ed il XVIII secolo, per via della scarsità delle fonti fino ad arrivare al 1809, anno
in cui vie soppressa a causa del decreto Gioacchino Murat5
.
La chiesa di San Leonardo in Lama Volara, sorta iuxta stratam peregrinorum inter Sipontum et
Candelarium, è con l’annesso convento dotato sin dai primordi di una domus hospitalis allestita ad
susceptionem pauperum una mirabile testimonianza di chiesa di pellegrinaggio6
.
Le vicende patrimoniali dell’abbazia sono risultate utili all’indagine per una valutazione più
complessiva sull’evoluzione e sulla gestione della proprietà ecclesiastica in località Feudo di
Belvedere, tra il XVII ed il XVIII secolo7
.
La descrizione dei beni abbaziali non osserva l’ordine alfabetico né geografico ma riproduce la
disposizione topografica dei documenti all’interno dell’archivio: dall’esame dei possedimenti situati nel
territorio prossimo alla chiesa si passa a considerare quelli ubicati in Capitanata8
.
Il Fegodo di Belvedere9
si collocava tra i fondi rustici in direzione del Gargano insieme a masseria del
Candelaro, Coppa di Mezzo e Macerone.
I dati agrari e finanziari di primo ‘600 del cabreo, confrontati con altri di fine secolo della Visita di
Foggia ed i settecenteschi dell’Archivio Farnesiano, consentono di accertare e confermare il
progressivo prevalere dell’allevamento sulla cerealicoltura per l’intero periodo10
.
“Nelle pertinentie tra la terra dell’Aprocina et la terra di Santo Nicandro et proprie verso levante,
in confini del lago di Lesina, v’è un feudo nominato de Bello Vedere, il quale per cognitione de scritture
antiche se trova essere de carra cinquanta de territorio, il quale sta in provincia de Capitanata et
fu donato alla religione seu convento Sancte Marie Theutonicorum, hora detto l’abbatia de
Sancto Lonardo, da Matteo Gentile conte di Lesina, ch’allora era casale detto de Bantia, che si
conservano in carta bergamena dette donationi confirmate con privilegio speciale da re Manfredi,
rinovando li privilegi et confirmationi fatteli da Federico secondo suo padre.”11, così nel Cabreo
viene riportata la descrizione del posizionamento geografico del “feudo nominato de Bello Vedere”.
Il fondo rustico del feudo Belvedere come precedentemente riportato si stendeva su di una superficie
di carra12 50, 1234, 56 ettari, aveva una rendita annuale di 50 ducati e tra i beni immobili vi era il fiume
“Apri”, mentre la conduzione del feudo privilegiava il pascolo.
La divisione topografica del feudo riportata nel Cabreo13 ci permette di avere, insieme alla cartografia
(c.68), una visione abbastanza dettagliata dei confini territoriali dell’area di Belvedere: “Il primo titolo
sta posto dentro il fiume detto Acquacalda verso levante, et da detto titulo per passi 36 si arriva al
secondo titulo, che sta posto in mezzo la via che va dalla Procina a Rodi et continuando per detta
via per passi 1200, si arriva al terzo titulo, dal quale rivoltando verso ad alto per una valle detta de
Perrosa, s’arriva al quarto titulo per passi 660, s’arriva al quinto titulo et continuandol’istesso
camino per detta valle per passi 912, s’arriva al sesto titulo, dal quale rivoltando a mano destra per
la via che viene da Santo Nicandro et va a Santa Maria della Rocca per passi 138, s’arriva al settimo
titulo, che vi è una piscina seu cisterna d’acqua et continuando per detta via verso ponente per passi
396, s’arriva al’ottavo titulo, dal quale continuando, s’arriva per passi 210 alla detta Santa Maria della
Rocca et avanti al cancello vecchio, dove sta una croce, si trova il nono titulo et continuando detta
via per passi 240, s’arriva al decimo titulo, dal quale continuando per passi 330, se finisce la suddetta
via e s’arriva all’undecimo titulo, al quale rivoltando a man destra verso il molino di Caudola per
passi 144, s’arriva al duodecimo titulo, et seguitando la medesima linea per passi 570, s’arriva al
tertiodecimo et ultimo titulo, dal quale per derettura per passi 390 s’arriva al titulo che s’è narrato

5
SPEDICATO 2000.
6
D’ARDES 2000.
7
SPEDICATO 2000.
8
VENTURA 2000. Nell’ordine Ascoli Satriano, Aquila, Barletta, Foggia, Troia, Propina, San Severo, Andria, Melfi, Pescopagano, Rutigliano,
Ostuni, Manfredonia e Vico, Vieste, Carpino, San Giovanni Rotondo, Mote Scaglioso, Bari, Modugno. La platea è inoltre corredata delle
venti tavole topografiche dei fondi rustici esaminati.
9 Cabreo, C. 68, foglio intero piegato.
10 VENTURA 2000.
11 Cabreo, C. 63 r. e v. (feudo di Bello Vedere)
12 VENTURA 2000. Carro: misura di superficie ( ha 24,6913). Si divideva in 20 versure e ciascuna di esse in 3 tomola, o in 4 moggia, o in 36
catene, o in 60 passi.
13 La descrizione dei confini del fondo rustico è fatta attraverso il calcolo della distanza in passi, tra i “tituli confinari”, cippi confinari con la T
incisa, dei cavalieri teutonici. Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
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13
di sopra che sta posta nella via che va dalla Procina a Rodi. Et di tutto detto feudo cossi titulato, sen’è
formata la seguente pianta che per essere questo feudo per la maggior parte boscoso s’è scandagliato
il contenuto d’esso che sia in circa carra quaranta sette.
Pianta del Cabreo – fegodo di belvedere XVII secolo
L’area sottoposta ad analisi ha dimostrato di avere sin dalla preistoria una forte presenza insediativa,
ma il popolamento più importante, dal punto di vista del dato quantitativo, nell’arco diacronico lo
riscontriamo durante il medioevo in seguito all’impianto di celle monastiche da parte delle grandi
abbazie benenedettine14
.
A partire dall’alto medioevo, ma anche nel pieno X ed XI secolo l’area del bacino lagunare di Lesina
ha visto avvicendarsi dapprima le grande abbazie dell’Italia centro-meridionale come Montecassino,
San Vincenzo al Volturno, Santa Sofia di Benevento, San Clemente di Casauria e poi le abbazie locali
come Santa Maria delle Tremiti, San Giovanni in piano, Santa Maria di Ripalta e San Leonardo di
Siponto che tra l’alto medioevo ed il pieno medioevo si succedono nei possedimenti territoriali15
.

14 La presenza longobarda sul territorio di Apricena è attestata e fa riferimento ai possedimenti dell’abbazia di San Vincenzo al Volturno sul
bacino del lago di Lesina.Il primo documento su questi insediamenti risale all’incirca all’800 e riguarda una donazione fatta da un ricco e
nobile longobardo, Rade-prando, figlio di Radeprando, che, dopo che la moglie Scumperga si è fatta monaca in un monastero di proprietà
di San Vincenzo al Volturno, e «cogitans diem mortis mea», dona, insieme ad altri suoi possessi a Lucera, Torcine (Venafro), Siponto,
Canosa, Benevento, Telese, Paolisi (Bene-vento), Vairano e Prisciano (Sessa), tutta la sua ricca peschiera e la foce del lago di Lesina.
Trattasi della foce di San Focato del fiume Lauro (come indicato dai docc. 131,128 e 132 dello stesso Chronicon).È questo, probabilmente,
almeno sul Lauro, il primo insediamento di San Vincenzo. Come di consueto per i tempi, il monastero vi fonda una sua cella, San Focato,
per amministrare questi beni, che sono destinati ad accrescersi nel tempo con altre donazioni (come il gualdo di San Vincenzo, ricordato
nel documento di Montecassino circa la composizione della vertenza dei confini con San Vincenzo). Questi possedimenti confinano con
quelli dell’abbazia di Montecassino e sono causa di qualche attrito e del conseguente contenzioso tra le due grandi abbazie imperiali
dell’Italia meridionale. Il contenzioso viene poi composto dall’accordo sottoscritto fra i due abati tra il 914 e il 934. Come ricordato, prima del
977 la cella di San Focato passa a Montecassino, anche se la foce, detta di San Focato, resta a San Vincenzo.Ma, dove si sviluppa
principalmente San Vincenzo è presso un altro importante fiume del lago di Lesina, il Caldoli. Questi possedimenti si sviluppano intorno alla
chiesa di San Giovanni, edificata da San Vincenzo ai piedi del monte (colle Castelluccia UT3 e UT5 ), in contrada Caldoli (San Nazario
UT12 ) e sono costituiti da terre, vigne, peschiere, muriceti, mulino, prati, pascoli e boschi, sia in pianura che sui monti, case, casalini, corti,
castelli (sul monte sopra il mulino del Caldoli e sul monte sopra la chiesa di San Giovanni), e castri, con tutte le loro pertinenze.
15 CORSI 1981 Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
Elaborazione dossier: ph. d. Felice Stoico per Ente Parco Nazionale del Gargano Ente Capofila Protocollo di intesa: ASP dr V. Zaccagnino
14
Nel caso dell’area del Caldoli, è proprio grazie alle avanzate conoscenze dei monaci di San Vincenzo
al Volturno che verso la fine dell’alto Medioevo, si ha un importante sviluppo economico.
Qui nella seconda metà del X secolo, troviamo un “Castellum”
16, esempio precocissimo per la Puglia
di forme di accentramento murato. Il Castellum era tra i possedimenti di San Giovanni in Caldoli, cella
monastica di San Vincenzo al Volturno, più volte citata nel Chronicon Volturnense17
.
Per la collocazione topografica, allo stato attuale abbiamo ancora solo deboli ed ipotetiche tracce
provenienti dai Toponimi come il Mulino di Caldoli, dove ancora si conservano le strutture di un mulino
e della sorgente di Caldoli, sorgente di acqua calda che ancora oggi nasce nei pressi della chiesa di
San Nazzario.
Altri dati acquisiti provengono dalle ricognizioni archeologiche sistematiche che hanno portato
all’individuazione18 in prossimità di colle Castelluccia, quota 134 metri, di una grande concentrazione
di materiale fittile di età medievale, che ci fa ipotizzare una frequentazione dell’area durante il pieno
medioevo. É stata rinvenuta anche una moneta longobarda riferibile alla prima metà del IX secolo che
riporta l’effige del principe di Benevento Sicone e dall’altro verso una croce con l’iscrizione tipica
longobarda dell’arcangelo Michele.
Nell’area di Colle Castelluccia, abbiamo verificato anche l’esistenza di una strada carreggiata lungo
l’antico tracciato proveniente da Apricena che prosegue verso colle Castelluccia e poi verso la strada
litoranea.
Sempre nel quadro del popolamento dell’area di località “Feudo”, va collocato il villaggio ipogeico di
valle scura19. Si tratta di un insediamento sparso, collocato lungo valle scura, detta anche valle del
pellegrino, formato da più nuclei insediativi a pianta semicircolare la cui particolarità è di essersi
sviluppati in cavità ipogeiche. Sedili, fori di aerazione, numerosissime nicchie e piccole cavità nelle
pareti qualificano, unitamente agli aspetti plani-volumetrici, un uso funzionale e verosimilmente
abitativo del complesso sul quale restano ancora degli interrogativi circa gli ambiti cronologici di
frequentazione. Il quadro insediativo medievale dell’area è segnato comunque da una notevole
articolazione, a cui potrebbe, dunque, rapportarsi anche una forma di occupazione di tipo rupestre.

16 Il Castellum caldoli, situato nel territorio di pertinenza dell’abbazia di San Vincenzo al Volturno contava ed esercitava poteri di signoria
fondiaria su numerosi possedimenti tra cui la chiesa di S. Giovanni in Caldoli, presso l’omonimo corso d’acqua. L’area del castellum caldoli
fu importante per l’economia di San Vincenzo al Volturno ma, come si evince dalle fonti lo fu ancor di più per l’economia di San Giovanni in
Piano. Ancora nel 1100 e nel 1116 i figli di Petrone Rago, Roberto e Raone confermano la donazione anche se si accenna solo al Caldoli
ed al “castro” di San Trifone. Ma importante è il documento dell’ottobre del 1156, preso dal codice diplomatico del monastero di Santa Maria
delle Tremiti, quando proprio nel “castello Precine” , venne definita una controversia tra San Giovanni in Piano, presente l’abate Pietro, e il
monastero di S. Maria di Tremiti, nella persona dell’abate Berelmo, per una diga che aveva fatto costruire l’abate Pietro e che diminuiva
l’afflusso dell’acqua al mulino sul caldoli , di proprietà di S. Maria delle Tremiti almeno dal 1069, anche se il conte Guidelmo di Lesina poteva
usufruirne per la macerazione del lino. La coltivazione del lino fu un’altra attività economica documentata per l’area del Caldoli, sia per il
conte di Lesina che per gli abati di S. Maria delle Tremiti e di S. Giovanni in piano, infatti causa di continue discordie tra le parti, per l’utilizzo
appunto dell’acqua del caldoli utile per l’operazione di macerazione. Questo caso rappresenta per la Puglia l’unico caso d’incastellamento
attestato dalle fonti nella seconda metà del X secolo.
17 FEDERICI 1925-1938.
18 Descrizione unità topografica: L’unità topografica in esame è situata in località campo di pietra, quota 42mt circa 6,5 km da Apricena.
Per la sua indagine è stata effettuata una ricognizione sistematica di superficie, per file parallele. Il campo presenta una convessità artificiale
nella parte sud-est; proprio in prossimità di questa collinetta l’enorme concentrazione di materiale fittile si fa più fitta e le classi ceramiche
rinvenute, da una prima analisi,ci fanno ipotizzare una frequentazione anche durante il periodo medievale. E’ stata anche rinvenuta durante
la ricognizione una moneta longobarda riferibile alla prima metà del IX secolo che riporta l’effige del principe di Benevento Sicone e dall’altro
verso una croce con scritto arcangelo michele. Interessante ritrovamento in quanto potrebbe essere correlato, ancora da verificare, all’area
di colle castelluccia, quota 134mt.
19 Descrizione unità topografica: L’unità in discussione è rappresentata da una serie di grotte artificiali a pianta rettangolare provviste di
un foro per l’aerazione distribuite a semicerchio. Le grotte hanno una lunghezza che varia da 4/5 mt fino a 12 mt circa. Al centro di questo
complesso si trova una grotta più grande lunga 20mt e larga 18mt alla quale si accede tramite quattro cavità artificiali parallele lunghe 15mt
per 4mt circa. L’altezza delle grotte è variabile dai 2mt ai 3/4mt. Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
Elaborazione dossier: ph. d. Felice Stoico per Ente Parco Nazionale del Gargano Ente Capofila Protocollo di intesa: ASP dr V. Zaccagnino
15
Valle scura, detta anche Valle del Pellegrino
Tuttavia, è con i Cavalieri Teutonici che le dinamiche insediative del Feudo di Belvedere hanno uno
sviluppo anche sul paesaggio agricolo. L’Ordine Teutonico era un ordine religioso-militare in
prevalenza costituito da cavalieri-monaci tedeschi. Le sue origini risalgono a un ospedale da campo
per crociati tedeschi, nato nel 1189/90 presso Acri, trasformatosi prima in una confraternita, poi in
ordine ospedaliero (1196), e infine, nel 1198 in ordine religioso-militare sul modello dei Templari e dei
Giovanniti. Il suo nome ufficiale, Ordine dei fratelli della casa ospedaliera di Santa Maria dei Tedeschi
a Gerusalemme («Ordo fratrum domus hospitalis S. Marie Teutonicorum in Jerusalem»), rimandava
a un ospedale tedesco di Gerusalemme, fondato nella prima metà del secolo XII e scomparso dopo
la conquista della Città Santa da parte del Saladino nel 1187.
I primi insediamenti dei cavalieri teutonici in Puglia ebbero sede nei due principali porti d’imbarco per
la Terrasanta, ovvero Brindisi, dove nel giugno 1191 è attestato un ospedale tedesco appena costruito
(«hospitalis Alamannorum, quod in Brundusio noviter est constructum»), e Barletta, dove i teutonici
intorno al 1204 — quindi durante la minorità di Federico II —ottennero l’ospedale di S. Tommaso di
Barletta e altri beni in e nei dintorni di Barletta nonché a Mesagne, probabilmente grazie a Guglielmo
Capparone che tra il 1202 e il 1206 esercitava il potere effettivo alla corte di Palermo in nome del
piccolo sovrano svevo.
L’espansione degli insediamenti teutonici in tutta la Puglia ebbe inizio solo in seguito all’incontro tra
Federico II e Ermanno di Salza, quarto gran maestro e vero artefice della fortuna dell’Ordine
Teutonico, il quale nel 1216, fra le altre cose, ottenne rendite annuali per 150 once provenienti dalla
zecca, dalla dogana e da altri redditi regi a Brindisi, che nel 1221 furono integrate con ulteriori 200
once. Tale notevole entrata di 350 once annue (all’epoca un buon cavallo costava tra 2 e 3 once)
avrebbe in seguito consentito ai Teutonici l’acquisto di beni fondiari in Puglia.
Le prime acquisizioni ebbero luogo nel gennaio 1220 a Belvedere (Bellovidere), alle pendici del Monte
Gargano a sud della laguna di Lesina e non lontano dalla località di Apricena, dove Federico II, giunto
in Puglia (a Troia e Foggia) per la prima volta nel febbraio 1221, nell’aprile 1221 fece costruire una Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
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sua residenza (domus) in cui avrebbe trascorso soggiorni anche piuttosto lunghi. Si trattava
ovviamente di una residenza di campagna in una zona particolarmente addatta al suo passatempo
preferito, la caccia con il falcone, e dove fu istituita poi anche una masseria imperiale, menzionata nel
Quaternus de excadenciis (l248/49).
Gli acquisti di terre e vigne effettuati dal precettore teutonico Gebardo avvennero già nel gennaio
1220, quando Federico Il era ancora in Germania: lo svevo giunse in Italia solo nel settembre di
quell’anno per essere poi incoronato imperatore a Roma il 22 novembre del 1220 da Onorio III. Fu
probabilmente Matteo Gentile, conte di Lesina, a chiamare i Teutonici donando loro beni a Belvedere;
tale donazione fu in seguito (nel 1230) confermata da Federico II. La donazione del conte di Lesina
deve essere avvenuta prima dell’estate del 1220, quando egli partì con otto galee per andare in aiuto
dei crociati di stanza a Damietta. L’iniziativa per gli acquisti, tesi ad ‘arrotondare’ i beni dei Teutonici
a Belvedere, potrebbe essere venuta dal gran maestro Ermanno di Salza il quale, tra il 1217 e
l’autunno 1220 impegnato in Terrasanta, negli anni successivi si sarebbe recato in Puglia di frequente.
Il precettore della domus teutonica di Belvedere, Gebardo, stando al suo nome di chiara origine
tedesca, è attestato in sei atti di compravendita e uno di donazione relativi al gennaio 1220 e in un
altro atto di compravendita del 9 febbraio 1220:

gennaio 1220:
• Adimitius, abitante di San Nicandro, vende per 20 solidi provesini a Gebardo. precettore
dell’ospedale di S. Maria de Alemannis «in casali Bellovidere» una terra «in tenimento Bellovidere».
• Bernardo di Castiglione dona «all’ospedale di S. Maria de Alemannis» nel casale di Belvedere due
appezzamenti di terra.
• Guglielmo, presbitero della chiesa di S. Maria di San Nicola (Varano), con l’assenso dei chierici di
San Nicola «astante domino Ber(nardo) de Castellione», vende per 8 solidi provesini all’ospedale di
S. Maria de Alemannis, «quod situm est in casali Bellividere» una vigna.
• Riccardo pupillus, figlio di Roberto Fasso, abitante di San Nicola (Varano), vende per 20 solidi
provesini al precettore teutonico Gebardo una vigna nel tenimento di Belvedere.
• Pelusus, abitante di San Nicola (Varano), vende per 6 solidi (provesini) a frate Gebardo, precettore
dell’ospedale di S. Maria de Alemannis sito nel casale di Belvedere, una vigna nel casale di Belvedere
vicino la terra di S. Maria de Rocca.
• Claricia, abitante di San Nicandro, vende per 16 solidi provesini a Gebardo, precettore teutonico di
Belvedere, due vigne nel tenimento di Belvedere.
• Atenolfo, abitante di San Nicola (Varano), vende per 22 solidi provesini a frate Gebardo, precettore
dell’ospedale di S. Maria de Alemannis, tre vigne nel tenimento di Belvedere.
9 febbraio 1220:
• Matteo Gentile, conte di Lesina, conferma la vendita, fatta da Bartolomeo de Viculo, cavaliere di
Lesina, abitante di Civitate, residente nel tenimento di Le-sina «in loco, qui dicitur Fusconium», di un
pezzo di terra a Gebardo, precettore teutonico di Belvedere, per 5 once d’oro.
Dal momento che, nei documenti del gennaio 1220 non è specificato il giorno in cui essi furono rogati,
è impossibile stabilire se gli acquisti ivi registrati precedessero o meno la donazione di Bernardo di
Castiglione. La somma spesa dai Teutonici per gli acquisti di terre e vigne presso Belvedere nel
gennaio-febbraio 1220 era di circa 6 once d’oro (92 provesini e 5 once d’oro). Va detto che se in alcuni
documenti del gennaio del 1220 si parla di un ospedale di S. Maria de Alemannis sito nel casale di
Belvedere, ciò non prova l’esistenza di un vero e proprio ospedale (o ospizio) dal momento che, in
molti documenti, «ospedale di S. Maria dei Teutonici» è sinonimo di «ordine dell’ospedale di S. Maria
dei Teutonici», quindi è sinonimo di Ordine Teutonico.
Probabilmente destinata alla domus teutonica di Belvedere era anche l’oblazione del giudice Giovanni
di Apricena e di sua moglie Gemma, effettuata nell’aprile 1224, sebbene nel relativo atto si faccia solo
un generico riferimento alla «Santa Casa ed Ospedale di S. Maria dei Teutonici», cioè all’Ordine Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
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Teutonico. Due anni più tardi, nell’aprile 1226, il sacerdote Amico, arciprete della chiesa di S. Lucia di
Apricena, vendette a fra Gualtiero, precettore dell’ospedale di S. Maria dei Teutonici a Belvedere, una
vigna nel tenimento di Apricena per tre once e mezza d’oro e dieci solidi imperiales; il sacerdote,
inoltre, concedette allo stesso ospedale l’uso di un palm(ento) presso tale vigna, a lui concesso dalla
chiesa di S. Giovanni in Plano per la durata della vita sua e di suo nipote Giacomo figlio di Giuliano.
Da quest’ultimo documento, risulta che al precettore Gebardo, attestato nel 1220, era succeduto a
Belvedere, nel 1226, un altro teutonico di nome Gualtiero. Lo stesso Gualtiero ricevette il 15 giugno
1226 l’oblazione di tutti i beni dei coniugi Baronus e Adelitia, abitanti di Lesina, i quali se ne riservarono
però l’usufrutto vita natural durante; dopo la loro morte questi beni sarebbero diventati proprietà
dell’ospedale di S. Maria dei Teutonici di Belvedere, ad eccezione di quattro bisantii, destinati alla
chiesa di S. Maria di Lesina «et patrono nostro in die obitus nostri».
Forse non è un caso che dopo il 1226 non è più attestato nessun precettore di Belvedere. Ciò potrebbe
essere una conseguenza del fatto che, sin dal 1227, i Teutonici avessero costituito una loro
dipendenza a Foggia, città in cui Federico II nel 1223 aveva fatto edificare un palazzo con annesso
parco istituendovi una vera e propria residenza.
Il primo acquisto fatto dai Teutonici a Foggia (1227) consisteva in una casa e quattro fosse (granarie),
il tutto acquisito per la somma non irrilevante di 15 once d’oro. Nell’anno seguente (1228), un certo
frate Ruggero donò ai Teutonici un suo ospedale che sorgeva alle porte della città, nel sobborgo di
Bassano («ante portam suburbii Bassani iuxta fossatum magnum eiusdem suburbii»). Va notato che
proprio nei documenti del 1228, relativi a tale ospedale, appare per la prima volta un commendatore
regionale dei Teutonici in Puglia, il che significa che ormai si era istituzionalizzato il baliato teutonico
di Puglia il quale sarebbe esistito fino al Quattrocento, quindi ben oltre l’età sveva.
Negli anni tra il 1224 e il 1227/28, dunque alla vigilia della crociata di Federico II, i beni e gli
insediamenti dei cavalieri teutonici aumentarono sia grazie a pie donazioni di laici pugliesi, sia in
seguito ad acquisizioni di terre e vigneti da parte dell’Ordine soprattutto nella Puglia settentrionale. In
quest’aera sorgeva l’importante città portuale di Barletta, da tempo sede degli ordini militari, la quale
sarebbe divenuta il centro dell’Ordine Teutonico in Puglia.
Dopo l’acquisto di terre a Arpi presso Foggia negli anni 1231 e 1233, nel marzo del 1235 è attestata
per la prima volta la presenza di un precettore teutonico a Foggia: si tratta di «frater Iohannes de
Tiano, preceptor domus S. Georgii de Theotonicis in Foggia», certamente di origine tedesca.
I beni che il preceptor Giovanni de Tiano acquisì per l’Ordine erano siti nei sobborghi di Foggia: terre
a Arpi, vigneti a Bassano, la metà di una casa a Maniaporci (l’altra metà di questa casa risultava già
in possesso dei Teutonici), una fossa granaria e terre ubicate presso la strada per Siponto e ad Arpi.
Nei relativi documenti, tutti risalenti al 1235, il ricevente degli acquisti è il precettore di Foggia, mentre
la vendita risulta a favore della domus teutonica di Barletta. Sembrerebbe quindi che la domus
foggiana fosse stata, all’inizio, dipendente da quella barlettana. Dato che nell’aprile 1238 lo stesso
precettore agisce da solo in qualità di acquirente, è possibile che la casa teutonica di Foggia si fosse
nel frattempo emancipata da quella di Barletta, almeno temporaneamente.
Negli anni seguenti, tuttavia, non è attestato alcun precettore della domus foggiana. Infatti assente è
la menzione del precettore in un testamento, redatto nel 1238, in cui il foggiano Tommaso di Milone
lascia all’Ordine Teutonico, fra l’altro, una casa e la metà di un’altra casa, entrambe ubicate «nella
piazza grande di Foggia». Nel 1232 il suddetto Tommaso aveva ottenuto dai Teutonici una casa «ad
habitandum in vita sua» di proprietà dell’Ordine, sita a Foggia e ubicata «iuxta plateam publicam porte
Maniaporci»; nel 1235 l’uomo aveva venduto ai Teutonici un pezzo di terra a Arpi. Non è menzionato
alcun precettore dei Teutonici a Foggia neanche nel 1241, quando «nella chiesa di San Giorgio della
casa dell’Ordine Teutonico a Foggia» venne rogato un accordo (instrumentum compositionis). In
questo atto gli arbitri incaricati della vicenda accoglievano il ricorso del frate teutonico Ugo,
procuratore dell’Ordine Teutonico, contro i chierici della chiesa maggiore di Foggia (S. Maria) i quali,
in seguito a un accordo stipulato con il frate teutonico Guglielmo e ora dichiarato invalido, avevano
preso possesso della quarta parte dei beni che nel suo testamento Tommaso di Milone aveva
destinato ai Teutonici. Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
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I beni acquistati dall’Ordine Teutonico a Foggia al tempo di Federico II, di cui si sono conservate tracce
documentarie, erano i seguenti:
• 1227: una casa e 4 fosse (graziarle) a Foggia (da Scerio e sua moglie Alvisia); prezzo: 15 once
d’oro.
• 1228 luglio: «due quarte parti di un forno e di una casa (…) in Foggia» (da Gilio e Roberto Zuccolani);
prezzo: 24 once d’oro.
• 1231 ottobre, Foggia: «petiam terre in Arpo» (da Leo. figlio di Landulfo di Giovanni de Bruna e sua
moglie Frescarosa, di Foggia); prezzo: 8 ¼ once d’oro, pagato dal frate teutonico Berardo «ordinato
super capella imperiali».
• 1233 luglio, Foggia: «petiam de terra in Arpo» (da Andrea, Leonardo e Donnana, figli di Giovanni de
Andrea, e da loro madre Nobilia, di Foggia); prezzo: 7 once d’oro, pagato da frate Aligona (Aligoz),
precettore della domus teutonica in Corneto.
• 1234 giugno: «un pezzo di terra in Valle di Pietro territorio di Foggia» (da Andrea, figlio di Giovanni
Andrea, e sua madre Nobilia); prezzo: 12 once d’oro.
• 1234: «un pezzo di terra in Arpo» (da Tomaso de Milone e sua moglie Galgana); prezzo: 8 once
d’oro.
• 1235 marzo, Foggia: «petiam de terra in Arpo» (da Tommaso de Milone e sua moglie Galgana, di
Foggia); prezzo: 19 once d’oro, pagato da Giovanni de Tiano, precettore teutonico.
• 1235 aprile, Foggia: «vineas in Bassano» (da Lorenzo de Vitali, suo figlio Nicola, e la moglie Purpura,
di Foggia); prezzo: 24 once d’oro, pagato da Giovanni de Tiano, precettore «domus S. Georgii
Theutonicorum in Fogia».
• 1235 aprile. Foggia: «medietatem domus cum medietate furni, foveam unam ante cantonem ipsius
domus sitas in suburbio Maniaporci» (da Leonardo Nicolay de Radulfo e sua moglie Diana, di Foggia),
prezzo: 10 (o 12) once d’oro, pagato da Giovanni de Tiano, precettore «domus S. Georgii de
Theutonicis».
• 1235 aprile, Foggia: «petiolam terre in pertinentiis Fogie in loco, ubi dicitur Vallis Petri de Sica» (da
Scotta, figlia di Ruggero de Peregrino, di Foggia), prezzo: l oncia d’oro, pagato da Giovanni de Tiano,
precettore «domus S. Georgii de Theutonicis in Fogia».
• 1235 aprile, Foggia: «tres petias terre, quarum due sunt in Arpa et extra Arpum et tercia est prope
Fogiam iuxta stratam Siponti» (da Robertus de Churileo e sua moglie Smirilia, di Foggia), prezzo: 16
once d’oro, pagato da Giovanni de Tiano, precettore «domus S. Georgii de Theutonicis in Fogia».
• 1238 aprile, Foggia: «petiam terre iuxta stratam Siponti… et iuxta viam, qua itur ad Lamam» (da
Sion de Arraberto [o Arrabito] e sua moglie Scotta [ o Scorta] di Foggia), prezzo: 7 once e 28 tarì,
pagato da Giovanni de Tiano, precettore «domus Theutonicorum in Fogia».

La somma spesa per questi acquisti ammontava a 146 (o 148) once e 5 ½ tarì: si trattava dunque di
un investimento notevole.
Inoltre, fra il 1220 e il 1238, l’Ordine Teutonico investì in Puglia più di 650 once d’oro per l’acquisto di
terre, case, vigne ed altro:
 1220 genn. (San Nicandro), 2 terre e 7 (o 8) vigne a Belvedere, per 92 provesini
 prima di febbr. 1220 (Lesina), 1 terra, per 5 once
 1223 sett. 11 (Mesagne), una terra con alberi, per 20 solidi denari
 1223 ott. 5 (Mesagne), 2 orti quinquagenali di vigne, per ½ oncia e ½ corbello frumenti
 1223 dic. 5 (Mesagne), una terra, per 10 solidi denarii
 1223 dic. 21 (Mesagne), un orto, per ½ oncia
 1224 dic. 30 (Barletta), 3 parti di una terra, per 3 once, 5 tarì, 12 grana
 1226 apr. (Apricena), una vigna, per 3 ½ once e 10 solidi imperiali
 1226 ag. 24 (Barletta), una pecia di vigne con palmento ecc.. per 8 once
 1227 mag. 30 (Barletta), una terra, per 1 oncia
 1227 giugno 10 (Melfi), un tenimento a Cometo, per 50 once
 1227 luglio 6 (Barletta), una terra con 19 olivi, per 3 once Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
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 1227 nov. (Molfetta), una casa orreata a Bisceglie, per ½ once
 1228 nov. 7 (Melfi), strada presso vigna, per ½ oncia
 1229 ag. 12 (Salpi), 1/3 di terra presso Salpi, per 1 oncia
 1230 mag. 18 (Salpi), una petiola di terra presso Salpi, per 1 onci
 1231 atm. 8 (Ascoli Satriano), tenimentum iuxta Cornetum, per 130 once, 12 buoi d’aratro, 4
bufale
 1231 luglio 25 (Melfi), astacio in platea civitatis Melfie, per 3 once7
 1233 dic. 18 (Melfi), 2 case a Melfi e una parte di vigna, per 40 once.
 1233 dic. 19 (Barletta), una terra presso Canne, per 6 ½ once
 1237 giugno 8 (Corneto), una vigna, per 4 once
 1238 genn. 30 (Bari), case, terre, alberi, vigne, 285 alberi d’olivo, per 350 once.
Probabilmente non si tratta di un caso se gli acquisti di immobili effettuati dai Teutonici in Puglia si
fermano nel 1238. La seconda scomunica di Federico II e la contemporanea morte di Ermanno di
Salsa, instancabile e abile mediatore tra l’imperatore svevo e i papi, avvenuta il 20 marzo 1239,
causarono un arresto dell’espansione dei cavalieri teutonici in Puglia i quali, come appartenenti a un
Ordine religioso direttamente soggetto al papa ma tradizionalmente legato agli Svevi, si trovarono in
una situazione difficile.
L’Ordine agì con urta specie di ‘doppio gioco’, cioè una parte dei suoi membri rimase fedele
all’imperatore, l’altra prese le parti del papa. Ciò suscitò però la reazione di Federico il quale, dopo
l’inasprimento della sua lotta con il papato e in seguito alla sua deposizione, decretata durante il
concilio di Lione (1245), revocò non soltanto i beni di Templari e Giovanniti, ma anche quelli dei
Teutonici, come risulta dal «Quaternus de excadenciis», un registro fiscale redatto probabilmente tra
il 1248 e 1249. Da tale fonte si apprende che in Capitanata furono revocati ai Teutonici, fra l’altro,
«olivetum unum in tenimento Bellovidere, quod fuit sancte Marie Theotonicorum» e «medietas faucis
fluminis Apri», nonché numerosi beni a Foggia e dintorni:
• duas domus detracta quarta unius ipsarum, que est iuxta domum quondam Baldiczonis, et aliam
esse dixerunt iuxta domani Combersani, que fuerunt sancte Marie Theotonicorum revocatas ad
manus curie;
• vineas, que fueruni sancre Marie Theotonicorum in Bassano iuxta vineas quondam Bartholomei de
luliana locatas magistro Fiori°, annuatim aceri pro uncia una;
• in suburbio Bassani (…) furnum quondam sancte Marie Theotonicorum;
• medietatem unius domus cum medietate furni intus existentis cum medio apparato suo, que fuit
sancte Marie Theotonicorum in suburbio Bassani pro indiviso cum Andrea de Cassadonio (…). Reddit
annuatim curie auri unciam unam;
• vineam unam, que fuit sancte Marie Theotonicorum, et est in via Turris iuxta vineas curie, que fuerunt
Riccardi da Lime, que valet per annum auri unciam unam et quartam,:
• vineam, que est in contrada Arpa, iuxta vineam Alexandri de Bancia, et fuit sancte Marie
Theotonicorum, valer per annum auri unciam unam;
• domum unam cum furno, apparatu suo et curte pro palea, que fuit sante Marie Theotonicorum in
suburbio Maniaporci iuxta furnum Robberzi Pollutri, extimant valere per annum auri unciam unam;
• domini unam cum curte sante Marie Theotonicorum, que sunt extra Fogiani in via Baroli, tenet ea
dominus Marchio de Umburch;
• ferram unam in via paludis de Turre et strato Syponti iuxta terras curie, et fuit sancte Marie
Theoionicorum.
Dopo la morte di Federico II (1250), l’Ordine Teutonico ottenne da Manfredi la restituzione dei beni.
Per quelli di Foggia, ubicati «in suburbio Bassani», in contrada Bassani, in contrada «della Torre», in
contrada Arpi, nella via Arpi, «in Arpo», «fuori Arpo», nei presi della strada che conduce a Siponto,
«vicino le terre di S. Lazaro», «vicino le paludi di Arpo», ecc., ciò avvenne nel maggio 1251. Una certa
ripresa della presenza teutonica a Foggia è testimoniata dal fatto che al tempo di Manfredi, e Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
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precisamente nel 1255, appare nuovamente un precettore di Foggia, fra Enrico de Guitteclaria, forse
da intendere come de Weccelaria (cioè di Wetzlar in Germania).
Fu proprio a Foggia che, nel gennaio 1260, Manfredi emanò un ampio privilegio a favore dei cavalieri
teutonici. Alla fine dello stesso anno, precisamente il 22 novembre 1260, papa Alessandro IV,
preoccupato per la difficile situazione dei cavalieri teutonici nel Baltico, concedette all’Ordine
Teutonico la collegiata di S. Leonardo di Siponto da cui dipendevano quattordici chiese con annessi
possedimenti in Capitanata. Già da qualche decennio la collegiata attraversava una crisi economica
cui si era associata una situazione di degrado morale, perlomeno stando alle parole del documento
pontificio («in spritualibus ac temporalibus tam enormiter deformata, quod iam non domus Dei dicitur,
sed spelunca latronum»). La decadenza — qui attribuita alla «malitia temporis», all’aggressione dei
Saraceni di Lucera, nonché all’incuria dei priori — avrebbe indotto i sette canonici ivi rimasti a
richiedere al papa l’incorporazione di S. Leonardo di Siponto da parte Ordine Teutonico che invece,
fedele alla sua regola, era dedito ad opere pie e «rifulgeva in quelle terre per potenza». Tuttavia, è
possibile che tale cessione fosse stata incoraggiata anche dagli stessi Teutonici desiderosi di
acquisire S. Leonardo e le sue dipendenze per ‘arrotondare’ i loro beni in Capitanata. I Teutonici
indennizzarono infatti generosamente i canonici che si trasferirono da Siponto presso altre chiese. La
decadenza religiosa e economica della collegiata sipontina e la sua incorporazione da parte
dell’Ordine Teutonico vanno comunque inquadrate nel contesto di una più ampia crisi delle comunità
religiose tradizionali nel corso del Duecento e nella conseguente politica pontificia di trasferimento
delle stesse ad ordini più giovani e vitali, tra cui gli ordini militari.
Dopo la fine della dinastia sveva e l’avvento di Carlo I d’Angiò i cavalieri teutonici riuscirono a
mantenere la loro posizione in Puglia, e ciò per due motivi: 1) essi non appoggiarono in alcun modo
la fallimentare discesa di Corradino nel Sud (1268); 2) Carlo I apprezzava gli ordini religioso-militari
la cui posizione in Terrasanta si fece però sempre più precaria (nel 1271 i Teutonici perdettero il loro
castello di Montfort a nord di Acri) finchè, con la caduta di Acri nel 1291, tutti i membri di tali ordini
furono costretti ad abbandonare i loro insediamenti palestinesi. Per quanto riguarda l’Ordine
Teutonico, la sede del gran maestro fu trasferita da Acri a Venezia, e da qui, nel 1309, a Marienburg
nella Prussia occidentale, l’odierna Malbork in Polonia. In seguito a tali eventi il baliato teutonico di
Puglia che al tempo di Federico Il aveva occupato una posizione centrale nella geografia delle
province teutoniche che si estendevano dal Mediterraneo (Palestina, Cipro, Piccola Armenia, Grecia,
Spagna) al Mare Baltico (fino all’Estonia inclusa), divenne una provincia periferica. Tuttavia, grazie a
una rete di rapporti istituiti con la popolazione pugliese, l’Ordine Teutonico riuscì a conservare i suoi
cospicui beni mobili e immobili in Puglia fino alla seconda metà del secolo XV.
In ogni caso la situazione variava da luogo a luogo, come può desumersi anche dalle vicende relative
agli insediamenti teutonici a Belvedere e a Foggia, sulle quali ci soffermiamo in questa sede. Da
documenti degli anni 1273 e 1274 si apprende che dopo la battaglia di Benevento (1266) — in cui
Manfredi trovò la morte dopo essere stato sconfitto da Carlo I d’Angiò — un certo Filippo, procuratore
del nobile Rainulfo de Colantonio, aveva sottratto all’Ordine Teutonico il suo tenimentum «quod dicitur
Bellovidere inter Precinam et Sancturn Nicandrum in loco qui dicitur Aquacalda» nonché alberi d’olivo
e terre «in territorio casalis Bancie».
I possedimenti teutonici a Belvedere attirarono nei decenni successivi gli appetiti degli abitanti di San
Nicandro; nel 1305 i Teutonici lamentavano torti subiti da ufficiali dell’erede di Giovanni di Lagonessa,
signore di San Nicandro, da suoi familiares e vassalli, nonché dall’universitas di San Nicandro. Le
denunce dei membri dell’Ordine concernevano l’esercizio di loro diritti di libero pascolo e d’uso del
legno e dell’acqua nel territorio di San Nicandro, nonché il possesso del tenimento di Belvedere e del
casale di San Nicola (Varano). Da un documento del 14 dicembre 1316 apprendiamo che le tensioni
erano sfociate in un vero e proprio assalto: uomini di San Nicandro, Lesina e Civitate, muniti di «armi
proibite», avevano assalito «more predoneo» la masseria dell’Ordine Teutonico a Belvedere, rubando,
fra l’altro, dieci asini, un cavallo, materassi di lana, oggetti metallici, armi, vino, olio, formaggio (180
pezzi), 14 oche, 36 fra capponi e galline, suppellettili per un valore di 35 once; avevano inoltre preso
in ostaggio un certo fra Ruggero, «confrater diete domus», probabilmente il confratello laico (familiaris) Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
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dell’Ordine Teutonico di origine pugliese che gestiva la masseria. Avevano infine distrutto il mulino
della masseria, incendiato una casa e tre fienili, e si erano impadroniti di tre once che il detto frate
custodiva in una cassaforte.
Ancora in questa fase è possibile registrare qualche episodico atto a favore dell’Ordine Teutonico: nel
1307 il notaio Raniero di Apricena e sua moglie cedevano ai Teutonici una casa a Apricena; nel 1325
il cavaliere Enrico di Apricena istituiva come suo erede universale l’Ordine Teutonico qualora egli
fosse morto senza eredi. Ma sentiamo anche di conflitti sul diritto di pesca nel fiume Apro (o Apri) con
altre istituzioni ecclesiastiche, vale a dire con il monastero cistercense di S. Maria di Ripalta (Lesina)
(nel 1323/24) e, più tardi, con l’ospedale della SS.ma Annunziata di Napoli.
Dopo l’ultima attestazione di un commendatore teutonico per Belvedere, risalente all’anno 1226, pare
probabile che l’Ordine abbia amministrato i suoi beni ivi ubicati facendo ricorso ai soli familiares locali,
come ad esempio al summenzionato Ruggero.
A Foggia sono invece attestati commendatori teutonici per gli anni 1235, 1238, 1255, 1284 e nel 1327;
verso l’anno 1400 qui viveva un fratello sacerdote dell’Ordine Teutonico». I rapporti con la popolazione
sembrano essere stati buoni: negli anni 1255, 1265, 1278, 1285, 1308, 1310 e 1312 sono attestate
donazioni a favore dei Teutonici i quali, negli anni 1266, 1278, 1280, 1286, 1309, 1327, 1400 e 1402,
erano in grado di spendere complessi-vamente circa 44 o 45 once per acquisti di immobili a o nei
pressi di Foggia; anche permute effettuate negli anni 1260, 1279, 1323 e 1332, nonché locazioni negli
anni 1274, 1283, 1305, 1313 e 1331 testimoniano il ruolo attivo dei Teutonici in città. L’unico conflitto
tra i Teutonici e un abitante di Foggia, attestato nella documentazione, risale all’inizio del ‘400 e
riguarda pretese di Guiducio de Monteauro relative a rendite della commenda teuto-nica di S.
Leonardo di Siponto nel territorio di Foggia.
Come nel caso di Melfi anche a Foggia, dopo una fase di grande espansione negli anni venti e trenta
del Duecento — vale a dire al tempo di Federico II (prima della sua seconda scomunica nel 1239) —
e una ripresa sotto Manfredi, è possibile riscontrare una modesta attività dell’Ordine al tempo di Carlo
I d’Angiò e una sua esile ripresa agli inizi del Trecento quando fresco era ancora il ricordo della
definitiva caduta della Terrasanta, avvenuta nel 1291 con la capitolazione di Acri all’infedele, e si
confidava in un possibile recupero delle posizioni cristiane in Palestina.
Ruolo centrale nell’estremo tentativo di riorganizzare i possedimenti dei Teutonici nel Mediterraneo
ebbe Guido di Amigdala/Amendolea, commendatore provinciale del baliato di Puglia fra il 1289 e il

  1. Successivamente, con il trasferimento della sede centrale dell’Ordine Teutonico da Venezia a
    Marienburg, avvenuto nel 1309, l’interesse per i baliati mediterranei diminuì. Quello pugliese, sorto e
    ampliatosi al tempo del «puer Apuliae» Federico II, concluse la sua esistenza nella seconda metà del
    Quattrocento quando divenne commenda cardinalizia.
    La città di Foggia, eminente in età federiciana grazie alla residenza imperiale, in seguito alla morte
    dello Svevo, perse d’importanza anche per l’Ordine Teutonico sebbene quest’ultimo non cessasse di
    portare avanti in quella sede una vivace politica di acquisti, permute e locazioni che proseguì per tutto
    il Duecento e l’inizio del Trecento.
    Con il trasferimento della sede del gran maestro nella regione baltica (1309), la struttura del ballato
    teutonico di Puglia subì un cambiamento strutturale: il principale asse economico fu rappresentato
    dalle grandi commende agricole di Corneto-Torre Alemanna e San Leonardo di Siponto che si
    specializzarono nella cerealicoltura e nell’allevamento di bestiame, mentre le commende teutoniche
    ubicate nelle città portuarie di Barletta, Brindisi e Bari si limitarono a gestire i loro beni mobili e
    immobili; la gestione delle piccole commende dell’entroterra, come Foggia, fu invece affidata a
    procuratori locali.
    A differenza degli Ospitalieri, i Teutonici, non disponendo di possedimenti in Abruzzo, non si
    occuparono del ciclo della transumanza e non dovettero pertanto preoccuparsi del mantenimento di
    case o commende lungo i tratturi battuti da mandrie e greggi. Dal momento che in quest’epoca gran
    parte del ricavato dei beni teutonici, che precedentemente era stato inviato in Terrasanta, veniva
    investito in loco, la ricchezza complessiva del baliato non diminuì. Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
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    Nella contabilità delle case teutoniche pugliesi degli anni trenta del secolo XV, Foggia viene
    menzionata soltanto poche volte, ma è altresì possibile che le commende dell’entroterra gestite da
    procuratori avessero avuto una contabilità separata di cui però non esiste attestazione. Tra le entrate
    di San Leonardo di Siponto degli anni 1433/34 e 1434/35 figurano 54 ducati di censi da due terreni a
    Foggia, mentre tra le uscite degli anni 1436/37, 1439/40 e 1440/41 risultano anche spese per lavori
    edili a Foggia. Purtroppo non sappiamo di quali lavori si trattava.
    Va sottolineata infine la lunga sopravvivenza dei cavalieri teutonici a Foggia e in Puglia, la quale va
    ben oltre il periodo aureo dell’età di Federico II.
    2.3 La ricostruzione del paesaggio storico e degli elementi del paesaggio agricolo
    rurale
    A seguito dei voli fatti per le indagini aeree, fotografando le strutture riferibili alla Chiesa in località
    Santa Maria di Selva della Rocca, abbiamo verificato e rilevato anche l’esistenza di altre strutture, di
    cui alcune interrate riferibili al complesso Teutonico di Bellovidere.
    All’interno del complesso di Santa Maria di Selva della Rocca si notano, nei dintorni della chiesa, setti
    murari ascrivibili a fasi diverse dell’insediamento ma che certamente avevano funzione di mura
    perimetrali. Sono evidenti le strutture annesse alla chiesa, un ambiente voltato a 20mt circa in
    direzione NO dalla chiesa ed una grossa fornace, denominata focagna.
    Il complesso di Selva della Rocca si situa nel settore nordoccidentale del promontorio garganico,
    prospiciente la laguna di Lesina, all’estremità nord-orientale del territorio di Apricena, al confine con il
    Comune di Sannicandro Garganico. Esso, raggiungibile con difficoltà attraverso un percorso impervio
    che si dipana all’interno di una rigogliosa e fitta vegetazione, appare ancor oggi come uno
    stanziamento molto articolato, imperniato intorno ad un edificio di culto che conserva tuttora gran
    parte dei suoi elevati. L’insediamento era probabilmente cinto da mura, come dimostrano alcuni tratti
    superstiti di un circuito che sembrerebbe racchiudere la parte sommitale dell’altura. Intorno alla
    chiesa, dedicata a S. Maria della Rocca, si conservano ampie e significative vestigia murarie: a
    qualche metro di distanza dall’edificio sacro, sul versante meridionale, alcune cortine delineano
    l’esistenza di un corpo di fabbrica abbastanza esteso e organizzato in tre ambienti giustapposti; a
    Ovest si riconosce un piccolo edificio voltato, verosimilmente una cisterna, e, poco più a Nord,
    un’ampia struttura quadrangolare a destinazione produttiva, cui si affianca un fabbricato, dotato anche
    di un vano ipogeico. Due muretti paralleli, ubicati a Sud di questi corpi edilizi, si concludono ad Ovest
    con una testata regolarmente costruita e sembrano marcare una sorta di passaggio, forse l’accesso
    al pianoro sommitale, praticato all’interno delle mura, in posizione non distante dall’ingresso della
    chiesa (circa 16 m a Nord-Ovest).
    L’unico edificio esplorabile tra quelli elencati è risultato il grande forno, popolarmente noto come
    ‘focagna’, molto interessante anche sotto il profilo strutturale; si tratta di un vano di 2.82×3.25 m.,
    articolato in un piano ipogeico voltato, verosimilmente la camera in cui veniva collocato il combustibile,
    e un livello superiore dotato di una ban-china aderente ai muri d’ambito (alta 70 cm e larga 40),
    superiormente rivestita di laterizi (fr. di tegole e coppi, innestati nella muratura), e aperto verso
    l’esterno da due finestre strombate collocate rispettivamente a Nord e ad Ovest. A circa I .80 m dal
    piano d’uso di questo livello si innestano 4 cuffie angolari costruite con blocchi trapezoidali di
    calcareniti, annerite, che modulano il passaggio dal rettangolo di base al cerchio su cui si imposta la
    volta a conoide, quasi completamente intonacata, forata da piccole aperture laterali, volta che tende
    a restringersi fino a costituire una canna fumaria quadrangolare di notevole elevato. Essa appare
    costruita, al livello della camera di cottura, con pietra locale spaccata, di vario modulo e di forma
    irregolare, mista a inserti laterizi, prevalentemente fr. coppi, tessuti su filari molto irregolari (talvolta
    neppure distinguibili) e legati da una malta piuttosto grossolana, a base di calce con grossi inclusi
    laterizi. Le superfici mostrano tracce di un rivestimento di intonaco bianco annerito.
    L’edificio religioso di Selva della Rocca, pressoché sconosciuto alla letteratura scientifica, presenta
    attualmente una planimetria ‘a T’, derivata dall’innesto di due ampi vani laterali su un’unica navata Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
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    monoabsidata, orientata, leggermente ristretta nel tratto terminale, prospiciente l’accesso.
    L’osservazione delle cortine murarie che delineano la volumetria dell’im-pianto, unitamente all’analisi
    delle tecniche costruttive, suggeriscono che l’odierna configurazione dell’organismo chiesastico è il
    risultato di almeno tre momenti edilizi. Il nucleo originario dell’edificio era probabilmente rappresentato
    dal settore centrale dell’attuale fabbrica, ovvero dal corpo principale della navata (esclusa la porzione
    più occidentale, ‘ristretta’) e dall’abside che la concludeva sul lato orientale. Di tale nucleo
    sembrerebbero, infatti, essersi conservati la muratura della porzione inferiore dell’abside e due ampi
    tratti murari ben leggibili sui fianchi dell’edificio, costruiti con bozze calcaree rettangolari, di modulo
    non perfettamente omogeneo, ma connotate in generale da una netta prevalenza della dimensione
    orizzontale su quella verticale, ottenute a spacco, di forma stretta e allungata, organizzate in filari
    orizzontali con giunti e letti di posa sottili, tenute da una malta di calce, di colore biancastro (tendente
    in alcuni punti al giallino), piuttosto tenace, con-notata da minuti nuclei di calce non disciolta; una
    litotecnica di maggior pregio è denunciata dai cantonali (ancora conservati sull’esterno del muro di
    fondo di fianco all’abside), rappresentati da conci squadrati, dotati di ‘nastrino’ sui margini delle singole
    facce, ottenuto utilizzando scalpelli, e rifiniti a subbia sulla superficie; essi, di altezza superiore agli
    elementi posti in opera nel resto della muratura, sono collocati in maniera alternata, di testa e di lungo.
    Nel muro nord si apre un portale architravato e sormon-tato sull’esterno da un arco falcato o lunato,
    realizzato contestualmente alla muratura; l’architrave appare costruito con grandi conci ben squadrati,
    lavorati a gradina sulla superficie, sui quali è ancora leggibile il ‘nastrino’ di contorno; anche gli stipiti
    sono resi, sul profilo esterno del portale, con due grandi elementi squadrati per lato, su cui si colgono
    ancora residui della finitura a gradina. Al di sopra del portale è tuttora visibile una serie di elementi
    lapidei aggettanti (se ne colgono nove), in sequenza discendente da Est verso Ovest, evidentemente
    funzionali al supporto di un canale di scolo delle acque di gronda. Internamente la conca absidale è
    incorniciata da un arco a tutto sesto, realizzato con elementi di calcarenite (che conservano
    chiaramente le tracce dei picconcini usati per la finitura dei blocchi: e impostato su piedritti ottenuti
    con calcari squadrati e rifiniti a martellina. Al centro dell’abside era una monofora strombata,
    anch’essa ben costruita, realizzata sul profilo esterno con pezzi mistilinei, elemento indicativo
    dell’opera di maestranze qualificate.
    In sintesi, i resti descritti sembrano delineare un impianto ecclesiastico monoabsidato e mononave, di
    dimensioni verosimilmente più contenute rispetto a quelle attuali (5,80×12.90, compreso Io spessore
    dei muri). Alcuni mensoloni in pietra inseriti nelle murature della navata, ad una quota di circa 250 m.
    al di sotto dell’attuale sviluppo in elevato delle cortine perimetrali rappresenta ciò che resta dei
    sostegni delle capriate dell’originaria copertura del fabbricato. A questo stesso momento edilizio
    potrebbero riferirsi alcune tracce di affresco a contatto della parete, che si intravedono sul muro
    meridionale, all’innesto del muro di fondo, al di sotto di altri due strati di rivestimento successivi. A
    questa stessa fase, in base alla tecnica costruttiva, potrebbe essere anche ricondotto un pilastro
    individuato a circa 5 m. di distanza dal lato nord della chiesa, in prossimità della zona absidale, che
    sembra suggerire, sia pur ipoteticamente, l’esistenza di un portico fiancheggiante l’edificio.
    Forse ad una fase di restauro del paramento settentrionale deve essere attribuito il rifacimento del
    tratto occidentale della parete, costruito con elementi lapidei molto irregolari e sensibilmente più minuti
    rispetto al resto delle cortine.
    Successivamente, forse a seguito di una parziale distruzione, l’edificio ecclesiastico sembrerebbe
    aver subìto significativi rimaneggiamenti con l’aggiunta, nella zona adiacente all’abside, di due corpi
    di fabbrica laterali, collegati al corpo centrale della chiesa mediante l’apertura a forza di due grandi
    arcate a tutto sesto nelle pareti laterali della navata preesistente; il vano annesso a Sud fu dotato
    anche di un’abside semicircolare. In tal modo la planimetria della chiesa assunse una configurazione
    ‘a T’, con una sorta di irregolare transetto aggettante; non si può escludere che a questo stesso
    momento vada attribuito anche il prolungamento della navata, realizzato tramite l’aggiunta di un corpo
    ristretto ad Occidente. Dal punto di vista della tecnica costruttiva queste modifiche furono realizzate
    in parte recuperando i materiali edilizi della chiesa precedente (bozze calcaree lavorate e frammenti
    laterizi, soprattutto resti di coppi, forse provenienti dalla distruzione dei tetti), in parte mettendo in Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
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    opera elementi lapidei irregolari, privi di lavorazione, ottenuti con semplici operazioni di spacco, e
    organizzati in parete in maniera alquanto irregolare, con filari riconoscibili soltanto a tratti; il legante
    era rappresentato da una malta di calce, il cui elemento distintivo era costituito da grossi nuclei di
    laterizio, visibili chiaramente anche ad occhio nudo. Una fattura di qualità denunciano tuttavia i blocchi
    di calcarenite di colore rossiccio adoperati nella reda-zione degli archivolti delle arcate di passaggio
    ai vani laterali. Dal punto di vista della tecnica costruttiva (tipologia del materiale edilizio, sua lavorazione e messa in opera, composizione della malta) le cortine murarie pertinenti a questo intervento di
    ampliamento della basilica trovano analogie stringenti con le murature che delimitano la camera di
    cottura del forno descritto supra.
    A questo seconda fase edilizia vanno verosimilmente ricondotte le ampie porzioni di affresco
    conservate al di sotto del rivestimento di intonaco bianco che oggi ricopre vaste porzioni delle cortine
    murarie interne, obliterando in massima parte le stesure pittoriche precedenti. Di fianco alla monofora
    absidale si scorgono residui di colore rosso, ocra, verde, in qualche caso for-se riconducibili a
    raffigurazioni di panneggi; sulla parete di fondo e sulle cortine laterali della navata si individuano
    pannelli rettangolari delineati in rosso e in rosso e ocra, o ancora elementi che disegnano vela o
    delineano nastri, forse di ornamento delle vesti. I colori adoperati, unitamente alle modalità di
    scansione dello spazio decorato in ampi pannelli rettangolari bordati in rosso, potrebbero richiamare,
    a titolo di sug-gestione, le stesure pittoriche della parete destra della vicina chiesa di S. Maria di Devia,
    in agro di Sannicandro, attribuite all’opera di maestranze slave attive in zona nella seconda metà del
    XIII sec.
    È possibile che risalga al medesimo momento di rinnovamento (ma anche questa ipotesi necessita di
    verifiche che possono giungere soltanto da uno scavo stratigrafico) il pavimento in mattoni individuato
    alcuni anni fa pochi centimetri ai di sotto dell’attuale livello di calpestio; i mattoni misurano 28x 14×4,7
    cm., un modulo analogo a quello degli elementi messi in opera nelle murature del castello di Lucera.
    Un’ulteriore fase di trasformazioni dovette investire l’edificio forse, anche in questo caso, a seguito di
    gravi danneggiamenti che potrebbero aver riguardato nello specifico le coperture e l’area presbiteriale.
    Il nuovo progetto si imperniò principalmente sulla ricostruzione della struttura absidale, scandita in
    questa nuova impaginazione su due registri; al di sopra dell’arco di inquadramento dell’abside
    costruito nella I fase venne realizzato un secondo arco, sempre a tutto sesto, ma costruito con
    calcareniti rozzamente lavorate e non finemente rifinite, disposte a coltello; al di sopra della monofora,
    la parete interna fu leggermente arretrata con la creazione di una doppia risega, in modo da consentire
    l’appoggio sulla muratura in aggetto di un piano praticabile, al di sopra dei presbiterio; l’accesso a
    questo livello superiore era garantito da una scala, ancor oggi parzialmente superstite, edificata in
    muratura, in appoggio al giro esterno dell’abside laterale; la scala conduceva ad una porta architravata
    praticata all’interno dell’abside, sul lato meridionale; una seconda porta, in seguito tompagnata si
    apriva anche sul lato settentrionale della stessa abside, ma in questo caso non appare chiaro il modo
    in cui essa doveva essere raggiungibile; si può forse ipotizzare l’utilizzo di un dispositivo ligneo. Al
    centro dell’abside, a questo livello, era ricavata una nicchia che doveva verosimilmente accogliere
    un’immagine sacra, forse l’icona su legno della Vergine, di cui N. Pitta, che visitò la chiesa nella
    seconda metà dell’800, riferì l’esistenza. La sopraelevazione del coro comportò con ogni probabilità
    la necessità di innalzare sensibilmente anche le pareti della navata e di conseguenza le quote di
    imposta delle aperture. Un nuovo velo di intonaco bianco fu steso sulle pareti, obliterando le pitture
    più antiche.
    Le murature costruite in questa terza fase sono connotate da lastre e da materiali litici molto irregolari,
    ottenuti a spacco, tessuti in filari più lineari nella sopraelevazione della navata rispetto alla zona
    absidale, in cui si registrano numerosi piccoli elementi lapidei e laterizi inseriti a mo’ di zeppa.
    Nel corso della ricognizione effettuata negli anni ’90 da un gruppo di studiosi locali sono state
    individuate all’interno della basilica due cavità ipogeiche voltate: una ubicata in posizione più o meno
    centrale all’interno della navata, verosimilmente interpretabile come una cisterna per la raccolta delle
    acque, la seconda in prossimità dell’abside, forse da ascrivere ad una cripta. La pertinenza di questi Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
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    elementi ad una specifica fase non può essere al momento, in assenza di un’analisi stratigrafica,
    accertata.
    Delineati in sintesi i tre principali momenti costruttivi denunciati dai rapporti stratigrafici tra le murature
    e dalle differenti tecniche di posa in opera, va rilevato che la fabbrica, osservata nei suo divenire, non
    offre molti spunti utili a suggerire un inquadramento circostanziato di queste vicende edilizie; pertanto
    la loro contestualizzazione appare non priva di incertezze, anzi al-quanto problematica.
    Per quanto riguarda il primo impianto di culto infatti, sebbene icnograficamente ricostruibile nelle linee
    generali, la limitatezza dei resti conservati ne impedisce una lettura di dettaglio. La planimetria
    mononave e monoabsidata, nella sua semplicità, non offre un contributo particolare alla definizione
    delle matrici culturali e architettoniche ad essa sottese. Tuttavia, l’osservazione delle tecniche
    costruttive impiegate sia nelle murature che nella realizzazione di alcune partiture architettoniche può
    fornire qualche spunto di riflessione meritevole di interesse. Le caratteristiche di questa prima basilica
    restituiscono l’immagine di un edificio costruito da una squadra di personale semispecializzato di
    differente livello, cui rimanda il taglio delle bozze che in alcuni casi per la loro regolarità assumono
    quasi l’aspetto del blocco rozzamente squadrato; tale gruppo fu verosimilmente diretto da un maestro
    specializzato, autore dei conci messi in opera nei cantonali, nell’arcata di inquadramento dell’abside,
    negli architravi dei portali. Le caratteristiche della litotecnica autorizzerebbero una datazione del
    manufatto non anteriore all’ XI sec. L’assenza dì particolari elementi decorativi inoltre, unitamente alla
    presenza dell’arco falcato nel portale laterale, assai comune in Puglia tra XI e XV sec., ritenuto
    elemento proprio di un linguaggio per così dire ‘dialettale’, di matrice locale e di impiego piuttosto
    limitato nei grandi cantieri internazionali, potrebbe costituire indizio di un progetto architettonico
    concepito in loco e realizzato da maestranze attive nel territorio, sia pur in possesso di una buona
    perizia nel taglio e nella finitura della pietra. Va sottolineato inoltre che la tecnica costruttiva autorizza
    a collegare alla medesi-ma fase edilizia della chiesa di primo impianto anche il pilastro esterno alla
    basilica, a Nord di essa, forse residuo di un portico, i lacerti murari riferibili alla struttura di recinzione
    rintracciata lungo la sommità del rilievo e i muretti che paiono delimitare l’accesso al sito sul versante
    Ovest. La ricognizione sul terreno, coniugata dunque con l’analisi delle tecniche di costruzione,
    consente di assegnare una certa rilevanza a questo primo stanziamento, evidentemente recintato e
    connotato dalla presenza di un organismo religioso più articolato di quanto appaia oggi, rappresentato
    da una chiesa icnograficamente assai semplice (mononave, monoabsidata, coperta con capriate,
    verosimilmente affrescata), cui dovevano però addossarsi, a Nord, altri corpi di fabbrica. Questo
    nucleo religioso andò probabilmente incontro a qualche cedimento, testimoniato dal parziale
    rifacimento del paramento esterno del muro settentrionale.
    In seguito, come si è detto, il complesso fu investito da significative trasformazioni forse non limitate
    peraltro all’edificio religioso. Quest’ultimo fu prolungato in direzione della facciata e ampliato mediante
    la dotazione di un transetto, acquisendo in tal modo una planimetria a ‘T’; le pareti furono impreziosite
    da una nuova veste pittorica. Dal punto di vista delle tecniche costruttive, le murature di questi corpi
    aggiunti sono contraddistinte da una forte presenza di materiali di reimpiego, provenienti
    probabilmente dalla stesura precedente, forse recuperati a seguito di una parziale distruzione di
    alcune sue parti ovvero delle demolizioni attuate nell’ambito della realizzazione del nuovo progetto
    architettonico, e da elementi non lavorati e organizzati piuttosto disordinatamente, sebbene legati da
    una malta cementizia molto dura con grossi inclusi laterizi.
    Purtroppo anche per quanto attiene a questa fase di rinnovamento dell’insediamento di Selva della
    Rocca, proporre una cronologia definita risulta assai problematico allo stato attuale delle ricerche. La
    tecnica edilizia adottata nell’edifico sacro non sembra offrire infatti spunti cronologici circoscritti,
    richiamando pratiche costruttive locali di lungo periodo, proprie di maestranze scarsamente qualificate
    nella litotecnica, attive spesso anche nell’edilizia monumentale del territorio. Qualche timido
    suggerimento si può forse trarre, pur con le dovute cautele, dall’icnografia della basilica, priva di
    riferimenti specifici in zona, evocativa piuttosto di architetture pievane dell’Italia centro-settentrionale
    di XII sec. avanzato; sarebbe inoltre necessaria una più attenta lettura dei lembi di affresco Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
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    (necessitanti peraltro di un restauro), che possono evocare una collocazione al XIII sec., orizzonte
    cronologico ammissibile, a livello di ipotesi di lavoro, per questa fase di ristrutturazione della chiesa.
    La difficoltà di assegnare cronologie certe alle fasi di trasformazione del complesso investe anche
    l’edificio del fomo/focagna (e del fabbricato che lo fiancheggia a Meridione ad esso contestuale; dal
    punto di vista morfologico questo tipo di struttura presenta infatti una notevole diffusione nei complessi
    monastici, residenziali e nelle masserie di area appulo-lucana sul lungo periodo, ma pure mostra
    suggestive analogie con installazioni produttive medievali di ambito monastico; in ogni caso la stretta
    somiglianza registrata tra le tecniche costruttive adottate nelle murature di delimitazione della camera
    di cottura del forno e quelle dell’ampliamento della chiesa potrebbe a nostro avviso suggerire la
    possibilità che il forno sia stato impiantato contestualmente ai rifacimenti della basilica e
    successivamente (cioè nelle fasi più tarde di vita della masseria) sia stato ricostruito o modificato nella
    parte superiore, relativa alla volta (attualmente rivestita, nella quale però si coglie, nei punti di assenza
    dell’intonaco, l’impiego di materiali differenti rispetto alle cortine più basse), secondo modelli di edilizia
    rustica diffusi nel territorio.
    Nelle fonti storiche, S. Maria della Rocca compare per la prima volta in due documenti del gennaio
    1220: una permuta (tra un abitante di S. Nicandro e il conte di Lesina e di Civitate, Matteo Gentile)
    riguardante beni ubicati iuxta terram et viam sancte Marie de Rocca e un atto di compravendita (tra
    un cittadino di S. Nicola Varano e il precettore dell’Ospedale di S. Maria dei Teutonici del casale di
    Belvedere) che ha per oggetto una vigna ubicata nel casale di Belvedere iuxta terras Sancte Marie
    de Rocca. Alla medesima chiesa fanno riferimento i Registri angioini, in un documento del 1293-1294.
    L’analisi archeologica, come si è visto, suggerisce in ogni caso la possibilità dell’esistenza di un luogo
    di culto anche anteriormente al XIII sec. La dedicazione del complesso sacro potrebbe essere non
    priva di relazione con il feudo Roccetta, menzionato nel Catalogus Baronum tra le pertinenze di
    Guillelmus de Gradunzone, feudatario del conte di Lesina, Goffridus; si può ipotizzare che il primo
    nucleo sacro di Selva della Rocca, costituitosi probabilmente tra XI e XII sec., si collocasse proprio
    all’interno di questo feudo. Al momento non è possibile precisare quale fosse lo statuto giuridico dello
    stanziamento religioso per il quale non sì può escludere, considerata anche l’articolazione del sito e
    la qualità architettonica delle fabbriche, la condizione di dipendenza monastica.
    Le trasformazioni che investirono l’insediamento denunciano, come si è visto, un momento espansivo
    della fondazione, cui potrebbe essersi abbinata anche una maggiore articolazione delle sue attività.
    In questa sede si è proposto per questa nuova fase edificatoria un inquadramento cronologico
    ipotetico (da sottoporre a verifica tramite indagini archeologiche) al XIII sec., momento nel quale, come
    si è detto, le fonti collocano a Belvedere anche una masseria della Casa Teutonica. In questo quadro
    appare legittimo, a nostro avviso, domandarsi se la localizzazione dello stanziamento monasticomilitare non debba essere ipotizzata proprio in questa sede; la documentazione scritta infatti, se per
    un verso lascia intuire che il progetto di costituire a Belvedere una commenda dell’Ordine (forse
    accarezzato nel periodo tra il 1220 e il 1226, anni in cui l’insediamento fu gestito direttamente da
    precettori dell’Ordine stesso) non dovette andare a buon fine, per altro verso attesta la sopravvivenza
    della masseria fino almeno agli inizi del XIV sec., sia pur affidata in gestione a familiares. In realtà non
    si può neanche escludere che il binomio chiesa-masseria potesse realizzarsi in contiguità, cioè con
    forme di distinzione fra i due elementi e non in una sovrapposizione. Naturalmente al momento non
    si dispone di prove sicure circa l’attribuzione proposta, ci si limita in ogni caso a considerare che di
    norma agli stanziamenti produttivi teutonici si accompagna la presenza di un polo religioso e che, in
    misura non infrequente, tali poli risultano preesistenti allo stanziamento dell’Ordine, subendo al
    momento dell’avvento dei monaci militari interventi di trasformazione e/o ampliamento.
    Per quanto attiene poi alla planimetria della chiesa, evocativa forse di esperienze progettuali maturate
    al di fuori del contesto locale, essa potrebbe forse trovare spiegazione alla luce dei numerosi, ed assai
    eterogenei, contatti garantiti all’Ordine dagli stretti rapporti culturali intessuti con Federico Il e la sua
    corte, mentre può non destare sorpresa il ricorso a maestranze lo cali per la realizzazione tecnica
    della fabbrica, secondo una prassi consueta presso i Teutonici stessi. Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
    Elaborazione dossier: ph. d. Felice Stoico per Ente Parco Nazionale del Gargano Ente Capofila Protocollo di intesa: ASP dr V. Zaccagnino
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    Gli elementi illustrati, sia pur con i margini di incertezza richiamati, sembrerebbero dunque indicare
    che Selva della Rocca assunse probabilmente nel XIII sec. un’articolazione complessa, compatibile
    con la presenza teutonica documentata dalle fonti. Le risorse dell’habitat in cui il sito si colloca e la
    sua posizione rispetto alla viabilità potrebbero aver rappresentato un forte elemento di attrazione per
    l’insediamento monastico-cavalleresco, anche nella prospettiva di un suo inserimento nella rete
    produttiva e commerciale degli stanziamenti dell’Ordine della Puglia settentrionale (su tutti Siponto e
    Barletta) e , in senso più lato, dei loro vasti rapporti e traffici.
    In alternativa, se l’ipotesi dell’identificazione di Selva della Rocca con la sede della domus teutonica
    non dovesse essere confermata da future ricerche e dovesse comunque esserne ribadita una
    condizione monastica, la fase di ampliamento del complesso di S. Maria potrebbe inscriversi in quel
    processo di rinnovamento che investì alcune realtà cenobitiche della zona, a par-tire dal XIII sec., in
    risposta alla crisi che aveva attraversato parecchi monasteri benedettini, tramite la creazione di nuove
    aggregazioni (S. Maria di Tremiti e S. Giovanni in Lamis ad es. furono assegnate ai Cistercensi di S.
    Maria di Casanova in Abruzzo rispettivamente nel 1237 e nel l 311).
    Riguardo all’ultima fase edilizia individuata nel sito, la sopraelevazione della navata e le trasformazioni
    relative al coro della chiesa (reso più scenografico dalla creazione di un piano superiore destinato ad
    accogliere, come descrivono fonti ottocentesche, l’icona della Vergine), sono, a nostro giudizio, da
    ricondurre ad interventi realizzati probabilmente tra ‘600 e ‘700, motivati evidentemente da una
    parziale distruzione dell’edificio, forse conseguenza del devastante terremoto del 1627, dagli esiti
    particolarmente gravi in tutta l’area garganica e nel Tavoliere.
    La devozione popolare per la Madonna della Rocca, tramandatasi nel tempo (ancora vi si svolgevano
    processioni di devoti fino alla metà del secolo scorso), può ragionevolmente spiegare l’esigenza di
    ripri-stinare l’antico edificio, nonostante la sua collocazione in un’area poco ospitale che alla fine del
    ‘600 Mons. Laurentii, vescovo di Venosa, inviato a S. Leonardo di Siponto per effettuare accertamenti
    sulla gestione del patrimonio dell’abbazia, descrive come luogo freddissimo e così selvatico che
    persino gli animali al pascolo ne soffrono terribilmente, motivo per cui egli suggerisce piuttosto di
    affittarlo, mandando gli animali a pascolare in altri luoghi. Così si esprimeva a proposito del feudo di
    Belvedere: «…Di più essendosi fatta riflessione che questi animali in tempo di inverno, si mandano al
    feudo di Belvedere che è luogo freddosissimo, ed assai forte per sterpi e spinami che vi sono, onde
    questi animali patiscono assai, non è però meraviglia se fanno pochi Allievi essendone caggione simili
    patimenti; si stima perciò che meglio sarebbe di affittare li sopradetti luoghi e particolarmente il feudo
    di Belvedere e tenere queste vacche della casa nel feudo di Figureto, ovvero S. Paolo».
    Il complesso, molto articolato vede una parte più sommitale probabilmente cinto da mura, dove si
    concentra la maggior parte delle strutture murarie e la parte più a nord, avanzata verso il lago di
    Lesina sviluppata con mura di terrazzamento.
    Dopo il lavoro di aereofotointerpretazione, grazie al quale abbiamo verificato l’esistenza di strutture in
    un paesaggio complesso, abbiamo integrato i dati con la verifica della cartografia storica. Partendo
    dal Paesaggio attuale abbiamo verificato la conservazione dell’assetto paesaggistico medievale per
    un tentativo di ricostruzione del paesaggio. Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
    Elaborazione dossier: ph. d. Felice Stoico per Ente Parco Nazionale del Gargano Ente Capofila Protocollo di intesa: ASP dr V. Zaccagnino
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    Complesso insediativo di Santa Maria di Selva della Rocca, località Feudo (Apricena,Fg – Parco Nazionale del Gargano).
    In questo caso per la verifica sul campo dei limiti del Tenimento è stato molto utile il confronto
    cartografico e documentario della pianta del “feudo di Belvedere” tratta dal Cabreo di San Leonardo
    di Siponto , risalente alla prima metà del XVII secolo, fatto redigere da don Lucio De Amore, agente
    generale dell’abate Luigi Caetani.
    Dal Cabreo abbiamo ricavato i seguenti dati :
  • estensione totale del tenimento: 50 carra corrispondenti a 1234,56 ettari
  • descrizione dei confini del feudo
  • distanza tra i titoli confinari in passi.
    Il primo passaggio per la rielaborazione del limite topografico del fondo rustico è stato operare una
    conversione delle unità di misura.
    Al fine di operare la conversione abbiamo prima di tutto verificato a quanto equivale l’unità di misura
    utilizzata nel cabreo per la descrizione dei confini, ovvero il passo.
    Per far questo abbiamo consultato il volume “Le tavole di riduzione dei pesi e delle misure del
    regno delle due sicilie” del commendatore Carlo Alfan de Rivera, ingegnere italiano, direttore
    generale del Corpo di Ponti e Strade del Regno delle due Sicilie. Il quale fu responsabile, nel 1840,
    del ripristino del “sistema di misure e pesi” in vigore, già nel 1480, sotto Ferdinando IV di Borbone
    con l’editto del 6 Aprile, che tra l’altro non fu mai abrogato.
    Partendo dal punto che 1 passo quindi equivale a 7 palmi, facendo quindi una semplice proporzione,
    dove 1 Palmo sta al metro come 1 sta a 3,78, cito testualmente, ne ricaviamo la misura di 1 Palmo
    che moltiplicato per 7 ci dà la misura del Passo utilizzato prima del 1840, che corrisponde,
    arrotondata, ad 1 metro e 86 centimetri.
    Con quest’operazione abbiamo convertito le unità di misura dei confini del Tenimento di santa Maria
    di Selva della Rocca, delimitati da XIII tituli, distribuiti lungo un perimetro di 5334 passi corrispondenti
    a 9584,04 metri. Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
    Elaborazione dossier: ph. d. Felice Stoico per Ente Parco Nazionale del Gargano Ente Capofila Protocollo di intesa: ASP dr V. Zaccagnino
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    Dai risultati in termini di distanze e dalle descrizioni dei confini della pianta del cabreo20 abbiamo
    ricavato luoghi, vie e toponimi che ancora ritroviamo nel paesaggio attuale:
  • il Mulino di Caldoli,
  • località Acquafracida,
  • la mandra di Santo Lo nardo,
  • le due piscine,
  • il tracciato viario antico che portava dalla procina a Rodi,
  • la via che va a Sannicandro.
  • La Taverna di Caldola,
  • Il pozzo di Caldoli,
  • Il fiume Caldoli,
  • La Strada che nel tracciato antico andava verso l’abbazia di San Giovanni in Piano,
  • L’antico tracciato della via Litoranea,
  • Località Acquafracida con particolare del “titulo” di Acquafracida,
  • Particella del Feudo di San leonardo con la chiesa di Santa Maria di Selva della Rocca.
    In conclusione possiamo dire di aver verificato che il paesaggio attuale in località Feudo-Santa Maria
    di Selva della Rocca e località Caldoli, nonostante sia stato stravolto dal progresso, soprattutto dalla
    viabilità del XX secolo, conserva ancora i caratteri topografici del Paesaggio medievale. Di questo ne
    troviamo riscontro nella, cosiddetta, via vecchia che da Apricena va verso la litoranea e che ripercorre
    ancora l’antico tracciato passando tra il pozzo di caldoli, la chiesa di San Nazzario, la taverna dei padri
    celestini, l’uliveto, il mulino di caldoli ed incontra dopo esattamente 2300 metri, circa 1200 passi nel
    cabreo, località Acquafracida, corso d’acqua che delinea ancora i confini di località feudo e sale dalla
    via petrosa verso il complesso di Santa Maria di selva della Rocca.

agionalità estrema e con scarsissima integrazione con il
patrimonio naturale e culturale del Parco del Gargano e dell’entroterra.
La costruzione di nuove arterie stradali ha costituito un vantaggio e un supporto per la costruzione di
insediamenti turistici costieri, spesso realizzati in aree caratterizzate da elevato valore naturalistico e
notevole fragilità ambientale. Grave la situazione sugli istmi delle due lagune: un tessuto discontinuo
lineare occupa illegalmente l’antico Bosco Isola di Lesina, creando un fronte di ben 4,5 km.
Anche l’istmo di Varano è stato illecitamente occupato da un fronte discontinuo di case per le vacanze
e campeggi lungo circa 4 km. Si tratta di insediamenti costruiti in aree protette, per giunta demaniali,
composti da alcune migliaia di seconde case, così ardite nella loro illegalità da essere state in parte
già distrutte dalle onde del mare. Tutti i canali lagunari che mettono in collegamento le lagune al mare
risultano oggi armati, con le foci di Capoiale e Varano usate come approdi. Una terza foce del lago di
Lesina, detta di S. Andrea e posta tra le foci Sciapparo e di Acquarotta, è chiusa da decenni per
interramento. Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
Elaborazione dossier: ph. d. Felice Stoico per Ente Parco Nazionale del Gargano Ente Capofila Protocollo di intesa: ASP dr V. Zaccagnino
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Il fronte della città balneare che si estende da foce Varano a Rodi Garganico è composto da un
avvicendamento pressoché continuo di piattaforme turistiche e tessuti edilizi discontinui (da Lido del
Sole a Punta Cucchiara, fino a Santa Barbara Ripa). Tra la foce del Fortore e Punta delle Pietre Nere,
luogo di grande rilevanza naturalistica a livello regionale, è sorta la grande piattaforma turistica di
Marina di Lesina, composta da tipologie tipicamente urbane (case bifamiliari e palazzine multipiano).
Il borgo turistico, servito da un porto turistico, si colloca rigidamente sul suolo ed è collegato alla
spiaggia da numerosi percorsi che frammentano in vari punti la vegetazione dunale. Altre massicce
piattaforme turistiche sono state costruite lungo la strada storica che collega le sponde del lago di
Lesina a Torre Mileto (Gargano Blu) e in corrispondenza della località “Pagliai dei Combattenti”.
Il centro storico di Lesina si è espanso attraverso un raddoppio della scacchiera ortogonale, che ha
occupato gran parte del ristretto a sud dell’abitato, un tempo coltivato a vite, frutteto e uliveto. I centri
che circondano le lagune si sono notevolmente ampliati a macchia d’olio attraverso lo sviluppo di
tessuti compatti e maglie regolari, che tendono negli ultimi decenni a sfrangiarsi verso valle con la
costruzione soprattutto di piattaforme produttive-direzionali-commerciali.
Da un punto di vista infrastrutturale, abitanti e visitatori possono disporre solo dell’auto privata per
muoversi nella regione. Lontane e sconnesse dalla costa risultano, infatti, le stazioni della ferrovia
garganica che servono i centri disposti sulle alture circostanti le lagune.
Dopo la costruzione della SS 693, non vi è stato alcun progetto di valorizzazione paesaggistica
dell’antica strada che costeggiava il lago di Lesina (SP 40) e della strada di sottocosta che bordava,
prima in altura, poi discendendo a valle, le sponde meridionali del lago di Varano (SS 89 FG).
Brutalmente troncato è il rapporto che storicamente intercorreva tra l’abitato di Lesina e gli antichi
insediamenti di Ripalta e S. Agata a causa della costruzione dell’ampio corridoio infrastrutturale
formato da SS 16, autostrada A14 e la ferrovia adriatica.
Oltre al diffuso abusivismo e all’espansione edilizia connessa allo sviluppo turistico della fascia
costiera, altri fattori di criticità sono rappresentati dall’intensificarsi delle tecniche agroindustriali nella
zona del lago di Lesina, dove le attività di pesca (anguille, cefali, spigole, sogliole e orate) sono
minacciate dagli alti tassi di nitrati e nitriti nell’acqua dovuti ai fenomeni di dilavamento dei terreni
agricoli circostanti, arricchiti di concimi chimici.
La situazione appare particolarmente critica intorno all’abitato di Lesina, dove tra campi sterminati di
pomodoro masse di lavoratori africani trovano riparo nelle masserie diroccate. All’emungimento
incontrollato dagli acquiferi profondi, ad opera di agricoltura ed insediamenti turistici, è connessa la
contaminazione salina delle falde acquifere. In tutta la zona costiera, in una fascia profonda alcuni
chilometri, le acque di falda sono contraddistinte da salinità piuttosto elevata tanto da risultare ormai
inutilizzabili per uso irriguo potabile.
Anche l’habitat delle lagune, caratterizzate da un delicato equilibrio idrogeologico, presenta numerose
criticità: i fenomeni di inquinamento delle acque causati dalla presenza dei contigui insediamenti
costieri abusivi, spesso privi di infrastrutture igienico-sanitarie appropriate; lo scarico di acque reflue
urbane, provenienti da Lesina e dai centri posti sulle alture circostanti; gli allevamenti ittici, che si
approvvigionano di acqua sorgiva e sversano direttamente in laguna acque reflue, la cui portata
eutrofizzante non è certamente trascurabile per il delicato habitat lagunare. I principali problemi delle
isole Tremiti sono di tipo conservativo e riguardano la prateria di Posidonia, habitat particolarmente
fragile a causa dei delicati equilibri che ne permettono l’esistenza, come pinete di pino d’Aleppo
minacciate frequentemente da incendi.
Notevoli i problemi durante la stagione turistica legati allo smaltimento dei rifiuti solidi urbani,
all’inquinamento da idrocarburi e all’eccessiva frequentazione delle grotte.
5 Il sistema informativo geografico
Un Sistema Informativo Geografico (GIS, Geographical Information System), è un insieme di
programmi che permettono di creare, visualizzare, interrogare e analizzare dati geospaziali: si tratta, Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
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quindi, di un sistema informatico in grado di produrre, gestire ed analizzare dati spaziali associando a
ciascun elemento geografico una o più descrizioni alfanumeriche.
Mettere insieme una piattaforma GIS per la gestione dei dati, finalizzata alla lettura del paesaggio,
significa catalogare, attraverso la georeferenziazione, tutti gli elementi utili alla lettura della maglia
insediativa e quindi alla relativa ricostruzione. Ciò avviene solo dopo un operazione di censimento
delle diverse fonti (dati topografici, anomalie aeree, attestazioni archivistiche, rinvenimenti editi, ecc.)
e redigendone un catasto.
I dati inseriti in una piattaforma GIS descrivono le coordinate spaziali, cioè latitudine e longitudine (dati
geometrici georeferenziati) relative ad un oggetto.
Nel GIS vengono utilizzate tre tipologie di informazioni:
1 Geometriche: relative alla rappresentazione cartografica degli oggetti rappresentati; quali la
forma (punto, linea, poligono), la dimensione e la posizione geografica;
2 Topologiche: riferite alle relazioni reciproche tra gli oggetti (connessione, adiacenza,
inclusione ecc…);
3 Informative: riguardanti i dati (numerici, testuali ecc…) associati ad ogni oggetto.
Il GIS prevede la gestione di queste informazioni in un database relazionale che dialoga con il dato
visivo, memorizzando la posizione del dato, impiegando un sistema di proiezione reale che definisce
la posizione geografica dell’oggetto e gestisce contemporaneamente i dati provenienti da diversi
sistemi di proiezione e riferimento.
A differenza della cartografia su carta, la scala in un GIS è un parametro di qualità del dato e non di
visualizzazione. Il valore della scala esprime le cifre significative che devono essere considerate valide
delle coordinate di georeferimento. Le applicazioni che usano dati geospaziali eseguono varie
funzioni, tra le quali, la più diffusa è la produzione di mappe: per realizzare le mappe i programmi GIS
impiegano i dati geospaziali e li rappresentano graficamente (su schermo o stampati su carta). La
produzione di mappe, tuttavia, non è che una delle più semplici applicazioni di una piattaforma GIS21;
le enormi potenzialità di calcolo e restituzione grafica, infatti, servono per effettuare analisi geospaziali
complesse, tra le quali le più usate sono:

  • Distanza tra posizioni geografiche
  • Misurazione dell’area di una certa regione geografica
  • Quali elementi geografici si sovrappongono ad altri
  • Determinazione dell’entità della sovrapposizione tra elementi
  • Il numero di posizioni comprese entro una certa distanza da un’altra
    Il risultato delle analisi può essere mostrato sia su mappa che mediante una tabella numerica. I dati
    che la piattaforma GIS analizza per la produzione di mappe e tabelle sono essenzialmente di due
    formati: raster e vettoriali.
    Il dato raster permette di rappresentare il mondo reale attraverso una matrice di celle, generalmente
    di forma quadrata o rettangolare, dette pixel. A ciascun pixel sono associate le informazione relative
    a ciò che esso rappresenta sul territorio. La dimensione del pixel (detta anche pixel size),
    generalmente espressa nell’unità di misura della carta (metri, chilometri etc.), è strettamente
    relazionata alla precisione del dato.
    I dati vettoriali sono costituiti da elementi semplici quali punti, linee e poligoni, codificati e memorizzati
    sulla base delle loro coordinate. Un punto viene individuato in un sistema informativo geografico
    attraverso le sue coordinate reali (x1, y1); una linea o un poligono attraverso la posizione dei suoi nodi
    (x1, y1; x2, y2; …). A ciascun elemento è associato un record del database informativo che contiene
    tutti gli attributi dell’oggetto rappresentato. La cartografia vettoriale è particolarmente adatta alla
    rappresentazione di dati che variano in modo discreto mentre la cartografia raster è più adatta alla
    rappresentazione di dati con variabilità. I dati vettoriali e i dati raster si adattano ad usi diversi e
    possono interagire tra loro.
    Il GIS consente di mettere in relazione tra di loro i diversi dati, sulla base del loro comune riferimento
    geografico in modo da creare nuove informazioni a partire dai dati esistenti. Il GIS offre ampie

21 La produzione di mappe può essere effettuata anche mediante programmi di grafica, senza ricorrere ad una piattaforma GIS. Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
Elaborazione dossier: ph. d. Felice Stoico per Ente Parco Nazionale del Gargano Ente Capofila Protocollo di intesa: ASP dr V. Zaccagnino
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possibilità di interazione con l’utente e un insieme di strumenti che ne facilitano la personalizzazione
e l’adattamento alle problematiche specifiche dell’utente finale.
I GIS presentano normalmente delle funzionalità di analisi spaziale ovvero di trasformazione ed
elaborazione degli elementi geografici degli attributi. Esempi di queste elaborazioni sono:

  1. L’overlay topologico: in cui si effettua una sovrapposizione tra gli elementi dei due temi per
    creare un nuovo tematismo;
  2. Le query spaziali, ovvero delle interrogazioni di basi di dati a partire da criteri spaziali
  3. Il buffering: da un tema puntuale, lineare o poligonale definire un poligono di rispetto ad una
    distanza fissa o variabile in funzione degli attributi dell’elemento;
  4. La segmentazione: algoritmi di solito applicati su temi lineari per determinare un punto ad una
    determinata lunghezza dall’inizio del tema;
  5. La network analysis: algoritmi che da una rete di elementi lineari determinano i percorsi minimi
    tra due punti;
  6. La spatial analysis: algoritmi che utilizzando modelli dati raster effettuano analisi spaziali di
    varia tipologia, ad es: analisi di visibilità;
  7. Analisi geostatistiche: algoritmi di analisi della correlazione spaziale di variabili georeferite.
    Uno dei software GIS più diffusi è la piattaforma ArcGIS della Esri: si tratta di un software proprietario
    che negli anni passati ha rappresentato il punto di riferimento di tutte le applicazioni GIS, dettando le
    caratteristiche e creando gli standard del settore. Oggi, fortunatamente, esistono numerose e valide
    alternative FOSS (Free and open source software, programmi liberi e a codice sorgente accessibile)22
    che permettono di abbattere i costi di licenze operative software senza rinunciare alla realizzazione
    di prodotti finiti e professionali. I più usati e supportati sistemi GIS FOSS sono Quantum GIS, GRASS
    GIS e gvSIG.
    5.1 L’utilizzo di software FOSS per la realizzazione della piattaforma GIS.
    Sin dal principio del progetto è stato adottato il “modello open source”, nato in campo informatico, ma
    applicabile perfettamente, con ottimi risultati, alla ricerca archeologica ed ai suoi obiettivi23. Di fatto,
    esso garantisce all’archeologo l’utilizzo di applicativi avanzati, abbattendone i costi, con ritmi di
    crescita e di aggiornamento competitivi rispetto a quelli del software commerciale proprietario, e con
    la possibilità concreta di intervenire, direttamente o indirettamente, nel processo di sviluppo, di

22 Tecnicamente, Open Source significa «a codice sorgente aperto». La maggior parte dei programmi sono infatti scritti in linguaggi leggibili
dagli umani, quali il C, C++, C#, ecc.; questo è detto codice sorgente. Per essere eseguibili da un computer, queste liste di istruzioni devono
essere convertite in codice (detto codice eseguibile) illeggibile per noi, ma facilmente comprensibile dal processore. Il processo di
conversione da sorgente ad eseguibile è detto compilazione, e viene effettuato da programmi detti compilatori. Il processo è in generale ad
una sola direzione, nel senso che è estremamente difficile risalire dal codice eseguibile a quello sorgente. Quando si acquista la licenza di
uso di un programma proprietario viene fornito il codice eseguibile, il che di fatto rende il programma non modificabile dall’utente. Al contrario,
i programmi Open Source sono forniti sia con il codice sorgente che, generalmente, con l’eseguibile (in ogni caso, l’utente può procedere
autonomamente alla compilazione). Di conseguenza, è sempre possibile per l’utente modificare (o far modificare da un programmatore)
ogni aspetto di un programma Open Source. È quindi possibile per ciascuno, a qualunque livello di preparazione informatica, partecipare
allo sviluppo del programma, segnalando bugs, migliorando la documentazione, traducendo le parti che gli sono più utili, ecc.
23 Pescarin 2006, pp. 137-155. Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
Elaborazione dossier: ph. d. Felice Stoico per Ente Parco Nazionale del Gargano Ente Capofila Protocollo di intesa: ASP dr V. Zaccagnino
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personalizzazione o di rielaborazione del software.
L’utilizzo di formati “aperti” è naturalmente fondamentale in questo senso, dunque, “quanto più si farà
uso di formati di scambio aperti, tanto più i gruppi di lavoro saranno liberi di utilizzare i programmi,
commerciali o open, che più si adattano alle proprie esigenze, e progetti e dati potranno “migrare” più
semplicemente da un sistema ad un altro”24
.
Il principio partecipativo che si pone alla base di questo modello è facilmente identificabile con il lavoro
interdisciplinare proprio di un progetto di ricerca, in un’ottica di continuo sviluppo e aggiornamento del
progetto stesso, che ha come fine primario l’applicazione del “modello open source” in attività di
laboratorio di gestione dati, in modo da permettere all’archeologo, tramite il superamento del problema
delle licenze software, una più flessibile gestione del lavoro. Nello specifico, un progetto di analisi e
ricostruzione di un paesaggio archeologico, per il quale è richiesta una suddivisione del lavoro in fasi
e il coinvolgimento di diverse professionalità, si presta ad un approccio open-source tramite la
costituzione di gruppi di lavoro in grado di partecipare in tempo reale alla stesura del progetto,
costituendo così una rete di ricerca.
Diventa in questo modo più semplice la gestione dei dati che, una volta inseriti in un database caricato
su di un server, possono essere visualizzati e modificati dagli stessi gruppi di lavoro. Questo
“patrimonio” di dati risulterà poi prezioso al fine della ricostruzione del paesaggio archeologico25
.
Nell’ambito delle ricerche si è scelto di utilizzare quale piattaforma GIS il software FOSS Quantum
GIS (Qgis), su sistema operativo Mac OS X. Si tratta di una piattaforma libera sviluppata e mantenuta
da un gruppo di volontari che emettono con regolarità aggiornamenti e correzioni; attualmente il
software giunto alla release stabile 1.7.4 è tradotto e supportato in 14 lingue, tra cui l’italiano.
Il software è rilasciato come multipiattaforma e gira nativamente su sistemi Mac OS X, Linux, Unix e
Microsoft Windows; oltre ad essere multipiattaforma, il programma possiede un’interfaccia utente
semplice e intuitiva. Paragonato ad altre piattaforme GIS similari, Quantum GIS oltre ad essere di
minori dimensioni, non necessita di grandi quantità di RAM. Essendo distribuito come pacchetto Open
Source, il codice sorgente di Quantum GIS è liberamente messo a disposizione dagli sviluppatori e
può essere scaricato e modificato. Questo permette la sua riprogrammazione per rispondere a
specifiche esigenze.
Quantum GIS presenta un’interfaccia grafica e un sistema di gestione molto intuitivi, fondamentali per
un prodotto informatico complesso come il GIS, e utilizzabile da utenti di livello medio, le cui
competenze maggiori sono in campo archeologico. Inoltre, ha un set base di strumenti per la
digitalizzazione ed è in grado di gestire livelli raster e vettoriali. Il vero punto di forza di tale piattaforma
è la possibilità di utilizzare plug-in aggiuntivi, piccole estensioni, che permettono agli utenti di
realizzare proprie soluzioni in maniera abbastanza rapida e con nozioni di programmazione basilari,
per aumentare le funzionalità e la compatibilità; infine, il funzionamento del programma è identico su
tutti i sistemi operativi supportati.
La scelta è ricaduta su di un software FOSS in primo luogo per i costi di licenza nulli26, oltre che
naturalmente per la validità delle soluzioni offerte. Il software open source, inoltre, distaccandosi da
ogni logica commerciale, consentono un numero di installazioni più libere e meglio programmabili, pur
presentando qualche difficoltà operativa. Ad esempio, alcune piattaforme GIS FOSS, come GRASS,
gvSIG e Quantum GIS, godono dell’assistenza di una larga comunità di utenti e risultano in continuo
sviluppo e supporto27
.
Tra i principali vantaggi dei software GIS open source, oltre al già citato supporto da parte di comunità
di sviluppatori, possiamo ricordare la possibilità di creare funzionalità nuove e specifiche per il settore
di riferimento (archeologico nel nostro caso), utilissime a pochi e quindi difficilmente implementate in
software commerciali rivolti ad un grande numero di utenti; inoltre, i software open utilizzano
nativamente, o danno la possibilità di leggere e scrivere, dati in formati non proprietari, che quindi non

24 Pescarin 2006, p. 144.
25

26 Il basso (o nullo) costo di acquisto consente di avere a disposizione strumenti di alto livello con bassi investimenti; questi possono essere
limitati ai costi di formazione presso una delle numerose comunità di utenti che spontaneamente si aggregano.
27 Tedeschi, Scanu 2009, pp. 33-34. Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
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vincolano l’utente finale all’uso di un software specifico: questo vincolo, infatti, limita di fatto la libera
circolazione dei dati o la rende difficoltosa, obbligando a conversioni di dati e coordinate che portano
ad una duplicazione ridondante dei database.
Tali indubbi vantaggi, difficilmente ottenibili con prodotti commerciali a causa della loro stessa natura,
presentano un rovescio della medaglia, con alcune caratteristiche negative.
Alcune caratteristiche negative dei software open source sono di tipo funzionale, altre di tipo
strutturale. Per quanto riguarda le caratteristiche funzionali occorre mettere in risalto come la curva
d’apprendimento sia più ripida per gli utenti poco smaliziati o poco avvezzi all’uso di strumentazione
informatica, un po’ a causa della minore rifinitura dell’interfaccia utente, un po’ per la documentazione
a volte scarsa e lacunosa.
I problemi strutturali, invece, sono dovuti fondamentalmente alla breve durata di alcune piattaforme
GIS open, sviluppate e supportate per un lasso di tempo troppo ristretto da poter permettere una
evoluzione apprezzabile e funzionale28. Questa situazione disorienta gli utenti e disperde risorse
importanti che potrebbero essere utilizzate per lo studio e lo sviluppo di applicazioni specialistiche.
Fortunatamente, vi sono autorevoli eccezioni (GRASS, Quantum GIS, MapServer, gvSIG), che
potrebbero diventare più numerose grazie all’impegno di pubbliche amministrazioni e di università che
hanno la possibilità di agevolarne la diffusione e di svilupparne l’uso per scopi didattici e per la ricerca.
Nel nostro lavoro si è scelto, appunto di utilizzare come piattaforma GIS, all’interno della quale far
ragionare tutti i dati geospaziali, il software Quantum GIS. In pieno accordo con la filosofia open
source, Quantum GIS mette a disposizione di sviluppatori ed utenti:
 un portale29, con informazioni sul programma e le sue componenti, link per il download del
programma e di dati di esempio, forum, mappa degli utenti (a cui ci si può aggiungere autonomamente
online), ecc:;
 un sito collaborativo (wiki, basato sulla tecnologia della famosa enciclopedia libera Wikipedia)
per la condivisione delle idee e il coordinamento del lavoro: http:// wiki.qgis.org/qgiswiki;
 un sito per la verifica e segnalazione di bugs e richieste di miglioramento: https://svn.qgis.org/
trac/report, dove, a differenza di quanto avviene con software proprietario, in cui si cerca di
nascondere i malfunzionamenti, è possibile verificare cosa non funzioni, segnalare ulteriori bugs, e
verificarne la soluzione;
 un sito per lo sviluppo collettivo (subversion, svn): http://svn.qgis.org/WebSVN/; qui tutto lo
sviluppo avviene “alla luce del Web”: ogni riga di codice che gli sviluppatori (abilitati dal responsabile
del progetto) inseriscono nel codice è analizzabile da tutti; da qui ognuno (con le competenze
necessarie) può anche scaricare, in tempo reale, il software nell’attuale fase di sviluppo, il che è utile
per avere l’ultima versione una volta che un bug, per noi particolarmente fastidioso, sia stato
sistemato;
 una mailing list per gli utenti, in cui si può richiedere e d offrire aiuto, segnalare eventi e
problemi, ed in generale influenzare lo sviluppo e la vita del programma;
 una mailing list per gli sviluppatori, dove si discute degli aspetti tecnici dello sviluppo;
 un canale di chat, in cui le interazioni fra utenti e sviluppatori sono più rapide ed immediate. In
questo modo, tutti possono verificare non solo il prodotto finito, ma anche il funzionamento interno del
programma, e fare scelte più consapevoli fra i vari software disponibili.
Tra le principali estensioni di Quantum GIS, è risultata fondamentale per il nostro lavoro, l’estensione
GRASS30. Si tratta di una estensione molto articolata che consente di utilizzare le enormi potenzialità
di calcolo ed analisi della piattaforma GRASS GIS all’interno della più familiare ed intuitiva interfaccia
di Quantum GIS. Nello specifico l’estensione GRASS consente di trattare i dati, analizzare i dati,

28 Elevato è infatti il numero di progetti GIS open source fortemente simili che nascono e vengono abbandonati rapidamente.
29 http://qgis.org
30 http://grass.fbk.eu/ e http://grass.itc.it/ Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
Elaborazione dossier: ph. d. Felice Stoico per Ente Parco Nazionale del Gargano Ente Capofila Protocollo di intesa: ASP dr V. Zaccagnino
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effettuare modellazione spaziale (viste tridimensionali), creare curve di livello e sezioni31, creare un
rilievo ombreggiato con effetto 3D (shaded relief)32, effettuare network analysis, ecc.
Piattaforma gis
5.2 Il sistema di riferimento cartografico e i principali repertori cartografici
«La cartografia è il disegno di una porzione, più o meno estera, di territorio, codificata nei simboli e
nei modi di rappresentazione delle differenti entità presenti»33. Dunque una carta geografica è una
rappresentazione simbolica, ridotta ed approssimata di una porzione di superficie terrestre: ridotta
perché restituita secondo precisi rapporti metrici espressi dalla scala di rappresentazione; simbolica
perché costruita e modificata mediante vari simboli e colori; approssimata in quanto non è possibile
eliminare del tutto il fattore di deformazione dovuto alla forma stessa del geoide della Terra.
La cartografia non ha uniformità di intenti e di applicazioni, e quindi la scelta del supporto cartografico
non può prescindere dallo scopo del suo utilizzo: l’archeologia, nello specifico, necessità di differenti
cartografie con diverse scale di rappresentazione, a seconda del tipo di indagine promossa.
Ad un livello di maggior dettaglio i rilievi stratigrafici ed architettonici vengono effettuati, e acquisiti in
ambiente GIS, ad una scala che varia tra l’1:1 e l’1:100: tanto maggiore sarà il dettaglio del rilievo,

31 Per mezzo della funzione Profile analysis del software GRASS è possibile tracciare sezioni altimetriche tra due punti qualsiasi del modello
digitale del terreno utilizzato ed ottenere una restituzione grafica del profilo della sezione stessa. Tracciando dunque sulla mappa un
segmento tale da coprire la zona in esame, il software restituisce, in un piano cartesiano, un profilo di sezione.
32 La tecnica si basa sul differente grado di riflessione di superfici con inclinazioni variabili rispetto ad una stessa fonte di illuminazione, che
viene assunta come puntiforme e situata ad una distanza infinita.
33 Peverieri 1995, p. 7. Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
Elaborazione dossier: ph. d. Felice Stoico per Ente Parco Nazionale del Gargano Ente Capofila Protocollo di intesa: ASP dr V. Zaccagnino
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quanto maggiori saranno le possibilità di interrogazione e di analisi della piattaforma GIS nella quale
i dati sono importati.
Ad un livello successivo si possono adottare le scale 1:1.000 o 1:2.000, per quanto riguarda gli ambiti
urbani, oppure 1:5.000 e 1:10.000, per quanto riguarda i contesti rurali. In entrambi i contesti, il
supporto migliore è costituito dalle carte tecniche regionali (CTR), che costituiscono il miglior mezzo
per le operazioni di georeferenziazione. La CTR varia dai fogli 1:2.000 (nuclei urbani e centri storici)
ai fogli 1:5.000 e 1:10.000. Ovviamente, per i contesti di scavo occorre realizzare cartografie con un
migliore e più elevato dettaglio, che vada ad integrare la CTR.
Per lo studio di contesti provinciali o regionali, in particolare per le fasi di analisi di modelli e sintesi
storico-diacronica, si utilizzano supporti cartografici con scale minori, proprie delle carte topografiche
(1:100.000) o corografiche (1:1.000.000). Ottimo strumento e supporto, sono, in questo caso, i
repertori cartografici dell’Istituto Geografico Militare, che vengono redatti nelle scale dall’ 1:25.000
all’1:250.000.
Un discorso a parte è costituito dalla cartografia numerica, ovvero la cartografia digitale distribuita
sotto forma di shape files per piattaforme GIS. Mentre per la cartografia cartacea il dato è correlato al
graficismo, nella cartografia numerica il dato è strettamente dipendente dalla scala nominale, cioè «la
scala per cui la carta è stata prodotta e a cui va rappresentata; tale scala è quella che definisce
precisione e contenuto della carta stessa, come accade per la normale scala grafica della carta al
tratto»34. All’interno della piattaforma GIS, le coordinate reali sono memorizzate senza conversione di
scala e questa viene considerata esclusivamente quale parametro per definire il grado di accuratezza
e la risoluzione dei supporti utilizzati.
La cartografia ufficiale italiana è redatta di norma nel sistema della rappresentazione conforme di
Gauss-Boaga e prevede carte geografiche, corografiche, nautiche, aeronautiche, catastali e
geologiche.
Tra i principali repertori cartografici disponibili in Italia, possiamo enumerare i lavori prodotti dagli
organi cartografici dello Stato: l’Istituto Geografico Militare (IGM), l’Istituto Idrografico della Marina, la
Sezione Fotocartografica dello Stato Maggiore dell’Aeronautica (Centro Informazioni Geotopografiche
Aeronautiche: CIGA), l’Amministrazione del Catasto e dei Servizi Tecnici Erariali ed il Servizio
Geologico Nazionale.
Gli enti e gli istituti che si occupano invece dei Sistemi Informativi Territoriali sono principalmente
l’Istituto Geografico Militare e gli enti locali, quali le Regioni.
La cartografia IGM
L’elemento di base della cartografia ufficiale italiana è il foglio in scala 1:100.000 della Carta
Topografica d’Italia, costituito da quattro quadranti in scala 1:50.000, denominati con lettere romane
in senso orario a partire da quello in alto a destra, e sedici tavolette al 25.000 , quattro per quadrante,
distinte con le direzioni dei punti cardinali (N- E; S-E; S-W; N-W).
Il territorio italiano è coperto da 284 fogli alla scala 1:100.000 le cui date d’aggiornamento variano fra
il 1945 (per la Sardegna centro-meridionale) e il 1967-70 (per gran parte della Sicilia). Ciascun foglio
è contrassegnato da un numero progressivo (la numerazione parte dal Nord, procedendo con
andamento Ovest-Est fino alla punta meridionale della Sicilia) e dalla denominazione dell’oggetto
geografico più rilevante dell’area rappresentata. Definisce lati di circa 37 Km in latitudine e fra 38 e 45
Km in longitudine; questi determinano mediamente un’area di rappresentazione di circa 1.500 Kmq.
Le curve di livello sono restituite mediante isoipse con equidistanza di 50 metri.
Una revisione della cartografia IGM, operata a partire dagli anni settanta del secolo scorso, ha portato
alla realizzazione di 636 fogli in scala 1:50.000: essi sono derivati dai rilievi topografici in scala
1:25.000, sottoposti ad aggiornamento mediante metodo aerofotogrammetrico. L’iniziativa di una

34 Selvini, Guzzetti 1999. Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
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nuova carta topografica è stata intrapresa per far fronte alle necessità di adeguamento al sistema
cartografico internazionale. In particolare, è stata adottata la proiezione conforme UTM con reticolato
chilometrico ed è stato realizzato l’inquadramento dei fogli all’interno della Carta dell’Europa
occidentale (scala 1:250.000). Le curve di livello presentano equidistanza di 100 metri per le direttrici,
25 metri per le intermedie, 5 metri per le ausiliarie.
Dalle tavole in scala 1:50.000 sono derivate quelle in scala 1:25.000: si tratta di 2298 elementi per
un’area di 150 Kmq. Sono stati redatti con metodo aerofotogrammetrico e disegno automatico nella
rappresentazione cartografica UTM. L’orografia è resa mediante isoipse ad intervallo di 25 metri.
La Cartografia Tecnica Regionale (CTR)
Con il termine cartografia tecnica o topografica s’intende «la fedele rappresentazione del terreno, con
tutte le sue forme e accidentalità, riportando ogni particolare naturale o manufatto nella quantità e con
la precisione concessa dalla scala»35. Si tratta, quindi, di un supporto elaborato su criteri oggettivi di
rilievo delle entità territoriali (fisiche ed antropiche) rappresentabili su carta tramite una simbologia ed
apposite convenzioni elaborate dai cartografi ed esposte in legenda per la loro codificazione da parte
degli utenti.
La Cartografia Tecnica Regionale ha avuto avvio con il D.P.R. n°8 del 15 gennaio 1972. Alla base di
tale iniziativa di legge, stava la constatazione che la gestione del territorio e la progettazione delle
infrastrutture richiedevano una conoscenza molto approfondita e dettagliata del territorio stesso. In
tale prospettiva, le Regioni stesse posero le basi per la realizzazione di cartografia tecnica che
andasse a sopperire, mediante rilievo ad alte scale, all’inadeguatezza del repertorio IGM in materia
di pianificazione territoriale. Il sistema cartografico comunemente adottato è stato inizialmente quello
nazionale Gauss-Boaga, ma oggi, in accordo con le altre nazioni europee e con quanto avvenuto per
la cartografia IGM, è stata adottata la proiezione conforme UTM. Alcune regioni, più avanzate, hanno
provveduto alla produzione delle basi cartografiche attraverso metodo aerofotogrammetrico. Altre, di
orizzonti più limitati, hanno semplicemente provveduto alla digitalizzazione dei corrispondenti supporti
cartacei.
Il repertorio della Cartografia Tecnica Regionale prevede tre distinte produzioni, corrispondenti ad
altrettante scale di redazione:

  • SEZIONI CTR (SCALA 1:10.000): costruita mediante copertura aerofotogrammetrica del
    territorio alla scala media di 1:20.000. Prevede un errore massimo di 4 metri in planimetria e di 1,80
    metri in altimetria, con una tolleranza altimetrica per le curve di livello di 3,50 metri. Le curve di livello
    hanno equidistanza di 10 metri;
  • ELEMENTI CTR (SCALA 1:5.000): costruita mediante copertura aerofotogrammetrica del
    territorio alla scala media di 1:10.000. Prevede un errore massimo di 2 metri in planimetria e di 1,20
    metri in altimetria. Le curve di livello hanno equidistanza di 5 metri;
  • FOGLI CTR (SCALA 1:2.000 o 1:1.000): costruita mediante copertura aerofotogrammetrica
    alla scala media di 1:7.000 o 1:8.000 (per le levate ad 1:1.000 la scala media è di 1:4.000), integrata
    da levate topocartografiche numeriche (stazione totale). Prevede un errore massimo di 80 cm (40 cm
    per l’1:1.000) in planimetria e 60 cm (40 cm per l’1:1.000) in altimetria. Le curve di livello hanno
    equidistanza di 2 o 1 metro. Questa cartografia viene spesso prodotta dai comuni che producono
    supporti in scala 1:1.000 e da questi derivano la cartografia al 2.000. Diversamente dalle due
    precedenti serie, la cartografia al 2.000 non copre la totalità del territorio ma si concentra sulle sole
    zone inurbate (centri storici, aree urbane e principali nuclei abitati). In alcuni casi, solitamente per i
    centri storici con complesso sviluppo topografico, si redigono cartografie tecniche anche in scala
    1:500. Queste sono costruite mediante copertura aerofotogrammetrica alla scala media di 1:3.000,
    con errore massimo di 20 cm in planimetria e 25 cm in altimetria. Le curve di livello hanno equidistanza
    media di 0,5 metri, con possibile passaggio ad 1 metro per le aree con forte pendenza.

35 Abbate 1984, pp. 479-480. Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
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Gli elementi topografici rappresentati sono il frutto di una selezione operata sulla base delle esigenze
e degli scopi della rappresentazione. Un elemento che influisce notevolmente su questa selezione è
la scala di redazione della carta. Non tutti gli elementi possono essere rappresentati a qualsiasi scala
e, col mutare di questa, gli stessi subiscono dei processi (semplificazione, generalizzazione,
sfollamento o spoglio) che inducono alla modifica della simbologia utilizzata, se non addirittura
all’eliminazione del particolare cartografico. Un discorso a parte riguarda la mancanza di un criterio di
riduzione in scala per alcuni degli elementi rappresentati, come le strade e l’idrografia. Questi,
soprattutto alle scale minori, per essere visualizzati necessitano di un tratto che, calcolate le
proporzioni, risulterebbe sovradimensionato rispetto all’effettiva dimensione dell’elemento nella realtà.
La cartografia catastale
Le carte catastali sono storicamente legate all’aspetto fiscale del governo del territorio. Esse
rappresentano infatti le particelle catastali, ossia le unità di territorio site nello stesso comune, aventi
determinate qualità e classe e appartenenti ad un unico possessore. Le mappe catastali sono
normalmente redatte in scala 1:2.000 o 1:4.000 in zone di scarso frazionamento catastale. Gli allegati,
che si riferiscono ai centri urbani, sono in scala 1:1.000 ma, in caso di abitati densi e frazionati,
possono arrivare all’1:500. Dal punto di vista tecnico, occorre ricordare che le carte catastali
forniscono esclusivamente una rappresentazione planimetrica, non prevedendo necessariamente
informazioni relative ad aspetti morfologici ed altimetrici. Inoltre, per la loro stessa finalità d’uso, non
contemplano una dettagliata restituzione dei dati topografici.
La cartografia orto fotografica
Attraverso il trattamento di immagini fotografiche aeree è possibile realizzare cartografie ad alto
dettaglio. A seconda delle procedure utilizzate e del risultato finale conseguibile, esse possono essere
distinte in due differenti tipologie:
1) FOTOPIANI O FOTOMOSAICI: vengono costruiti mediante raddrizzamento fotogrammetrico, con
una correzione unica applicata all’intero fotogramma: i fotopiani presentano il vantaggio di mantenere
inalterate tutte le informazioni dei fotogrammi originali.
2) ORTOFOTOCARTE E ORTOFOTOPIANI: vengono costruiti attraverso raddrizzamento
differenziale (mediante punti noti) di prese aerofotogrammetriche. Tale operazione si presenta più
complessa, rispetto a quella dei fotopiani, perché va effettuata sulla base della conoscenza della quota
e della posizione planimetrica dei punti utilizzati per il raddrizzamento. La correzione sarà quindi
differente nelle zone del fotogramma. La differenza tra ortofotocarte e ortofotopiani è individuabile nel
fatto che le prime sono arricchite dall’informazione altimetrica sul terreno, grazie alla rappresentazione
delle curve di livello. In definitiva, la cartografia ortofotografica integra la principale caratteristica delle
carte topografiche (contenuto metrico) con quella delle foto aeree (contenuto informativo). Le carte
aerofotografiche offrono numerosi vantaggi tra i quali i più importanti sono l’immediatezza, l’attualità
e la ricchezza del contenuto informativo, oltre alla grande precisione geometrica.
La cartografia numerica
Come già accennato, per cartografia numerica si intende la cartografia distribuita in formato shape
files per le diverse piattaforme GIS. Si tratta di cartografia vettoriale collegata ad un geodatabase: ad
ogni entità geometrica (punto, linea, poligono) corrisponde un’informazione inserita in un database
relazionale. Un database relazionale è costituito da una o più tabelle, dette appunto relazioni. La
relazione costituisce l’elemento centrale di rappresentazione dei dati in un database relazionale36. Alla
base del modello relazionale, dunque, si trova la relazione: essa, allo scopo di rappresentare in modo
espressivo i dati, viene tipicamente mostrata sotto forma di tabella. I dati in relazione sono strutturati

36 Dainelli, Bonechi, Spagnolo, Canessa 2008, p. 46. Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
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come una serie di righe e di colonne. Una riga è definita anche record e consiste in una lista di valori,
ognuno per ogni attributo. In una relazione non possono esistere due record uguali: ogni record deve
essere univoco. Inoltre, in una singola cella non sono ammessi valori che possono essere decomposti
in più attributi; l’ordine di posizionamento di righe e colonne non ha importanza, in quanto non altera
il contenuto della relazione.
In genere, lo schema di una relazione viene definito prima di costruire una tabella: si assegna alla
relazione un nome e si definiscono gli attributi che daranno origine alle colonne della tabella, ognuno
caratterizzato in base al dominio dei valori (numerico, stringa, data, ecc). Stabilito lo schema si
procede all’inserimento dei dati nei vari record. In conclusione, la definizione di una relazione passa
prima dalla costruzione del suo schema e in secondo luogo dal popolamento della tabella con in valori
relativi a ciascun record. Inoltre, un database relazionale può essere costituito sia da una singola
relazione che da innumerevoli relazioni.
Solitamente gli shape files (elemento geometrico più relazione del database) sono frutto del lavoro di
ricerca ed analisi dei singoli operatori che si occupano di GIS. Tuttavia molti dati di cartografia
numerica (cartografia tecnica regionale, uso del suolo, idrogeomorfologia, ecc…) sono distribuiti
gratuitamente, o dietro compenso, da parte di numerosi istituti di ricerca o pubbliche amministrazioni.
Un esempio di pubblica amministrazione che offre gratuitamente agli utenti cartografia numerica (e
raster) è rappresentato, come vedremo, dal Sistema Informativo Territoriale della Regione Puglia.
Il Sistema Informativo Territoriale (SIT) della Regione Puglia
A valle di lunghi anni di attesa, la Regione Puglia ha avviato lo sviluppo di un proprio sistema
informativo territoriale (SIT)37 che si propone di rendere disponibili gli elementi conoscitivi e gli
strumenti di supporto sia alla definizione di scelte di pianificazione del territorio coerenti con le nuove
politiche di decentramento definite a livello regionale che alla definizione delle scelte di
programmazione di carattere settoriale, nonché alla attuazione delle procedure amministrative
integrate con i dati territoriali. In considerazione del forte impulso dato dalla Amministrazione
Regionale alle politiche innovative di pianificazione e gestione del territorio e del paesaggio, con un
più netto orientamento a logiche di sussidiarietà e copianificazione, il SIT Regionale si propone di
rispondere ai fabbisogni espressi dagli enti locali mettendo a disposizione una base informativa unica,
ufficiale e condivisa, nonché tutti gli strumenti operativi necessari a supportare i processi di
pianificazione del territorio.
Il SIT si configura pertanto come un ambiente di lavoro e di coordinamento degli enti locali che
operano alle varie scale territoriali, con riferimento ai settori applicativi riportati nella tabella
sottostante. I servizi sono resi fruibili attraverso l’accesso a un geoportale. Per quanto attiene alla
costruzione dei quadri conoscitivi, oltre ai prodotti cartografici di nuova realizzazione, il SIT integra e
rende disponibili:
 il database degli indicatori socioeconomici;
 i dati sui flussi di traffico relativi alle principali arterie regionali;
 la banca dati catastale, censuaria e cartografica, in coerenza con le logiche di decentramento
promosse dalla Agenzia del territorio, in riferimento alle quali la Regione Puglia ha chiesto il riuso dei
risultati del progetto nazionale SigmaTER, promosso da un gruppo di 5 regioni con capofila l’Emilia
Romagna;
 gli elementi essenziali della pianificazione territoriale, con specifico riferimento ai piani a scala
comunale (PUG), provinciale (PTCP) e regionale (Piano Paesaggistico, Carta dei beni culturali, Piano
di Assetto Idrogeologico, Piano dei Trasporti, ecc).
L’elemento comune alla realizzazione e, soprattutto, al successivo aggiornamento delle banche dati
del SIT regionale è il ricorso a logiche di tipo partecipativo. Secondo tali logiche la banca dati del SIT

37 http://www.sit.puglia.it/. È possibile accedere ai servizi di consultazione e download del materiale cartografico previa registrazione al
portale e dichiarazione degli usi che si intende effettuare del materiale scaricato. I dettagli tecnici riportati nelle pagine seguenti sono tratti
dalle relazioni contenute sul portale SIT Puglia. Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
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non è solo il risultato di una attività condotta centralmente a livello della Amministrazione regionale,
ma presuppone il coinvolgimento e la partecipazione di una pluralità di soggetti, in particolare le
amministrazioni locali che divengono così utenti e cogestori del patrimonio informativo regionale ed
attori di primo piano del processo di aggiornamento.
Le azioni descritte sono definite e supportate dal Centro Tematico, che si occupa essenzialmente di
gestire l’infrastruttura tecnologica alla base del Sistema; manutenere le banche dati del Sistema,
garantendo nel tempo la qualità della informazione amministrata; gestire l’erogazione dei servizi,
promuovere e coordinare lo sviluppo di nuovi servizi sul territorio; produrre prodotti/servizi a valore
aggiunto; rappresentare il riferimento per le Amministrazioni Locali nella adozione di tecnologie GIS;
definire, secondo le normative vigenti, le modalità di elaborazione e trasmissione dei dati da inserire
nel SIT. A tal proposito, e con specifico riferimento all’elaborazione dei PUG, il Centro Tematico ha
definito, in collaborazione con l’Amministrazione Regionale, i criteri di strutturazione e unificazione
delle informazioni prodotte in fase di redazione di un PUG, fornendo uno schema di organizzazione
degli elaborati in coerenza con le linee guida prodotte dall’Assessorato e promuovendo l’opportunità
di realizzare gli elaborati di piano direttamente in ambiente GIS.
Il Servizio Cartografico della Regione, in accordo agli obiettivi della L.R. 23 dicembre 1996, n. 28
“Realizzazione di cartografia di base e cartografia tematica attraverso un sistema di informazione
territoriale” ha promosso negli anni una serie di azioni miranti a realizzare una conoscenza omogenea
del territorio regionale:
 l’elaborazione di capitolati speciali per la formazione di Carte Tecniche, onde adottare
simbologie unificate, norme di inquadramento e direttive unitarie per gli Enti regionali in ordine ai criteri
ed alle metodologie da impiegare per conseguire una dotazione informatica e/o cartografica in forma
digitale;
 la realizzazione, informatizzazione, conservazione e distribuzione, anche attraverso un Sito
Web, di un insieme di Carte Tecniche, sulla base dello specifico fabbisogno informativo rinveniente
dalla utenza provinciale/comunale.
Ciononostante, la situazione vedeva il territorio regionale coperto a macchia di leopardo. La nuova
Carta Tecnica Regionale (CTR) nasce pertanto con l’obiettivo di completare la copertura del territorio
regionale esistente e di rappresentare un prodotto omogeneo in termini di contenuti e di allineamento
temporale. La nuova carta tecnica regionale è stata realizzata da un volo aereo eseguito a partire da
agosto 2006 e conclusosi nel mese di novembre (solo per piccole aree la copertura è relativa a marzo
2007). Il volo, eseguito utilizzando la camera fotogrammetrica digitale Z/I Imaging DMC della
Intergraph a colori e con fotogrammi che hanno una risoluzione a terra di circa 20 cm, è stato utilizzato
per la produzione della nuova carta tecnica e per l’aggiornamento di quella esistente. Il livello di
dettaglio dei fotogrammi permette la derivazione, qualora si rendesse necessaria, della cartografia in
scala 1:2.000.
La copertura totale del territorio regionale ha comportato l’acquisizione complessiva di circa 26.000
fotogrammi, compresi quelli relativi alle strisciate longitudinali di raccordo.
La nuova carta tecnica è stata realizzata alla scala 1:5.000, nel sistema di riferimento UTM WGS84 –
ETRS89 fuso 33N e, ovviamente, anche la cartografia preesistente è stata riproiettata nel sistema
UTM WGS84. La realizzazione della carta tecnica regionale vede la collaborazione dell’Istituto
Geografico Militare (IGM) e, al fine di evitare inutili frammentazioni, la restituzione della CTR segue il
taglio dei fogli IGM in scala 1:50.000, ma sono anche disponibili i files che seguono il grigliato dei fogli
in scala 1:5.000, editati per la stampa e corredati di bandella che riporta i dettagli tecnici della
restituzione e dell’area inquadrata. Oltre alla carta tecnica in scala 1:5.000, si stanno realizzando:
 il Modello Digitale del Terreno (DTM): a completamento della copertura già esistente, è
realizzato con maglia di 8 mt, secondo le specifiche messe a punto dalla commissione IntesaGis;
 l’ortofoto: a completa copertura del territorio regionale, a colori e con pixel di 50 cm;
 l’uso del suolo: a completa copertura del territorio regionale, in scala 1:10.000 e con sistema
di classificazione corrispondente al 4 livello CORINE;
 il database topografico multiprecisione alla scala 1:5.000 e alla scala 1:2.000 per quanto Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
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riguarda toponomastica e numeri civici (solo per i centri urbani che già dispongono di carta tecnica in
scala 1:2.000)
La realizzazione di questi prodotti sta seguendo precise indicazioni definite dall’Intesa Stato RegioniEnti Locali sui Sistemi Informativi Territoriali, con particolare riferimento alle Specifiche per la
Produzione dei Data Base Geografici di interesse generale e alle Prescrizioni Tecniche per la
Produzione di Modelli Digitali del Terreno. L’IGM, tra l’altro, rappresenta la Commissione di collaudo
di tutti i prodotti cartografici regionali, tra cui anche DTM, ortofoto e database topografico. La nuova
carta tecnica regionale e tutti i prodotti cartografici sono realizzati nell’ambito dell’Accordo di
Programma Quadro (APQ) in Materia di e-government e Società.
Le Ortofoto digitali
L’ortofoto deriva dal volo aereo realizzato a partire da agosto e conclusosi a novembre 2006 (tranne
piccole aree la cui copertura è relativa a marzo 2007), ed eseguito utilizzando la camera
fotogrammetrica digitale Z/I Imaging DMC della Intergraph, a colori e con fotogrammi con risoluzione
a terra di circa 20 cm. La copertura totale del territorio regionale ha comportato l’acquisizione
complessiva di circa 26.000 fotogrammi. Per produrre l’ortofoto è stato necessario “proiettare”
matematicamente i fotogrammi sulla superficie di riferimento cartografico (l’ellissoide), secondo una
proiezione localmente ortogonale alla superficie stessa (da cui il nome). Al fine di eseguire questa
proiezione, per ogni fotogramma sono stati utilizzati i parametri di orientamento, ottenuti tramite la
triangolazione aerea, ed il modello digitale del terreno della zona da proiettare, oltre al modello
matematico del sistema di acquisizione della camera fotogrammetrica, così da eliminare ogni
distorsione dovuta alla prospettiva ed al rilievo (questo tipo di correzione geometrica è stata effettuata
con procedura rigorosa, pixel per pixel, escludendo le trasformazioni semplificate).
L’ortofoto digitale a colori, dell’intero territorio regionale, è a scala 1:5.000 ed ha una risoluzione a
terra del pixel di 50 cm; inoltre è inquadrata nel sistema di riferimento UTM WGS84 – ETRS89 fuso
33N. L’ortofoto si integra a tutti gli effetti con la cartografia tradizionale ed ha il vantaggio di una
migliore leggibilità anche da parte di un utente meno esperto, oltre ad un indubbio miglior impatto
visivo. Poichè essa contiene in toto le informazioni del fotogramma rilevato è di grande importanza e
si presta a successive interpretazioni ed estrazione di informazioni tematiche, ad esempio nel campo
della copertura dei suoli.
L’ortofoto, così come tutti i prodotti cartografici, è realizzata nell’ambito dell’Accordo di Programma
Quadro (APQ) in Materia di e-government e Società dell’Informazione della Regione Puglia, Progetto
per la realizzazione del Sistema Informativo Territoriale Regionale (SIT), finanziato attraverso il POR
2000/2006 misura 6.3, la delibera CIPE n. 17/2003 e la successiva delibera CIPE n. 83/2003.
L’ortofoto è stata realizzata dal RTI Rilter/SIT/Telespazio e collaudata dall’Istituto Geografico Militare
(IGM).
Il Database topografico
Il database topografico rappresenta una evoluzione della carta tecnica regionale nella logica di un
vero e proprio database relazionale, aggiornabile nel tempo. È articolato in un insieme di tipologie di
elementi territoriali acquisibili da fonti diversificate (aerofotogrammetria, carta tecnica esistente o carte
tematiche) dette CLASSI:
 le classi raccolgono secondo criteri di omogeneità (per geometria e contenuto) gli oggetti che
rappresentano il territorio
 per ogni oggetto vengono specificate le caratteristiche attraverso la valorizzazione di attributi
stabiliti, individuazioni di componenti geometriche
 per ciascuna classe viene riportata l’obbligatorietà di geometrie e attributi da rilevare alle
diverse scale
 esse sono organizzate logicamente in STRATI e TEMI secondo la strutturazione gerarchica Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
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STRATO-TEMA-CLASSE.
Il passaggio dalla carta tecnica tradizionale al database topografico comporta:
 una maggiore importanza alle geometrie poligonali rispetto a quelle lineari o puntuali; esempio
tipico: introduzione di elementi della viabilità come aree di circolazione veicolare e aree di circolazione
pedonale
 rappresentazione 3D degli oggetti territoriali areali, rappresentati con l’estensione superficiale
(poligono) e il contorno o Ring 3D
 le componenti geometriche restituite come linee sono segmentate sulla base degli attributi a
tratti
Gli elementi maggiormente innovativi riguardano lo strato immobili e antropizzazioni e lo strato della
viabilità; quest’ultimo presenta:
 il reticolo viario di dettaglio costituito da elementi stradali (linee) e giunzioni stradali (punti), la
copertura areale costituita da aree di circolazione veicolare ed aree di circolazione pedonale. Gli
elementi stradali sono costruiti a partire dalle aree di circolazione veicolare;
 Il reticolo viario di sintesi costituito da tratti stradali (linee) ed intersezioni stradali (punti), la
copertura areale costituita da aree stradali. I tratti stradali sono costruiti a partire dalle aree stradali
La strutturazione del DataBase mira a fornire la massima flessibilità, garantendo che il processo di
aggiornamento sia rapido e semplice e che possano essere effettuate analisi tecniche e tematiche in
modo semplice.
La realizzazione del database topografico regionale segue precise indicazioni definite dall’Intesa Stato
Regioni-Enti Locali sui Sistemi Informativi Territoriali, con particolare riferimento alle Specifiche per la
Produzione dei Data Base Geografici di interesse generale. Il database topografico è realizzato
nell’ambito dell’Accordo di Programma Quadro (APQ) in Materia di e- government e Società
dell’Informazione della Regione Puglia, Progetto per la realizzazione del Sistema Informativo
Territoriale Regionale (SIT), finanziato attraverso il POR 2000/2006 misura 6.3, la delibera CIPE n.
17/2003 e la successiva delibera CIPE n. 83/2003. Il database topografico regionale è stato realizzato
dal RTI Rilter/SIT/Telespazio e collaudata dall’Istituto Geografico Militare (IGM).
La carta tematica dell’Uso del Suolo
La carta di Uso del Suolo è derivata dalle ortofoto con pixel di 50 cm realizzate a partire dal volo aereo
2006 – 2007. Dal punto di vista geometrico, la caratteristica fondamentale della carta dell’uso del suolo
è quella di condividere con la CTR i principali elementi. Questo ha comportato il ricorso ad una
metodologia di realizzazione differente da quella classica, in quanto è stato necessario definire una
serie di operazioni di editing riassumibili in:
 Aggregazione di elementi: correlazione tra codici della CTR e classi previste dalla legenda
dell’uso del suolo con operazioni parzialmente automatizzabili;
 Classificazione dei poligoni in modo congruente con le ortofoto nel rispetto della legenda
utilizzata (ad es. passando da edifici, cortili, marciapiedi a tessuto urbano denso, recente, ecc.);
 Disegno di nuovi poligoni riguardanti aree non distinte dalla cartografia tecnica
(essenzialmente tra le aree naturali); Modifiche rilevanti per quanto riguarda gli elementi lineari, in
particolare: le reti stradale, ferroviaria ed idrografica sono acquisite, con poche eccezioni, nella loro
totalità, a prescindere dall’unita minima fissata (10 metri), mantenendo il più possibile la connettività
delle reti (stradale, ferroviaria, idrografica) ed evitando l’acquisizione di elementi isolati.
Oltre a questo, le principali caratteristiche geometriche sono le seguenti:
 scala 1:5.000;
 unità areale minima cartografabile 2.500 mq (salvo deroghe);
 sistema di riferimento UTM – WGS84, fuso 33.
 Per quanto riguarda i contenuti tematici, la carta dell’uso del suolo è conforme allo standard
definito a livello europeo con le specifiche del progetto CORINE Land Cover (con ampliamento al IV Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
Elaborazione dossier: ph. d. Felice Stoico per Ente Parco Nazionale del Gargano Ente Capofila Protocollo di intesa: ASP dr V. Zaccagnino
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livello) e comporta la caratterizzazione della Legenda in 69 classi.
L’Uso del Suolo è realizzato nell’ambito dell’Accordo di Programma Quadro (APQ) in Materia di egovernment e Società dell’Informazione della Regione Puglia, Progetto per la realizzazione del
Sistema Informativo Territoriale Regionale (SIT), finanziato attraverso il POR 2000/2006 misura 6.3,
la delibera CIPE n. 17/2003 e la successiva delibera CIPE n. 83/2003. L’Uso del suolo è stato
realizzato dal RTI Rilter/SIT/Telespazio e collaudato da Tecnopolis.
La Carta Idrogeomorfologica
L’Autorità di Bacino della Puglia, in conformità alle indicazioni della convenzione approvata dalla
Giunta Regionale della Puglia con delibera n. 1792 del 2007, ha redatto una nuova Carta
Idrogeomorfologica del territorio pugliese, quale parte integrante del quadro conoscitivo del nuovo
Piano Paesaggistico Territoriale Regionale (PPTR), adeguato al Decreto Legislativo 42/2004. La
nuova Carta Idrogeomorfologica della Puglia, in scala 1:25.000, si pone come obiettivo principale
quello di costituire un quadro di conoscenze, coerente e aggiornato, dei diversi elementi fisici che
concorrono all’attuale configurazione del rilievo terrestre, con particolare riferimento a quelli relativi
agli assetti morfologici ed idrografici dello stesso territorio, delineandone i caratteri morfografici e
morfometrici ed interpretandone l’origine in funzione dei processi geomorfici, naturali o indotti
dall’uomo.
La necessità di realizzare e rendere disponibile alla collettività questo nuovo strumento conoscitivo,
che intende costituire anche il punto di partenza per gli opportuni approfondimenti di dettaglio di
carattere sia scientifico che applicativo, è giustificata anche dalla specifica vulnerabilità geoambientale
posseduta dal territorio pugliese; questo, ad una apparentemente semplicità e uniformità negli assetti
morfologici ed idrologico-idraulici delle grandi regioni morfogenetiche che lo costituiscono,
contrappone una estrema variabilità e complessità dei numerosi e spesso interagenti fenomeni
dinamici in atto, alcuni dei quali anche in grado di minacciare direttamente l’uomo e le sue attività.
Esemplificativi, al riguardo, sono gli ambienti montani e sub-collinari dell’area dell’Appennino dauno,
dove le forme e le attitudini all’uso del territorio sono strettamente condizionate dalla acclività ed
esposizione dei versanti e dallo sviluppo e dall’evoluzione dei processi erosivi e gravitativi in atto; di
pari criticità sono le estese pianure fluviali del Tavoliere, dove i massicci interventi di sistemazione
idraulica e di bonifica dei principali corsi d’acqua attuati nel recente passato, quali arginature,
correzioni di sponda, nuovi inalveamenti, che hanno fortemente alterato gli originari assetti idraulici e
morfologici, hanno contribuito sono parzialmente alla riduzione del rischio idraulico connesso ai
fenomeni di esondazione.
Non meno significativi, in rapporto a questa preliminare disamina, sono gli estesi territori i cui caratteri
morfologico-idrografici e le dinamiche morfogenetiche sono strettamente condizionate dal peculiare
processo carsico: la limitata conoscenza e attenzione per le forme tipiche del carsismo quali le Doline
e le Voragini naturali, nonchè di quelle in cui la dinamica fluviale e quella carsica agiscono in
contemporanea (incisioni fluvio-carsiche note comunemente coi nomi di Valloni, Lame o Gravine),
enormemente diffuse nelle aree del Gargano, delle Murge e delle Serre Salentine, ha reso concreto
il pericolo di una disattenzione o banalizzazione delle stesse, fino al punto ad indurre a occuparle e
perfino cancellarle con interventi edilizi o di trasformazione del territorio in genere, nell’assoluta
ignoranza del delicato e irrinunciabile ruolo ricoperto dalle stesse nel complesso e delicato equilibrio
idrogeologico e territoriale.
Con riferimento poi alle aree carsiche, è da considerare la difficoltà della esatta definizione delle aree
interessate dalla dinamica fluviale e dai conseguenti effetti. Infatti la peculiarità di questi territori, che
per estesi tratti risultano privo di corsi d’acqua con deflussi costanti e significativi, non comporta
automaticamente l’assenza di una dinamica idraulica in grado di condizionare pesantemente la
naturale vocazione dello stesso territorio. Nello specifico, ad uno scarso sviluppo di corsi d’acqua, in
termini di ambienti fluviali propriamente detti, si contrappone un complesso, variegato e a luoghi
incerto sviluppo del reticolo di drenaggio inteso come particolare struttura morfologica del territorio Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
Elaborazione dossier: ph. d. Felice Stoico per Ente Parco Nazionale del Gargano Ente Capofila Protocollo di intesa: ASP dr V. Zaccagnino
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capace, all’occorrenza, di condizionare la raccolta e il convogliamento delle acque superficiali di
origine meteorica.
Infatti questa più o meno estesa rete di drenaggio di natura fluvio-carsica è costituita essenzialmente
da incisioni morfologiche variamente incassate nel substrato, talvolta discontinue e spesso senza una
evidente gerarchizzazione, generalmente prive di qualunque deflusso idrico, interessate dal transito
di piene consistenti e a luoghi violente solo in occasione del superamento di determinate soglie di
intensità e durata della piovosità. Alla luce delle accennate complesse dinamiche idrogeomorfologiche
che si realizzano nel territorio pugliese, la nuova Carta Idrogeomorfologica della Puglia intende
rappresentare uno strumento operativo concreto ed indispensabile in grado di fornire un efficace
supporto conoscitivo finalizzato ad una più corretta politica di integrazione delle dinamiche naturali
nelle scelte di pianificazione e programmazione dei futuri assetti del territorio pugliese a diversa scala,
dove un importante impulso al rinnovamento culturale e alla programmazione in tale materia è stato
di recente avviato con i nuovi indirizzi operativi proposti dal DRAG, nel presupposto di porre a fattore
comune i numerosi livelli di conoscenze, già patrimonio delle singole realtà territoriali.
In quest’ottica la finalità ultima che intende supportare la nuova Carta Idrogeomorfologica della Puglia
è quella di affermare i valori della tutela, valorizzazione e integrazione dei naturali assetti
geomorfologici ed idrografici del territorio pugliese nei nuovi scenari di sviluppo e delle norme d’uso
di trasformazione del territorio che saranno previste dai diversi strumenti di pianificazione e
programmazione a venire.
La nuova Carta Idrogeomorfologica della Puglia è stata realizzata utilizzando come base di riferimento
i dati topografici, il modello digitale del terreno (DTM) e le ortofoto (relative al periodo 2006-2007),
realizzate dalla Regione Puglia nell’ambito del progetto della nuova Carta Tecnica Regionale (CTR).
Il lavoro è stato organizzato per progetti corrispondenti ai singoli fogli, conformi alla suddivisione delle
sezioni della cartografia IGMI alla scala 1:50.000, che vede l’intero territorio pugliese ricompreso in n.
54 delle suddette sezioni.
La legenda della Carta Idrogeomorfologica della Puglia è strutturata in temi ed elementi, dove a questi
ultimi è associato anche un simbolo grafico. La rappresentazione a colori contribuisce a facilitarne la
lettura e l’interpretazione. I temi individuati costituiscono raggruppamenti di elementi e forme
caratterizzate dall’avere una precisa natura genetica, quasi sempre connessa a specifici processi
morfoevolutivi di tipo naturale (o antropico).
La scelta dei temi e degli elementi da rappresentare, nonchè i relativi criteri di rappresentazione
cartografica, è stata effettuata, come precedentemente indicato, coerentemente con gli standard
previsti dalle linee guida “Carta Geomorfologica d’Italia 1.50.000 guida al rilevamento”.
Le funzioni grafiche disponibili nel software GIS utilizzato hanno consentito di rappresentare per ogni
progetto di foglio, in un unico layout di stampa, i contenuti di quattro livelli informativi differenti, alcuni
di carattere areale e altri di carattere lineare e puntuale, sfruttando le funzioni di trasparenza e
sovrapposizione degli stessi elementi.
I livelli informativi rappresentati sono, in ordine di sovrapposizione, i seguenti:
 substrato litologico (campi poligonali differenziati con diversa campitura di colore solido);
 acclività delle superfici (immagine raster in scala di grigi della carta del parametro acclività,
rappresentata in trasparenza mediante sfumature cromatiche del colore del substrato litologico);
 base topografica (fondo topografico semplificato derivante dagli elementi lineari e poligonali
della nuova CTR, in colore nero, con accentuazione dell’evidenza in corrispondenza dei centri abitati);
 elementi idrogeomorfologici (poligoni, linee e punti con specifica simbologia, in
sovrapposizione a tutti i temi precedenti).
I dati tematici rappresentati nella Carta derivano sia da banche dati ufficiali realizzate nel corso di
progetti e piani di carattere nazionale e regionale (ad es. Carta geologica d’Italia, PUTT/P, Piano di
Tutela delle Acque della Puglia – 2007, Piano Regionale delle Coste – 2008, Catasto regionale delle
Grotte) opportunamente verificati e adeguati, e sia soprattutto da analisi ed elaborazioni eseguite ex
novo dall’Autorità di Bacino della Puglia, ovvero da soggetti esterni convenzionati con la stessa, sulla Dossier definitivo candidatura MIPAFT Paesaggio agrario Olivastri storici “Feudo Belvedere”
Elaborazione dossier: ph. d. Felice Stoico per Ente Parco Nazionale del Gargano Ente Capofila Protocollo di intesa: ASP dr V. Zaccagnino
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scorta dei dati conoscitivi del territorio disponibili. Tutti i temi prodotti, in formato vettoriale, sono stati
elaborati graficamente in modo georeferenziato nel sistema di riferimento UTM N33-WGS84.
Digital Terrain Model (DTM)
Il modello digitale del terreno (DTM) è realizzato secondo lo standard definito nel documento
“Prescrizioni tecniche per la produzione di Modelli Digitali del Terreno”, prodotto dall’apposito gruppo
di lavoro nominato dall’Intesa Stato-Regioni-Enti Locali sui Sistemi Informativi Territoriali. Il DTM è
integrato geometricamente con tutti gli altri prodotti topografici regionali, in quanto deriva dalle stesse
riprese aerofotogrammetriche e utilizza per l’’orientamento dei modelli direttamente i parametri forniti
dalla triangolazione aerea.
Le quote del DTM sono riferite al terreno, tranne in caso di presenza di bacini idrografici (in questo
caso la quota è quella relativa al livello dell’acqua al momento del rilievo). Anche nel caso dei centri
urbanizzati, le quote sono riferite al piano della viabilità (piazze, giardini, ecc) e mai alla sommità degli
edifici. Il DTM così realizzato presenta l’accuratezza in quota pari ad 1m (l’accuratezza altimetrica è
relativa a zone di terreno scoperto, prive di vegetazione e quanto altro impedisca una chiara
collimazione per la valutazione della quota), tranne che nelle zone con vegetazione fitta
(copertura >70%) o ad alto fusto, in cui l’accuratezza decresce di un ulteriore valore pari a 1/4
dell’altezza media degli alberi.
Il DTM così realizzato è distribuito in formato ASCII GRID raster e si presenta come un grigliato
regolare, con passo di griglia di 8 metri. Il Sistema di riferimento è UTM-WGS84, fuso 33. Il DTM è
realizzato nell’ambito dell’Accordo di Programma Quadro (APQ) in Materia di e-government e Società
dell’Informazione della Regione Puglia, Progetto per la realizzazione del Sistema Informativo
Territoriale Regionale (SIT), finanziato attraverso il POR 2000/2006 misura 6.3, la delibera CIPE n.
17/2003 e la successiva delibera CIPE n. 83/2003. Il DTM è stato realizzato dal RTI
Rilter/SIT/Telespazio e collaudato dall’Istituto Geografico Militare (IGM).
Gli archivi relazionali
L’operazione di raccolta dati, finalizzata alla redazione del catasto, avviene all’interno di archivi
relazionali che permettono l’introduzione di una enorme quantità di dati, diversi tipologicamente,
garantendone anche una gestione integrata, finalizzata all’analisi spaziale del paesaggio. All’interno
di queste architetture, vengono fatti arrivare i dati accatastati attraverso la compilazione della scheda
di elemento del paesaggio medievale e dei relativi livelli di inserimento dati:

Paesaggio policolturale di Fibbianello

Il paesaggio policolturale di Fibbianello è situato all’estremo sud della Regione Toscana, in provincia di Grosseto, nella cosiddetta Maremma Grossetana. L’area si estende per circa 860 ettari nella parte sud del Comune di Semproniano, nel distretto rurale denominato Fibbianello, alle pendici del cono vulcanico del Monte Amiata.

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Agriturismo e multifunzionalità, scenario e prospettive

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IL PAESAGGIO DELLA PIETRA A SECCO DELL’ISOLA DI PANTELLERIA

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