Castagna gabbiana PAT

Prodotto Agroalimentare Tradizionale della LIGURIA

GARESSINA

Cita il Gallesio che la Gabbiana è la varietà dei luoghi freddi. Da Pomona Italiana di Giorgio Gallesio: …Io comincerò a dare qui un’idea di quelle (castagne) che si distinguono nell’Appennino Ligustico (…) Io le riduco a due, perché non ne trovo che due che rappresentino delle qualità tali da meritare di essere distinte, e sono la Gabbiana e la Ciria. E continua: …Io non ne ho mai trovate delle ugualmente gentili in alcun paese. Da per tutto ho trovato i Marroni e li ho trovati figurare come la prima tra le castagne, cosa che non succede dove si conoscono le Gabbiane e le Cirie. Sempre dal Gallesio si apprende che il mercato per queste varietà di castagne era addirittura internazionale, con esportazione a Marsiglia, in Francia, e a Barcellona, in Spagna. Attualmente presentano un mercato regionale e interregionale, commercializzandole come castagne secche e come farina di castagne. L’albero si presenta di medio vigore e di buona produttiva. Il frutto, di forma ellittica, è di pezzatura medio-piccola. La buccia, pericarpo, è di colore marrone intenso, molto sottile, mentre la polpa, di colore bianco grigiastro molto pronunciato, è morbida, butirrosa e fine. 

Zona di produzione: Val Bormida e entroterra savonese e imperiese

Curiosità: Probabilmente il castagno cresceva spontaneo nei nostri boschi ma nel Medioevo si sentì la necessità di ottenere frutti più grossi e consistenti. Si ricorse quindi a innestare gli alberi selvatici. L’importanza di queste piante nell’era di mezzo è testimoniata da numerosi atti notarili, dove si trova frequentemente il termine castaneativae, cioè terre coltivate a castagne, come oggetto di compravendita. Da allora la coltura del castagno si diffuse capillarmente sino agli inizi dell’800. La coltivazione del castagno era talmente diffusa che in valle Stura, poco sopra il ponente genovese, la parola erburu (albero) significa castagno. In età napoleonica i 3/4 del territorio coltivo dell’attuale provincia di Genova era investito a castagno e l’area di coltivazione di questa pianta comprendeva anche la collina di Albaro, ora quartiere residenziale genovese a poche centinaia di metri dal mare, dove sino alla fine dell’800, c’erano case con i tetti in scandole: tegole in legno di castagno. Poco lontano da Genova esiste un paese che si chiama Scandolaro per l’abilità dei suoi abitanti a fare le scandole, in un tempo che fu.

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