Parco Nazionale della Sila

Parco Nazionale della Sila

La storia

Il Parco Nazionale della Sila tutela un complesso montuoso antichissimo – generato da una orogenesi antecedente a quella da cui ebbe origine l’Appennino – che si eleva con una profonda scarpata dalle piane circostanti per dar vita ad un vasto altopiano, posto ad una quota compresa tra 1200 e 1500 m. Il toponimo Sila deriva un termine osco corrispondente al latino silva. Tutto il comprensorio, infatti, era fin dall’antichità ricoperto da immense foreste che ne costituivano il principale elemento distintivo.

Non esistono molte informazioni riguardo alla presenza antropica in epoca preistorica. Fino a poco tempo fa si riteneva che la frequentazione dell’uomo fosse solo episodica; probabilmente il clima e la copiosa presenza di specie pericolose di fauna rendevano questi luoghi poco ospitali.

Studi recenti suggeriscono invece una presenza stabile di piccoli nuclei che vivevano in capanne e grotte (tracce ritrovane nella Grotta di Boia, a Campana), realizzavano armi con la punta di pietra o ossidiana, probabilmente tagliavano gli alberi e utilizzavano la legna, come evidenziato dalle grandi asce di bronzo rinvenute in località Timparello dei Ladri, nei pressi del Lago Ampollino.

Anche nei periodi successivi la Sila rimane priva di veri e propri insediamenti. Le popolazioni calabre – Itali, Enotri, Morgeti – vivono nelle piane circostanti e frequentano saltuariamente l’altopiano per utilizzarne le abbondanti risorse naturali.

Intorno alla metà dell’VIII secolo a.C. vengono fondate sul Mar Jonio, a pochi km dalle propaggini orientali della Sila, Sybaris e Kroton, destinate a diventare due dei centri di maggiore rilevanza culturale e politica della Magna Grecia.

I terreni circostanti vengono disboscati e destinati ad attività agricole. Le
colonie migliorano rapidamente le proprie condizioni economiche e rafforzano gli scambi commerciali.

Allo scopo non utilizzano solo rotte marine ma anche percorsi interni – coincidenti prevalentemente con le valli fluviali – per raggiungere la costa tirrenica.

Nel IV sec. a. C., con la decadenza delle colonie greche, inizia un graduale processo di trasformazione del territorio. In quel periodo approdano in Calabria i Bruzi, genti provenienti dal nord e dediti essenzialmente alla caccia, alla pastorizia e all’agricoltura.

Erano specializzati nella realizzazione della pece, a partire dalla resina estratta dalle conifere, molto usata nell’antichità per impermeabilizzare botti o contenitori, per la costruzione delle navi, per realizzare i calchi nella statuaria bronzea o, come scrive Plinio il Vecchio, impiegata nella cosmesi e in medicina.

Ben presto i Bruzi (o Brettii) fondano le proprie città – Consentia, Pandosia, Petelia – ed entrano in forte conflitto coi coloni greci, ormai chiamati Italioti, attaccando e conquistando alcune delle loro città, tra cui anche Hipponion, l’attuale Vibo Valentia, e Sybaris.

È il punto più alto della civiltà di questo popolo, che guarda con ostilità alle mire espansionistiche di Roma. Non a caso nel 280 a.C. i Bruzi si alleano con Pirro contro i Romani che, al termine del conflitto concluso vittoriosamente, li castigano duramente confiscando grandi estensioni di foresta e iniziando a prelevare enormi quantità di legname per la costruzione di edifici e navi.

La storia si ripete sostanzialmente identica in occasione delle Guerre Puniche, allorché i Bruzi si schierano a fianco di Annibale.

Quando, nel 203 a.C., il generale abbandona la Calabria, i Romani spengono
facilmente i focolai di rivolta e infliggono una punizione ancora più severa: tolgono a Consentia la carica di città-stato, sciolgono la Confederazione bretta, confiscano quasi tutto il territorio trasformandolo in colonia romana.

L’ultimo episodio di questa saga si ha nel I secolo a.C., allorché i Brettii tentano di riacquisire maggiore autonomia unendosi alla rivolta di Spartaco, che per molti mesi trova rifugio e sostentamento in Sila.

Più di 10.000 Bruzi muoiono nella battaglia finale, nel 71 a.C.. Da allora Roma mette in atto una politica aggressiva di sfruttamento del territorio, disboscando intensamente i rilievi della Sila.

Successivamente per lungo tempo questo comprensorio rimase selvaggio e privo di importanti insediamenti stabili.

Nel 1189 il monaco cistercense Gioacchino da Celico – passato alla storia come Gioacchino da Fiore – fonda un monastero, chiamato la Badia, e dà vita all’ordine Florense.

La Badia ricevette negli anni donazioni e aiuti fiscali da parte dei diversi sovrani che si susseguirono, affascinati dalla figura autorevole dell’abate Gioacchino, la cui fama di studioso era diffusa in tutta Europa.

Attorno al monastero sorge, a partire dal 1500, il paese di S.Giovanni in Fiore, importante centro di cultura in Calabria che conserva un interessante centro storico.

Nel resto del territorio continua e anzi si inasprisce il fenomeno del disboscamento. Molti terreni forestati demaniali – destinati anche ad usi civici – vengono “usurpati” da privati e convertiti a terreni agricoli.

Questo fenomeno, che si protrae fino all’800, crea forti tensioni e determina una ulteriore e dissennata distruzione delle risorse forestali. Pastori, contadini e grandi proprietari terrieri, infatti, incendiano sistematicamente i boschi per ottenere superfici da coltivare.

Lo sviluppo delle attività rurali determina lo stanziamento di nuova popolazione stabile e l’ampliamento di nuclei insediativi già esistenti che divengono vere e proprie cittadine, quali ad esempio Celico, che diede i natali a Gioacchino da Fiore, Spezzano della Sila, Taverna, dal latino taberna che si riferisce probabilmente ad una tappa della strada che in epoca romana saliva dalla costa ionica fino alla Sila.

Tra il 1860 ed il 1875, soprattutto per le preoccupazioni destate da atti di brigantaggio, il nascente Stato unitario, interviene sul sistema stradale, con la costruzione di circa 180 km di viabilità.

Questo contribuisce a incrementare la dinamica di antropizzazione e artificializzazione del territorio, anche perché – nel frattempo – lo sfruttamento del legname dei boschi avviene adesso in maniera industriale, con grandi concessioni gestite da società forestali provenienti da tutta Italia.

Un’ulteriore e intensa fase di disboscamento si verifica nel secondo dopoguerra, quando gli alleati angloamericani saccheggiano le foreste di grandi conifere della Sila come atto di riparazione dei danni di guerra.

Poco dopo, nel 1956, viene inaugurato il secondo tratto della ferrovia a scartamento ridotto che avrebbe dovuto congiungere Cosenza a Crotone attraversando tutto l’altopiano.

La ferrovia – attualmente chiusa – è tuttora considerata una delle massime opere di ingegneria ferroviaria in Italia; la fermata di Silvana Mansio, a 1405 m di altitudine, è la più alta d’Italia.

I BENI

L’ ABBAZIA (S. GIOVANNI IN FIORE)

Abbazia di San Giovanni in Fiore – SILA

Edificata nel 1189, è stata oggetto di interventi di consolidamento e restauro nel ‘500 e poi nel 1928 e nel 1970. L’abbazia ha un’unica lunga navata con transetto molto sporgente, le cui testate piane sono coperte da volta a crociera e comunicano con vani quadrangolari affiancati al capocroce centrale.

La struttura della chiesa presenta alcuni elementi che la rendono poco accomunabile al modello cistercense classico. L’ideale monastico florense portò ad alcune innovazioni come l’isolamento delle cappelle laterali e la presenza di una cripta, risalente al XIII secolo e restaurata nel 1929.

Nella facciata si apre un notevole portale, databile al 1220 e recante le tracce dell’incendio del 1799.

La decorazione architettonica del portale presenta capitelli con palmette ed archivolti ornati di foglie di quercia, al di sopra dei quali è un grande oculo privo di colonnine.

L’interno è decorato con una cordonatura che gira lungo le pareti e presenta arredi liturgici lignei di alto pregio, riconducibili al XVII secolo. In locali attigui sono custodite quattro tele di C. Santanna risalenti al XVIII secolo; si conservano inoltre resti del chiostro e delle celle.

Attualmente all’interno dell’Abbazia Florense si trova il Museo demologico dell’economia, del lavoro e della storia sociale silana.

LA CHIESA DI S. DOMENICO (TAVERNA)

Chiesa di San Domenico – Taverna

La chiesa di S. Domenico, le cui strutture attualmente ospitano il Museo Civico, è stata trasformata tra il 1670 ed il 1680 in forme barocche: l’interno, articolato in un’unica navata con soffitto dipinto, racchiude un considerevole numero di opere di Mattia e Gregorio Preti.

All’ingresso della chiesa si trova una Pietà, opera di G.B. Ortega (1603); alle pareti ed in alto stucchi ed affreschi della bottega dei De Rosa; in basso altari del ‘600 che espongono tele di Mattia Preti: “Il Martirio di S. Pietro da Verona”; “S. Francesco di Paola attraversa lo stretto sul mantello”; “S. Sebastiano”; “Madonna con il bambino tra i Ss. Nicola e Gennaro”.

Nel presbiterio si trova un altare maggiore più recente in sostituzione di quello del 1678, con paliotto recante al centro l’Immacolata, leggio in legno scolpito e coro ligneo, sulla parete di fondo si trova il celebre “Cristo fulminante”, opera matura di Mattia Preti.

IL SANTUARIO DELLA SPINA (PETILIA POLICASTRO)

Santuario della Spina -Policastro

Il Santuario deve il suo nome a una antica reliquia qui conservata fino al 1975, quando purtroppo fu trafugata. All’edificio si accede attraverso un suggestivo percorso, marcato dalle edicole della Via Crucis, che attraversa un profondo vallone su un ponte del ‘600 ad unica arcata.

Si tratta di uno dei primi monasteri minoriti in Calabria. Fondato nel 1431, divenne un importante santuario francescano, subendo però pesanti rifacimenti tra il XVI e il XVIII secolo.

La chiesa ha un soffitto ligneo dipinto ed un notevole altare maggiore, con una balaustra del 1764 realizzata da S. Troccoli. In una nicchia sulla parete sinistra è collocata una Madonna con bambino attribuita a G. D. Mazzolo. Presso la chiesa si conservano inoltre pregevoli paramenti sacri ed arredi liturgici coprenti un periodo che va dal XVI al XVIII secolo.

Fonte @ Ministero dell’Ambiente

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