Parco Nazionale del Gargano

La storia

Parco Nazionale del Gargano

Il territorio del Parco del Gargano si può ben identificare con quello della ”Daunia paleolitica”, uno dei quadri più complessi che si conoscano in Italia.

Come descritto da numerosi autori latini, il promontorio del Gargano era dotato di una fitta ed estesa copertura boschiva. La ricchezza di legname, unita alla disponibilità di selce, ebbero un ruolo fondamentale nel favorire il popolamento nel neolitico. Gli abitati, costituiti in genere da piccoli agglomerati di capanne, occuparono per lo più la fascia costiera a partire dalle coste del Lago di Varano fino a Peschici, Vieste ed anche più a Sud di Mattinata, interessando alcune cavità che si aprono nei profondi valloni che sbucano nel Tavoliere.

Dalle affinità culturali riscontrabili tra siti garganici e villaggi agricoli del tavoliere, si desume l’appartenenza dei primi alla stessa compagine etnico – culturale della pianura, da dove piccoli nuclei di popolazioni si sarebbero spostati sul promontorio.

Durante l’Eneolitico (III millennio a.C.) gli abitati sono piccoli e comprendono capanne con base infossata nel terreno (Coppa Cardone) o impostate su superfici rocciose (Punta Manaccora).

Durante l’Età del Bronzo (II millennio a.C.) si affermano modelli di occupazione territoriale che prediligono le posizioni strategiche a fini tanto difensivi che legati allo scambio commerciale a largo raggio.

Le caratteristiche morfologiche dell’area garganica favorirono l’accentuarsi dell’economia pastorale, contribuendo a diffondere in questa regione – durante la media età del Bronzo – alcune consuetudini delle culture protoappenniniche ed appenniniche.

Tutta la fascia costiera e pedemontana del Gargano risulta pullulare di insediamenti di durata variabile, tanto all’aperto che in grotta.

Significativo il fatto che uno tra i più importanti, quello di Coppa Nevigata, si cinga di una robusta muraglia in pietra a controllo dello scalo marittimo toccato dalle rotte commerciali mediterranee.

Nell’età del Ferro furono privilegiati siti prossimi al mare: sulla costa sono noti quelli di Monte Saraceno e Manaccora; all’interno, in posizione di altura, vi erano gli insediamenti di Bagni di Varano, Monte Tabor, Monte Civita e vari altri.

In epoca romana alla morfologia varia del territorio del Gargano corrispondeva la diversità delle etnie: nella porzione settentrionale – pianeggiante e provvista di sbocchi al mare, con possibilità di approdo – vi sono gli Apuli; in quella meridionale – con costa alta e rare, ma fertili, vallate – si stanziano i Dauni.

Come nei periodi precedenti tutta l’area non è interessata da viabilità importanti, ad eccezione di quella marittima. Il Gargano si proiettava verso l’Adriatico attraverso i porti: numerose infatti, oltre a quella di Uria (Vieste), erano le possibilità di approdo, come testimonia Plinio che descrive il portus Agassus, il portus Garnae ed il lacus Pantanus, tutti luoghi la cui localizzazione è attualmente incerta.

Fatta eccezione per le comunità dei Merinates e dei Matinates, i soli centri urbani di tutto il Gargano erano Uria (Vieste) – che intorno al I a.C. iniziò ad essere contornata di ville – e Sipontum, sbocco portuale e riferimento di un articolato sistema insediativo.

La guerra greco-gotica (535-553) determinò forti discontinuità e distruzioni nei centri della Daunia, evidenziando una perdita di autorità dell’amministrazione romana che creò le condizioni per una rapida diffusione del Cristianesimo, come testimoniato anche dai numerosi complessi paleocristiani che sorgono in questo periodo in numerose località del promontorio.

Lorenzo Maiorano, vescovo di Siponto, è artefice della fondazione del santuario di San Michele, che darà avvio allo sviluppo del pellegrinaggio micaelico con cui il Gargano entrò nella storia della civiltà medievale occidentale.
Il collegamento fra Benevento, sede del ducato, ed il Gargano, sede del culto micaelico, rimarrà una delle costanti principali di questo territorio nel corso del Medioevo e favorirà lo sviluppo religioso ed economico dei centri garganici, specie di quelli sulla principale direttrice viaria che prenderà, in seguito, la denominazione di Via Sacra Longobardorum.

La riconquista del Gargano da parte dell’impero bizantino alla fine del IX secolo e la debolezza amministratiiva susseguente al conflitto, favorirono il
verificarsi di frequenti scorrerie da parte di Saraceni e Slavi lungo le coste adriatiche.

Le popolazioni indigene si attestarono nell’entroterra, creando insediamenti rupestri, alcuni dei quali tuttora visibili nei centri storici di Peschici (il Rione delle Grotte all’ingresso del paese), di Vico del Gargano (Casale, Civita e Terra) e di Monte Sant’Angelo (Rione Junno).

L’avvento del dominio normanno condusse ad un’epoca di floridità per l’intera Puglia. La relativa stabilità politica pose le basi per una rinascita economica e sociale, favorita anche dall’atteggiamento normanno nei confronti delle autonomie e dei privilegi conquistati dai ceti urbani ormai in espansione.

Il Gargano parteciperà attivamente alla rinascita culturale della Puglia, che si manifesta anche attraverso la realizzazione di chiese, palazzi e castelli.

Ne sono esempi emblematici le chiese di Santa Maria e di San Leonardo di Siponto, le cattedrali di Vieste, l’Abbazia di Santa Maria di Tremiti, la Chiesa di Santa Maria di Monte Devia in San Nicandro Garganico, l’Abbazia di Calena a Peschici, il Battistero di San Giovanni in Tumba e la chiesa di Santa Maria Maggiore in Monte Sant’Angelo, tutte caratterizzate da un nuovo linguaggio artistico, autonomo ed innovativo rispetto a quello bizantino, che pone le basi per la diffusione dell’arte romanica in Puglia.

Sotto il dominio degli Svevi muta profondamente il paesaggio urbano in tutta la regione, passando, con Federico II e suo figlio Manfredi, dalla “civiltà delle cattedrali” a quella dei castelli. Manfredi, nel Gargano, consolidò il castrum di Monte SantAngelo e fece costruire castelli a Vico del Gargano, Vieste, Carpino, San Nicandro Garganico, Apricena ma soprattutto eresse, nel 1256, una vera e propria città, Manfredonia, dopo che Siponto era stata distrutta da un terremoto.

Con Angioini e Aragonesi si perderanno i caratteri di individualità culturale e si assisterà all’affermarsi di un progressivo infeudamento, che diede origine ad una massiccia riorganizzazione delle masserie cerealicole e delle aziende zootecniche.

Questo processo di ruralizzazione diventerà, in seguito, un elemento caratterizzante dell’intero sviluppo economico e sociale. L’istituzione della Dogana delle pecore, ad opera di Ferdinando I d’Aragona, determinerà il completo abbandono delle terre dell’intera Capitanata, che si vide privare di un ricco patrimonio economico, usato ormai solo come terra di pascolo e di transito per le greggi provenienti da Molise e dagli Abruzzi, assumendo marcate caratteristiche pastorali.

Tutto ciò produsse, fra il XIV e il XV secolo, la scomparsa di numerosi villaggi rurali e il fenomeno, ancora oggi presente, dell’accentramento della popolazione urbana.

Il territorio venne segnato da una fittissima rete di tratturi, destinati al transito del bestiame, con presenza di poste, masserie da campo e da pecore, nonché con i famosi e caratteristici recinti detti “jazzi”.

Gli anni tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo sono segnati dalle scorrerie dei Turchi e dagli eccidi perpetrati a Vieste (1554) e Manfredonia, che ne 1620 fu totalmente devastata.

Successivamente, sotto il regno di Ferdinando il Cattolico, furono realizzate lungo la costa numerose torri di difesa, molte delle quali tuttora visibili.

Agli inizi del XIX secolo si ebbe una nuova trasformazione territoriale, con la revisione dei catasti ed il frazionamento dei possedimenti.

L’iniziativa non ebbe gli effetti sperati, per la strenua resistenza dei nobili locali, dei latifondisti e del clero. La necessità di terra però è forte e determina l’avvio di un lungo processo di depauperamento del patrimonio boschivo e forestale del Gargano, fermato molti anni più tardi dall’istituzione del Parco.

I BENI

Museo Nazionale Castello di Manfredonia

IL SISTEMA MUSEALE DEL GARGANO
Il sistema museale garganico, con l’eccezione del Museo Nazionale nel Castello di Manfredonia, unico istituto statale nella provincia di Foggia, si avvale essenzialmente di raccolte eterogenee formatesi con il collezionismo privato a partire dall’800. Nel museo civico di Mattinata è ospitata un mostra sulle sculture in pietra di Monte Saraceno.

La Soprintendenza inoltre sta curando un programma di allestimento di collezioni museali con caratteristiche di specializzazione: a Peschici è operativo il museo della Selce, che ospita i materiali provenienti da Valle Sbernia; a Rignano si trova il museo del Paleolitico, in stretta collaborazione con il Museo di Manfredonia, dove vengono periodicamente realizzate numerose iniziative sui molteplici siti preistorici del Parco.

COPPA NEVIGATA (MANFREDONIA)

Coppa Nevigata

Si tratta di un sito pluristratificato nel quale la serrata sovrapposizione di sequenze stratigrafiche, dal Neolitico all’Età del Ferro, ha condotto alla formazione di una collina artificiale. Le più antiche testimonianze, ottenute attraverso datazione dei gusci di conchiglia, situano l’insediamento di Coppa Nevigata attorno al 6.200 a.C., identificandolo, pertanto, come uno dei più antichi insediamenti neolitici della penisola.

La scoperta di un fossato che delimitava parte dell’abitato accosta quello in esame ad esemplari simili ma più piccoli distribuiti nella zona del Tavoliere.

Coppa Nevigata presenta inoltre una sequenza completa relativa all’età del bronzo (II millenio a.C.). Significativo per documentare le attività artigianali che si svolgevano nel centro abitato è il ritrovamento di numerose conchiglie di Murex trunculus, riconducibile all’attività di estrazione della porpora.

In questo periodo (Protoappenninico) il sito vide la realizzazione di un muraglione in pietrame a secco, caratterizzato da un accesso all’abitato protetto da due torri con fronte semicircolare.

L’esigenza di un’opera difensiva simile è connessa al ruolo dell’insediamento, comodo approdo lagunare e punto nodale delle vie commerciali e di transito.

Successivamente l’abitato si spostò verso est, occupando il piccolo promontorio che si affaccia sulla laguna, difeso verso la terraferma da una nuova cinta muraria che in parte riusa le torri della fase precedente. Nel corso del Subappenninico l’abitato è ormai organizzato urbanisticamente in
modo regolare, con strade, edifici ed opere di terrazzamento, ordinati secondo assi orientati a 45 gradi rispetto ai punti cardinali.

SIPONTO (MANFREDONIA)

Il sito archeologico di Siponto si trova a circa 700 m dall’attuale linea di costa lungo il margine meridionale del Gargano, immediatamente a sud della moderna città di Manfredonia e in corrispondenza della zona di raccordo tra il rilievo carbonatico e la pianura del Tavoliere.

Numerosi ritrovamenti mostrano come il sito fosse frequentato già durante l’età del Ferro e, con maggiore continuità, a partire dal V a.C. Ma è solo successivamente, in epoca romana, che la cittadina raggiunge il suo massimo splendore.

Sipontum (Siponto) viene fondata agli inizi del II secolo a. C., come atto punitivo nei confronti di Arpi per il comportamento filocartaginese tenuto dopo la battaglia di Canne.

Alla prima fondazione del 194 a. C., fece seguito il ripopolamento della colonia nel 184 a. C., di certo nell’area oggi prossima alla Basilica di Santa Maria Maggiore di Siponto.

Come tutte le colonie romane anche Siponto aveva finalità di difesa marittima: le mura, il cui percorso seguiva l’andamento del banco tufaceo prospiciente la laguna, comprendevano, all’interno del loro tracciato a pianta trapezoidale, una superficie alquanto ridotta.

È inoltre certo che già alla fine del II secolo a. C. Siponto avesse un porto importante, dal momento che le fonti letterario ricordano transazioni di cereali ed un canale navigabile che collegava la colonia alla vicina Salapia (zona Lupara-Giardino).

Con probabilità l’asse viario principale della città romana, il decumano, coincide con il tracciato della statale 89. Poche le emergenze murarie oggi in luce: inglobati nella Masseria Garzia si riconoscono i resti in opera reticolata dell’anfiteatro, costruito con la stessa tecnica di imponenti strutture visibili in località Mascherone.

Entrambe rientrano certamente in un medesimo intervento edilizio.

Per la sua privilegiata posizione geografica e per le sue fiorenti attività commerciali, Sipontum continuò a splendere per tutto il corso del primo medioevo, divenendo uno scalo marittimo di notevole importanza e uno dei porti più attivi del basso Adriatico.

CASTEL PAGANO (APRICENA)

Castel Pagano

L’epoca della fondazione di questa rocca è incerta; si ritiene comunque antecedente alla costruzione di Apricena, quindi prima della seconda metà del IX secolo.

Il castello, già fiorente nell’XI secolo sotto la signoria del normanno conte Enrico, passò poi da Rainulfo, duca di Aversa, a Ruggero, signore di Rignano, in seguito a una lunga e aspra guerra.

Federico II di Svevia lo restaurò e vi stanziò una guarnigione di Saraceni, da cui il nome di “Pagano”.

In seguito il borgo fu feudo di Manfredi, figlio di Federico II e fondatore di Manfredonia, e più tardi fu devoluto ai re per diritto regio. Nel 1496 Re Ferdinando lo donò ad Ettore Pappacoda di Napoli, che ridonò splendore a tutta la zona, facendo erigere anche il Santuario di Stignano.

Successivamente ebbe numerosi proprietari, l’ultimo dei quali fu il Principe Cattaneo di Sannicandro, che lo acquistò nel 1.768. Sicuramente fu soggetto a diversi terremoti, tra cui – come testimoniato da diversi documenti – quello rovinoso del 1627, quando Apricena e dintorni subirono enormi danni.

Attualmente i ruderi consistono in un muro lungo circa 50 m e alto 1,5 m, con due aperture che furono porte dagli stipiti lavorati.

Questo muro fa angolo a sinistra con un resto di fabbrica brevissimo, mentre a destra è unito con una torretta circolare che attualmente non supera i 5 m di altezza.

Da questa torre parte una muraglia continua lievemente scarpata a picco sulla valle sottostante.

Un terzo muro chiude a sud il quadrilatero. In un angolo si erge la torre maggiore a cinque facce, alta sei o sette metri. Entro il quadrilatero si vedono tracce di muri ma insufficienti a farci comprendere la struttura interna del castello.

Il borgo fu abbandonato all’inizio del Seicento, gradualmente, per il trasferimento degli abitanti ad Apricena, probabilmente a causa della gran penuria d’acqua.

Fonte @ Ministero dell’Ambiente

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