I rischi per le specie selvatiche

Oltre il 90% dei danni provocati dai nostri rifiuti alla fauna selvatica marina è dovuto alla plastica. A livello globale, sono circa 700 le specie marine minacciate dalla plastica, di queste il 17% è elencato come “minacciato” o “in pericolo critico” di estinzione da IUCN, tra cui la foca monaca delle Hawaii, la tartaruga Caretta caretta e la berta grigia.

Intrappolamento, ingestione, contaminazione e trasporto di specie aliene sono i modi principali con cui la plastica mette a rischio le specie in mare.

TRAPPOLE MORTALI

Funi e reti da pesca abbandonate, ma anche lacci ad anello e imballaggi, si aggrovigliano intorno agli animali intrappolandoli e in alcuni casi costringendone parti del corpo.

Globalmente 344 specie sono state trovate intrappolate nella plastica.

Nel Mediterraneo le vittime principali sono: uccelli (35%), pesci (27%), invertebrati (20%), mammiferi marini (13%) e rettili (tartarughe marine).

Queste plastiche possono causare ferite, lesioni, deformità (anche durante la crescita) e impossibilità a muoversi per fuggire dai predatori, nuotare e alimentarsi, con conseguenze quasi sempre fatali: gli animali muoiono per fame, annegamento o perché diventano facili prede.

In generale, tutta l’attrezzatura da pesca abbandonata, persa o dismessa in mare (funi, reti, trappole) causa danni alla fauna selvatica, intrappolando e uccidendo pesci e altri animali marini – fenomeno conosciuto come “pesca fantasma”. Anche la rarissima foca monaca è tra le sue vittime.

CIBO “SPAZZATURA”

Le specie marine ingeriscono plastica intenzionalmente, accidentalmente o in maniera indiretta, nutrendosi di prede che a loro volta avevano mangiato plastica.

Nel Mar Mediterraneo 134 specie sono vittime di ingestione di plastica, tra cui 60 specie di pesci, le 3 specie di tartarughe marine, 9 specie di uccelli marini e 5 specie di mammiferi marini (capodoglio, balenottera comune, tursiope, grampo e stenella striata).

Oggi, il 90% degli uccelli marini ha nello stomaco dei frammenti di plastica (nel 1960 erano il 5%) e saranno il 99% nel 2050 se non si riuscirà a ridurre l’afflusso di questo materiale nei mari.

Fibre e microplastiche sono state rinvenute in ostriche e cozze, mentre in grandi pesci pelagici sono stati ritrovati involucri di patatine e di sigarette. Il caso più estremo: 9 metri di fune, 4,5 metri di tubo flessibile, 2 vasi da fiori e diversi teli di plastica sono stati trovati nello stomaco di un capodoglio spiaggiato.

Le conseguenze dovute all’ingestione di plastica, soprattutto se di grandi dimensioni, vanno dalla riduzione della capacità dello stomaco e quindi del senso di fame, con successiva riduzione dell’accumulo di grasso (fondamentale per tutti gli animali che affrontano lunghe migrazioni) fino a blocchi intestinali, ulcere, necrosi, perforazioni e lesioni.

Tutti questi effetti portano quasi sempre alla morte dell’animale.

Tutte le specie di tartarughe marine presenti nel Mediterraneo presentano plastica nello stomaco.

Uno studio durato 10 anni sulla Caretta caretta ha mostrato che il 35% degli esemplari analizzati aveva ingerito rifiuti costituiti nella quasi totalità da plastica. In alcuni esemplari sono stati trovati fino a 150 frammenti di plastica.

Il 18% dei tonni e pesci spada nel sud del Mediterraneo presenta rifiuti di plastica nello stomaco, così come il 17% degli squali boccanera delle isole Baleari, soprattutto cellophane e PET.

Anche animali più piccoli, come le cozze e il granchio comune, ma anche la
triglia di fango e la sogliola, che si nutrono sui fondali, possono essere grandi accumulatori di microplastiche.

Uno studio recente ha rilevato come nelle cozze e nelle ostriche, provenienti da acquacoltura, siano presenti concentrazioni di microplastiche tali che il consumatore medio europeo di molluschi può arrivare ad assumere fino a 11.000 microplastiche l’anno.

Gli effetti sulla salute dovuti all’esposizione umana alle microplastiche non sono però ancora noti.

La plastica ha raggiunto anche il mondo dell’infinitamente piccolo. Lo zooplancton (l’insieme dei piccoli organismi animali alla base della catena alimentare marina) si nutre involontariamente anche di frammenti di plastica più piccoli di 1 mm.

Questi possono contenere sostanze tossiche: ingerendole lo zooplancton le trasmette a tutti gli organismi che di esso si nutrono, arrivando fino a noi.

PERCHÈ GLI ANIMALI SCAMBIANO LA PLASTICA PER CIBO?

Gli uccelli marini scelgono il cibo attraverso l’olfatto. La plastica può avere lo stesso odore del cibo grazie ad alghe e batteri che la colonizzano, emettendo un odore penetrante di zolfo.

Gli uccelli marini hanno imparato che quest’odore è cibo e cadono, quindi, in “trappole olfattive” che li portano a mangiare plastica invece delle proprie prede.

L’odore della plastica inganna anche i pesci: alcuni banchi di acciughe sono rimasti indifferenti a frammenti di plastica puliti, ma sono stati attirati da microplastiche al “sapore di mare”, che avevano un odore simile a quello del krill di cui si nutrono .

Meduse, sacchetti di plastica o palloncini sembrano tutti cibo per una tartaruga marina che sceglie le proprie prede attraverso la vista.

Buona parte delle giovani tartarughe marine inizia un lungo periodo di vita prettamente in mare aperto, all’interno dei grandi sistemi di correnti in cui si concentra anche la pericolosa plastica oceanica.

Oggi una tartaruga marina su due ha ingerito una qualche forma di plastica.

ALLERTA MICROPLASTICHE NEL SANTUARIO DEI CETACEI

Il Santuario Pelagos per i mammiferi marini è una speciale area marina protetta, la più grande del Mediterraneo, che si trova nella parte nordoccidentale del bacino. È però anche un’area in cui si registrano tra i valori più elevati di microplastiche (paragonabili a quelli rilevati sotto le “isole di plastica” subtropicali), costituendo grave minaccia per i cetacei, “grandi accumulatori” di contaminanti.

Il plancton nel Santuario possiede, infatti, livelli elevati di contaminanti. Tali contaminanti si trasferiscono ai cetacei che si nutrono filtrando il plancton, come la balenottera comune, nei cui tessuti sono state trovate concentrazioni di ftalati (un additivo della plastica) fino a 4-5 volte superiori a quelle di balene di zone meno contaminate.

Globicefali e capodogli, che sono invece predatori all’apice della catena alimentare marina, risultano più contaminati degli esemplari che si trovano nell’Atlantico, a conferma dell’elevata contaminazione del Mare Nostrum.

In generale, le femmine dei cetacei risultano meno contaminate dei maschi, ma solo perché durante l’allattamento trasferiscono i propri contaminanti al piccolo.

AVVELENAMENTO SILENZIOSO

Un avvelenamento silenzioso causato dai contaminanti chimici incombe oggi sugli oceani. I contaminanti possono essere già presenti nelle plastiche sottoforma di additivi, mentre altri vengono assorbiti dalle plastiche nell’ambiente marino, tra cui pesticidi, ftalati, PCB e bisfenolo A, trasformandole in veri e propri microframmenti ad alta tossicità.

Il 78% dei contaminanti ambientali che la plastica assorbe dal mare è tossico (possiede effetti nocivi sugli organismi con cui entra in contatto), persistente (resiste ai processi di degradazione, restando inalterato a lungo) e bioaccumulabile (capace di concentrarsi negli organismi viventi).

La plastica può concentrare composti tossici a livelli fino a un milione di volte superiori a quelli presenti nell’acqua marina.

Il polietilene (PE), usato per bottiglie di plastica e buste, accumula più contaminanti organici di altre plastiche. La capacità di assorbimento di sostanze tossiche da parte della plastica aumenta peraltro con il tempo, rendendola sempre più pericolosa per gli organismi che la ingeriscono.

Gli effetti avversi di questi contaminanti dipendono anche dal loro tasso di rilascio nell’organismo: nell’intestino, la plastica rilascia fino a 30 volte più contaminanti che nell’acqua di mare.

Tali contaminanti, una volta entrati nell’organismo, possono interferire con importanti processi biologici, causando danni epatici o alterando il sistema endocrino.

Questo a sua volta può avere effetti sulla mobilità, sulla riproduzione, sullo sviluppo e causare l’insorgenza di tumori. Le sostanze assorbite e rilasciate dalla plastica possono anche alterare il DNA, provocando effetti avversi sulla salute.

LA PLASTI-SFERA

Oltre ai contaminanti, la plastica concentra e seleziona su di sé anche gli organismi, che costituiscono nuove comunità, diverse da quelle che vivono nell’acqua… una vera “Plasti-sfera”!

Diversi tipi di plastica ospitano abitanti differenti: sono circa 1.000 le tipologie di microorganismi che abitano la plastisfera, tra cui figurano anche quelle che causano malattie nell’uomo e negli animali, come i vibrioni.

Gli oggetti o i frammenti di plastica iniziano il loro viaggio fluttuante in uno stato “pulito” per poi venire colonizzati da oltre 335 gruppi di organismi diversi tra cui batteri, alghe, spugne, ma anche insetti, crostacei e molluschi.

Le plastiche ritrovate nel Mediterraneo trasportavano tra le più alte concentrazioni di organismi diversi mai registrate, con possibili impatti gravi sugli habitat marini con cui entrano in contatto.

Fonte @WWF.IT

Calicanto, Chimonantus praecox

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