Borghi delle Marche. I 30 più belli

Cittadine magnifiche che diedero i natali a Raffaello, Leopardi e Rossini: Paesaggi meravigliosi ad incorniciare i borghi più belli delle Marche! Incastonati tra mari e monti, il territorio di varietà sorprendente di paesaggi cristallizzati nel tempo e la ricchezza di tesori spesso poco conosciuti. Tra borghi arroccati, fortezze medievali e stupefacenti chiese, guida per scoprire i 30 borghi delle Marche più belli da vivere .

Acquaviva Picena, Ascoli Piceno

Piccolo centro nell’immediato entroterra di San Benedetto del Tronto, sorge su una collina dalla quale è possibile ammirare uno stupendo panorama che si affaccia sulle più alte vette dei monti appenninici, come il Vettore, il Gran Sasso e la Maiella.  Il borgo è caratterizzato dalla Rocca, vero capolavoro di architettura militare rinascimentale, la cui prima costruzione risale al XIV secolo da parte dei nobili della famiglia Acquaviva.

La fortezza di Acquaviva Picena – Photo by pizzodisevo (Own work), via Wikimedia Creative Commons

Fu poi riedificata nel 1474 su progetto dell’architetto Baccio Pontelli. La fortezza presenta una pianta a quadrilatero irregolare, che racchiude un’ampia corte centrale con pozzo e i vertici rafforzati da torrioni di cui quello più alto, il mastio, è di 22 metri. L’interno, occupato da due vani voltati, collegati da una scala in muratura, ospita attualmente un’interessantissima esposizione di armi antiche.

Ai piedi della rocca si apre la Piazza del Forte, che fornisce ad essa una platea scenografica, con una serie di basse case disposte a semicerchio. Le strade del borgo corrono fra loro quasi parallele e sono raccordate da rampe gradonate. Ne è un esempio il pittoresco Vicolo del Trabucco, dove anticamente vi erano depositate delle macchine belliche simili alle catapulte. Piazza San Nicolò invece è il baricentro dell’antico borgo ed è disposta in forma allungata fra due opposti colli: su di essa si affacciano la chiesa omonima, del XVI secolo, la Casa Rossi Panelli e la Torre Civica.

Fuori dal centro storico, la Chiesa di San Francesco con l’annesso convento è la più antica fondazione francescana di tutta la Marca, istituita dal medesimo San Francesco d’Assisi su invito della famiglia degli Acquaviva. Altri edifici religiosi di pregio sono la chiesa di San Lorenzo, contenente un retablo seicentesco, la chiesa di San Giorgio e la chiesa di Santa Maria delle Palme. Attività tradizionale del borgo è la produzione di cesti di paglia, effettuata secondo un metodo tramandato di generazione in generazione. Interessante e caratteristico è, a tal proposito, il Museo della “Pajarola”, che custodisce una vasta raccolta di cesti, utensili da cucina, bamboline realizzate con intreccio di paglia, vimine e materiali naturali.

Da gustare ad Acquaviva Picena sono i formaggi, le peschette dolci, il frustingo (dolce tipico marchigiano a base di frutta secca e fichi) e svariati vini (Rosso Piceno DOC, Rosso Piceno Superiore DOC, Falerio DOC, Offida DOC). L’evento più significativo è Sponsalia, la storica rievocazione del matrimonio tra Forasteria d’Acquaviva e Rainaldo di Brunforte (1234) che a partire dal 1988 viene organizzata a cavallo tra i mesi di luglio e agosto e prevede la disputa del Palio del Duca.

Apiro

Incastonato tra il lago di Castreccioni ed il Monte San Vicino, Apiro gode di un magnifico panorama; il lago è infatti un grande invaso artificiale divenuto con gli anni una importante meta turistica ed il Monte San Vicino, inconfondibile punto di riferimento dell’Appennino Centrale che da sempre è parte integrante dello skyline di Apiro.

Il suo territorio, tipicamente collinare, spazia tra le valli dell’Esino e del Musone, chiuso dalla catena dei monti Sibillini e dalle altre colline del cingolano. Il suo centro storico, ricco di opere d’arte, è fortificato da mura castellane, mentre il comprensorio è di rilevante interesse ambientale.

Il centro storico di Apiro è protetto dalle mura castellane, tra le più vaste e solide della Vallesina e nasconde al suo interno monumenti di rilievo e di interesse. Entrando per Porta Garibaldi dopo pochi passi sarai in Piazza Baldini dove potrai sederti a bere un buon caffè osservando la Collegiata e il  Palazzo dei Priori.

La Collegiata di Sant’Urbano è uno dei gioielli di Apiro e si trova proprio nel centro del paese, vicino al Palazzo Comunale, ed è dedicata al Santo Patrono. Progettata dall’architetto Sinibaldi Paolini di Osimo la sua costruzione venne iniziata nel 1633 e terminata nel 1668. In stile barocco, la chiesa a croce latina è composta da tre navate, sull’altare maggiore si trova una pala del XVII secolo che raffigura l’incoronazione della Vergine e Sant’Urbano I Papa con una pregevole cornice in legno intagliato e dorato. All’interno un organo costruito nel 1771 dal veneziano Gaetano Callido e la sacrestia che ospita il “Tesoro della Collegiata“, una collezione di quadri ,raffigurazioni di Santi in argento, paramenti e arredi sacri.

Da vedere anche il Monastero di Santa Maria Maddalena, dimora ancora oggi delle suore francescane di clausura. Percorrendo Corso Vittorio Emanuele troverai la chiesa più antica di Apiro, quella di San Francesco (XII secolo) e più avanti il Teatro Mestica con la sua facciata in stile barocco. Proprio vicino al Teatro si trova anche la Chiesa di San Michele Arcangelo.

Caldarola, Macerata

Terra d’arte e di castelli, Caldarola stupisce il visitatore con il sapore fiabesco del suo antico maniero dalle merlature guelfe, con il il suo raffinato assetto urbano che ne fa un autentico gioiello di architettura e urbanistica cinquecentesca, con le sue importanti testimonianze romane e medievali che riempiono di storia gli affascinanti scenari naturali del territorio circostante.

Situata nell’entroterra maceratese, insieme ai comuni di Belforte del Chienti, Cessapalombo, Serrapetrona e Camporotondo di Fiastrone, formano i “Cinque comuni” presenti nella parte centrale dell’entroterra maceratese, che per estensione occupa circa il 4,3% del territorio maceratese. Il territorio caldarolese si allunga in senso Nord-Sud e si estende alle pendici della dorsale appenninica umbro-marchigiana.

Conosciuto anche come “Terra dei cinque Castelli”, Caldarola è circondata, appunto, da cinque borghi medievali, tali sono, Vestignano, Pievefavera, Croce e Valcimarra. Oltre a questi cinque castelli è presente nel territorio caldarolese è presente anche il borgo di Bistocco. ( per saperne di più visitare la sezione “LA VISITA” ) Nelle vicinanze del comune di Caldarola è situato il “Lago di Pievefavera” , il luogo ideale per chi è in cerca di relax ed anche per attività come la pesca ed il canottaggio. Oltre a tali attività, nei pressi del Lago di Caccamo è possibile fare dei picnic, delle passeggiate lungo le sponde ed anche delle escursioni. È possibile anche fermarsi in vari punti di ristoro situati nel paese.

Oltre al Lago di Caccamo, da Caldarola è facilmente raggiungibile sia il lago di Polverina, situato nei pressi del comune di Camerino, un lago artificiale dove è possibile praticare la pesca sportiva; sia il Lago di Fiastra, situato all’interno del Parco Nazionale dei Sibillini, anch’esso è un lago artificiale ed il ciò che lo rende famoso sono le sue acque particolarmente limpide e non inquinate. Inoltre dal Lago di Fiastra è possibile raggiungere, attraverso delle escursioni, le Lame Rosse, una stratificazione montuosa dove ogni anno attira molti turisti.

Il paese di Caldarola, per chi non lo sapesse, è conosciuto anche come “La porta dei Sibillini” in quanto dista a pochi chilometri dal comuni di Cessapalombo, Visso, Fiastra e Amandola , dove è situato(in parte) il Parco Nazionale dei Monti Sibillini. Il Parco, geograficamente, comprende le provincie di Macerata, Ascoli Piceno, Fermo ed anche la provincia di Perugia (Umbria) per i rispettivi comuni di Norcia e Preci.

All’Interno del Parco Nazionale dei Sibillini è possibile visitare il Lago di Pilato, famoso per la sua natura glaciale, infatti è uno dei pochi laghi rimasti aventi questa caratteristica. È possibile, anche, visitare la catena montuosa degli Appennini, dove fanno parte il Monte Vettore ed il Monte Sibilla, montagne che ogni anno, nel periodo estivo, attirano molti turisti.

Per i più appassionati di Montagna, da Caldarola è facilmente raggiungibile il paese di Castelluccio di Norcia, grazie alla nuova superstrada che collega in maniera molto semplice le due regioni Marche ed Umbria, dove nel periodo estivo è possibile ammirare la fioritura, che avviene nella Piana di Castelluccio. 

Camerino

Situata tra le valli del Chienti e del Potenza, Camerino si trova in una suggestiva posizione al centro della zona montana della provincia di Macerata, chiusa a sud dal massiccio dei Monti Sibillini e a nord dal Monte San Vicino. Il territorio è caratterizzato per la maggior parte da un paesaggio collinare, con una gradevole alternanza di campi coltivati, piccoli boschi e querce secolari. La città vecchia, il centro storico accresciuto nei borghi, vive di toni sommessi e caldi; la pietra si alterna al cotto all’intonaco rosato, ocra, arancio.

La vecchia città, il centro storico accresciuto nei borghi, vive di toni sommessi e caldi; la pietra si alterna al cotto all’intonaco rosato, ocra, arancio. La compattezza, il colore, la grana dell’arenaria variano: da Serrapetrona proveniva pietra rosa; da Morro pietra rossastra; da Massaprofoglio, Valcimarra, Campolarzo pietra biancastra; da San Luca, Mergano, Valeano, Paganico pietra calcarea argillosa. L’uso frequente dei laterizi risolve in gioco di equilibrio arenaria-mattone tutta l’edilizia camerte. Gli agenti atmosferici scavano in continuazione. Pertanto l’intonaco si impone come salvaguardia e decorazione; spessissimo gli edifici presentano portali, zoccolo, capitelli, cornici di porte del morto, mascheroni o solo brani intatti di muro.

Così la città conserva toni medi che fondono in ogni stagione con equilibri diversi all’ambiente che la circonda. Architettura e natura prendono vita e fisionomia. Camerino trae dalla stretta interdipendenza tra la compattezza muraria tipico del suo nucleo urbano e l’aspra collina il senso di compiutezza tipico delle creature nate per un luogo, cresciute nell’attività e nella cultura plurisecolare di abitanti attenti e misurati, radicati nella propria città vogliosi di difendere a sé i propri valori. Il volto di Camerino ha il sapore delle cose amorosamente vissute. A nord congiunge la città allo spalto e al declivio collinare una fascia di pini; nella circonvallazione di levante è stato disarmonizzato il rapporto natura-architettura, prima vissuto nelle piante dell’orto botanico, con un lungo filone di alte abitazioni moderne.

A chi viene da Muccia, alta sulla rupe, la città si stringe a castello; a chi la segue a ovest e nord la linea curva si spezza, si allunga, sempre più placidamente avvinghiando i movimenti lenti della collina. Compatte le mura castellane nascono dal profondo; le abitazioni aprono poche file di finestre, rettangoli eguali d’ombra sul rosa del mattone, contro il verde dei pini e l’azzurro del cielo. Fino al monumento a Vitalini e a San Venanzetto ove le mura del castello si attenuano e nascono i borghi.

A chi viene da San Luca, l’antica cinta, dalla Rocca Borgesca a San Venanzetto, appena deturpata da poche costruzioni interne eterogenee, si allunga nella luce smorzata fino a San Venanzio. I borghi si fanno veramente città a chi viene da Torre di Beregna, adagiati a conca, dall’alto vertice del duomo a Coldibove, dalle Mosse fino all’orto botanico. La cinta muraria abbracciò i borghi nel 1384: la via esterna per le Mosse, ripresa dall’ex ferrovia del tram, corre sui resti delle recinzioni; la porta Sancti Framus, ora chiamata arco di Vannucci, ne testimonia la potenza. Ma a chi viene da lontano appaiono solo le costruzioni rosa alte nel vertice e le case basse quasi cineree della conca.

Candelara, Pesaro

Arrivati a Candelara, lungo la via che conduce alla piazza troverete sulla sinistra il palazzo dell’ex sede comunale, ora circoscrizione delle Colline e dei Castelli e sede della Pro loco. All’interno vi sono stanze affrescate (XIX secolo) e lo stemma di Candelara.

Il Castello di Candelara

Il Castello – Dalla piazzetta di Borgo S. Lucia si accede al castello attraverso un ponte di mattoni che nel ‘500 ha sostituito quello levatoio in legno. Solo dopo il 1000, il castello è stato dotato di una cinta muraria rafforzata da Sigismondo Pandolfo Malatesta nel 1444-1445. Di grande interesse è l’insieme del sistema difensivo (porta, mura e bocche da fuoco) che costituisce un’esperienza all’avanguardia nel campo dell’architettura militare del’400. Di particolare interesse sulla destra dell’ingresso, la torre dell’orologio recentemente restaurato e di cui si possono ammirare tutti gli antichi meccanismi perfettamente funzionanti, al piano superiore della sala del Capitano.

Sempre lungo la stessa strada c’è un monumento storico da salvare: la Chiesa di S. Francesco del ‘600, attualmente diroccata e non visitabile. Se restaurata potrebbe rappresentare la maggior attrattiva del castello come sede per concerti, mostre e conferenze. Le opere ora custodite nella Pieve, sono un importante venerato crocefisso ligneo e due tele del ‘600. La chiesa presenta un bel campanile e una cupola del XIV secolo visibile nel contesto del paesaggio candelarese. All’interno del castello poche case e alcuni vicoli; attorno alle mura si può godere una bella vista panoramica delle colline circostanti. Continuando sulla stessa stradina dove si trova la chiesa di S. Francesco e scendendo una bella scalinata a destra possiamo trovare un parco pubblico mentre passeggiando tutto intorno alle mura sulla sinistra si arriva alla chiesa di S. Lucia (1485), restaurata nel 1858 ed arricchita di altri due altari in uno dei quali è posta una Madonna col bambino, S. Giovannino e S. Lucia di Terenzio Terenzi detto il Rondolino, famoso imitatore del Raffaello

Cingoli

Graziosa cittadina dalla cinta muraria quasi del tutto intatta, presenta numerosi monumenti che ne attestano il glorioso passato, immersi in quartieri dalle vie silenziose e suggestive. Per questo, oltre che per il clima piacevolmente ventilato anche in estate, Cingoli è un frequentato centro di villeggiatura. Inoltre, per la sua posizione elevata e a terrazza sul versante orientale del Monte Cingolo, la cittadina gode di una celebre vista panoramina che le è valso l’appellativo “balcone delle Marche”.

Comunanza

Di origini romane, Comunanza sorge lungo il fiume Aso. Scavi archeologici, in prossimità di Colle Terme, dimostrano che il sito fu abitato già in epoca romana con la presenza di stabilimenti termali. L’attuale insediamento si originò nel V e VI secolo, quando alcune famiglie della città di Ascoli Piceno si trasferirono in questa zona per sottrarsi alle scorribande e alle incursioni barbariche. Il borgo ebbe alterne vicissitudini e fu conteso tra Amandola e Ascoli Piceno, rimanendo nella sfera di influenza di quest’ultima.

Circa un chilometro fuori dal paese, in prossimità del Monte Pasillo, 588 m s.l.m., sono ancora visibili i ruderi del castello che fu della famiglia Nobili, anche se non è possibile ricostruire la forma e la struttura originaria del fortilizio. Il nome Comunanza appare per la prima volta nel 1324 in quanto un documento riporta “Communantia Montis Passilli Civis Districtualis Esculi”.

Comunanza

Tra i monumenti principali, vanno ricordati: la Chiesa di Sant’Anna, in stile tardo-Romanico; la Chiesa di San Francesco, costruita sui resti di un edificio fortificato templare; la Chiesa di Santa Caterina d’Alessandria, in stile neoclassico ricostruita nel 1831; la Chiesa di Santa Maria a Terme, realizzata nel IX secolo in arenaria sui resti di un tempio pagano dell’insediamento romano scomparso di Interamnia Poletina Piceni. Il museo Arte Sacra di Comunanza si trova nelle sale del Palazzo Pascali e conserva opere di oreficeria tra cui spiccano un reliquiario a tempietto e una croce astile del 1700 con un Cristo del secolo XIV attribuito all’orafo ascolano Pietro Vannini. Tra le opere pittoriche si segnala una Madonna della cintola (secolo XVII) e il San Liborio di Giuseppe Ghezzi (1634-1721), artista originario di Comunanza ma attivo a Roma, dove fu principe dell’accademia romana di San Luca ed amico della regina Cristina di Svezia.

Il 26 dicembre si svolge il presepe vivente che coinvolge la popolazione e che trasforma il paese storico nel tipico scenario della Palestina di 2000 anni fa. Nel centro storico del paese si dà vita a “Mazzumaja”, una festa tradizionale dedicata ad un piatto tipico locale come il tordo matto; durante la festa vengono riaperte le osterie di un tempo, i laboratori di artigianato e diversi artisti di strada popolano per tre giorni l’antico borgo.

Corinaldo, Ancona

Inserito tra i Borghi più belli d’Italia, vanta un’imponente cinta muraria, percorribile Corinaldo è le sue mura. Una intatta e poderosa cinta muraria di quasi 1 km circonda e sostiene il centro storico medievale. E girovagando per i suoi vicoli vi ritroverete in mezzo alle sue più belle piazze su cui si affacciano i principali edifici religiosi, costeggerete le mura e alzerete gli occhi al cielo per vedere gli imponenti torrioni e baluardi su cui è ancora possibile salire, passerete davanti ai palazzi storici e allo storico teatro e scenderete i gradini della meravigliosa Piaggia con il pozzo. 

Corinaldo

Frontone, Pesaro-Urbino

Il castello è un’importante testimonianza dell’architettura militare dell’XI secolo, ma innumerevoli sono anche le chiese di valore, tra cui l’Eremo di Fonte Avellana citato da Dante nel Paradiso. Il borgo è poi famoso per le belle escursioni Il comune di Frontone, 1360 abitanti, si trova nella Provincia di Pesaro e Urbino a confine con quelle di Ancona e Perugia, ai piedi del Massiccio del Catria, la cui vetta principale, appunto il Monte Catria (1701m slm), garantisce tutto l’anno un clima salubre e mite.

Le fresche vallate e verdi colline sono ideali per passeggiate ed escursioni lungo gli agevoli sentieri o tour culturali, grazie ad elementi di spicco quali: l’Eremo di Fonte Avellana, importante abbazia voluta dal beato Lodolfo nell’anno 1000 e nota per aver ospitato personaggi quali San Pier Damiani e Dante che ricorda Fonte Avellana nel XXI canto del Paradiso; ed il Castello di Frontone, fortificazione di confine a sorveglianza del territorio che i romani attraversavano per raggiungere l’Adriatico e ultima rocca del Ducato dei Montefeltro tra ‘4 e ‘500, s’inserisce in uno scenario magnifico dall’alto del quale si scorge dal M. Nerone a S. Marino e all’Adriatico.

Due cenni enogastronomici. Piatto forte di Frontone sono le tagliatelle, sia con ragù bianco di porcini, che con il ragù all’anatra, e la “crescia”, da non confondere con la piadina. Un cibo succulento, abbastanza sostanzioso, da accompagnare a salumi, formaggi, prosciutto e verdura cotta, specie se di campo…

Gradara, Pesaro-Urbino

La Rocca di Gradara e il suo Borgo Fortificato rappresentano una delle strutture medioevali meglio conservate d’Italia e le due cinte murarie che proteggono la Fortezza, la più esterna delle quali si estende per quasi 800 metri, la rendono anche una delle più imponenti. Il Castello sorge su una collina a 142 metri sul livello del mare e il mastio, il torrione principale, si innalza per 30 metri, dominando l’intera vallata. La fortunata posizione di Gradara la rende, fin dai tempi antichi, un crocevia di traffici e genti: durante il medioevo la Fortezza è stata uno dei principali teatri degli scontri tra le milizie dello Stato Pontificio e le turbolente Casate marchigiane e romagnole, mentre ai nostri giorni, grazie alla vicinanza dal mare, si trova subito nell’entroterra di una delle principali mete turistiche dell’Italia, la Riviera Marchigiano-Romagnola.

gradara

La Storia

Il mastio è stato costruito attorno al 1150 dalla potente famiglia dei De Griffo, ma furono i Malatesti a costruire la Fortezza e le due cinte di mura tra il XIII ed il XIV secolo e dare a Gradara l’aspetto attuale. Il dominio dei Malatesti su Gradara finì nel 1463 quando Federico da Montefeltro espugnò la Rocca al comando delle milizie papali. Il Papa affida in vicariato Gradara agli Sforza di Pesaro, fedeli alleati della Chiesa. Da questo momento Gradara passerà di mano diverse volte, ed alcune tra le più importanti casate della penisola si contenderanno il suo possesso: i Borgia, i Della Rovere, i Medici, confermando il suo ruolo di teatro importante degli scontri di potere nei tumultuosi territori pontifici situati nelle attuali Marche e Romagna. L’ottimo stato di conservazione della Rocca lo si deve all’ing. Umberto Zanvettori che, attorno al 1920, compie un importante opera di restauro, investendo tutte le sue risorse per riportare la Fortezza alla sua antica bellezza.

La leggenda

Amor, ch’al cor gentile ratto s’apprende,
prese costui della bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Amor, ch’ha nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

I versi danteschi, commoventi e così carichi di passione, descrivono in modo superbo l’ardore amoroso e la tragedia dei due giovani amanti ferocemente uccisi, che la tradizione vuole abbia avuto come teatro il Castello di Gradara. Francesca da Polenta, figlia di Guido Minore, signore di Ravenna, sposò nel 1275 il figlio di Malatesta da Verucchio, signore di Gradara, Giovanni detto “Lo zoppo” o Giangiotto, in conformità con lo spietato gioco delle alleanze matrimoniali. Giangiotto era in quegli anni podestà di Pesaro e una legge dell’epoca proibiva al magistrato di portare con sé nella città amministrata la sua famiglia.

Francesca, dunque, molto probabilmente risiedeva a Gradara, sia per la vicinanza con Pesaro, una mezz’ora di cavallo, sia perché era una delle fortezze malatestiane più belle e sicure. Francesca, “donna di singolare grazia, e d’infinita beltàde”, era spesso sola per le prolungate assenze del marito e doveva senz’altro gradire le visite del bel Paolo, fratello di Giangiotto. Un giorno, però, i due giovani s’imbatterono in una lettura che segnerà il loro destino, la storia di Lancillotto e Ginevra: trasportati dalla passione dei due amanti letterari, Paolo e Francesca non riuscirono a trattenere il loro desiderio, e Paolo finalmente…la bocca mi baciò tutto tremante.Galeotto fu il libro e chi lo scrisse:quel giorno più non vi leggemmo avante.I due amanti vennero sorpresi da Giangiotto che li trafisse entrambi con la spada. Dante collocherà Paolo e Francesca nel girone dei lussuriosi, condannandoli alla dannazione eterna ma anche all’eterna commemorazione, elevandoli a simboli dell’amore puro ed incondizionato.

Piaceri & sapori

Gradara sorge in un territorio ricco d’ulivi, vigneti e dall’antica tradizione culinaria. Le tipiche trattorie ed i ristoranti di Gradara offrono un’ottima cucina marchigiano-romagnola, dove è possibile gustare piatti di entrambe le tradizioni gastronomiche.

Il Piatto tipico di Gradara sono i “Tagliolini con la Bomba”; un piatto della tradizione contadina con un nome curioso che deriva dalla modalità di preparazione. Gli ingredienti sono “poveri” e anche il procedimento è semplice: si fa soffriggere con un po’ di olio cipolla e lardo (o pancetta grassa). Nel frattempo si cuociono dei taglioni in acqua e sale (in origine la pasta non era all’uovo ma solo farina e acqua), si scola l’acqua in eccesso lasciando, comunque, il piatto un po’ brodoso e si versa nella pentola il lardo e la cipolla soffritti, aggiungendo del pepe. L’effetto dell’olio caldo versato nell’acqua provoca una grande quantità di vapore, per questo sono detti “Tagliolini con la Bomba”!

Da non perdere l’iniziativa “Il Medioevo a Tavola”, giornate dedicate alla cucina medievale organizzate nel corso dell’anno, nelle quali i ristoranti del borgo si trasformano in taverne quattrocentesche, un vero e proprio salto nel passato.

Grottammare, Ascoli-Piceno

Le acque pulite, il litorale di sabbia finissima, l’incanto dei suggestivi scorci del borgo antico e la rigogliosa vegetazione, compongono un affresco di colori e profumi dimenticati che rendono unica la nostra cittadina. Grottammare si distingue tra le altre località della costa adriatica per la sua posizione privilegiata, immersa in una lussureggiante vegetazione, riparata ad ovest da dolci declivi e lambita ad est dal mare.

Grottammare

La particolare ubicazione fa sì che essa possa godere durante tutto l’anno di un clima mite, tale da permettere lo sviluppo felice delle numerose palme Phoenix canariensis, originarie delle Isole Canarie, accanto alle piante di arancio, che impreziosiscono il panorama di Grottammare, costituendo una delle peculiarità più rilevanti della zona. Non a caso due piante di arancio campeggiano nello stemma comunale: esse affiancano una torre circolare merlata che rappresenta il giro fortificato delle mura, tipico dei centri medievali, e ricorda l’antico faro del porto cittadino.

Macerata Feltria

Macerata Feltria, la romana Pitinum Pisaurense, si trova adagiata in una conca verdeggiante al confine tra Marche, Romagna e Toscana, nel cuore del Montefeltro. Offre ai suoi visitatori un paesaggio di grande suggestione, in una terra privilegiata per la sua posizione geografica, per il clima temperato, per le risorse ambientali e culturali che, insieme alla ricchezza delle sue sorgenti termali, la rendono luogo ideale per un pieno recupero della salute ed un completo relax della persona.

Il Borgo ospita il settecentesco Palazzo Antimi Clari, il bel Teatro “A. Battelli” del 1932 completamente restaurato ed operante, l’ottocentesca Chiesa Parrocchiale di S. Michele Arcangelo, al cui interno è conservato un pregevole Crocifisso dipinto su tavola da Carlo da Camerino nel 1396, e Pitinum Thermae, lo stabilimento termale di Primo Livello Super, dove è possibile usufruire di tutti i tipi di cure termali sulfuree.

Nei sotterranei della Chiesa di Santa Chiara (sec. XIII) è allestito il Museo di archeologia Industriale, che espone attrezzature perfettamente funzionanti. Lungo il tragitto che porta al castello si incontrano la Chiesa di San Francesco, edificata nel Trecento e rimaneggiata nei secoli XVII e XVIII, con un portale gotico e affreschi del Quattrocento e quel che resta del suo antico convento, attualmente sede del Museo della Radio d’epoca, il secondo museo pubblico della radio d’epoca presente in Italia. Nel Palazzo del Podestà (sec. XII) ha sede il Museo Civico Archeologico e Paleontologico.

Al di là del fiume si erge il Castello (sec. XI-XIV) a forma piramidale, arroccato sopra un’altura e in parte circondato da mura, sulla cui sommità svetta la Torre Civica, all’interno della quale sono esposti alcuni reperti paleontologici. Nell’ingresso meridionale del Castello è situato l’Arco dei Pelasgi, mitici “popoli del mare” della Grecia preellenica a cui si fa risalire la fondazione dell’abitato. Nella strada verso Carpegna si erge la Pieve romanica di San Cassiano in Pitino nei cui pressi si possono visitare gli scavi, con resti dell’antica Pitinum Pisaurense ed in particolare un’antica strada romana.

Tra gli eventi più importanti che hanno luogo a Macerata Feltria nel corso dell’anno ricordiamo la Mostra dei “Preziosi d’Epoca” (agosto) e l’evento natalizio Il Paese delle Meraviglie.

Mogliano di Macerata

L’attuale territorio di Mogliano era abitato nel VII-VI secolo a.C. da popolazioni picene, ciò è attestato dal ritrovamento di una stele in arenaria con iscrizione medio – adriatica, conservata nel Museo nazionale di Ancona, tali popolazioni vivevano in villaggi sparsi sulla linea dei nostri colli ed avevano una propria civiltà, che poi fu assorbita dalla cultura di Roma, quando questa sottomise il Piceno nei primi decenni del III secolo a.C. Dalla fine del sec. XII alla metà del sec. XIV, il castello fu dominato dai signori detti appunto “da Mogliano”, dal nobile Fildesmido al più famoso Gentile, che nel 1345 divenne signore di Fermo e governò la città fino al 1355, quando fu sconfitto dalle armi del cardinale Albornoz. Con la riforma istituzionale albornoziana del 1357, che diede un nuovo assetto giuridico-amministrativo alla regione marchigiana, Mogliano venne incluso nel distretto di Fermo, di cui fu uno dei castelli maggiori; nel 1569 ebbe l’autonomia al papa Pio V, ma nel 1578 tornò sotto il dominio fermano.

Così, fra alterne vicende, passarono gli anni e i secoli, mentre nel paese in continuo progresso sorsero pacifiche abitazioni in luogo delle antiche fortificazioni, chiese e campanili al posto delle torri di guerra. Nel 1744, per aver favorito le truppe austriache in marcia verso il meridione, Mogliano fu dichiarata Città con diploma della regina d’Ungheria. Quindi, nell’età napoleonica, Mogliano fu compresa nel Dipartimento del Tronto che aveva il suo capoluogo a Fermo; nel 1815, con la restaurazione del Governo pontificio, ritornò sotto la Delegazione apostolica di Fermo, mentre nel 1828 entrò a far parte della Delegazione apostolica di Macerata.

Nel 1860, i Moglianesi diedero il loro generoso contributo alla guerra di liberazione, accorrendo numerosi ad arruolarsi nella Compagnia del 1º Battaglione dei “Cacciatori delle Marche”, la quale era comandata da un ufficiale moglianese, il capitano Cesare Latini. Infine dopo l’annessione delle Marche al Regno d’Italia, la divisione della regione in quattro province e l’assorbimento della provincia di Fermo in quella di Ascoli, il comune di Mogliano restò compreso nella provincia di Macerata e dovette aggiungere al proprio nome “di Macerata” per distinguersi da altri omonimi comuni esistenti nel resto dell’Italia unita.

Mombaroccio, Pesaro-Urbino

L’origine di Mombaroccio non è stata ancora esattamente individuata, così come il nome, che la tradizione popolare attribuisce a “biroccio”, il mezzo di trasporto più usato in passato. L’origine si fa risalire comunque al XIII secolo e si collega ad un fenomeno di sinecismo, cioè alla fusione di vari castelli e ville. Certo è che la vicenda storica di questo territorio si iscrisse per intero nella storia del contado pesarese: Monte Baroccio (nome usato fino al XVIII sec.), come tutti gli altri castelli del contado, dipese strettamente dalla città di Pesaro, nella quale erano insediati i Malatesta.

Certamente il periodo Malatestiano segnò definitivamente l’assetto urbano di Mombaroccio con la costruzione delle mura fortificate esterne all’abitato, che ancora oggi si presentano in gran parte ben conservate, ed alle quali appartiene il nucleo più antico della splendida Porta Maggiore. La successione degli Sforza ai Malatesta, avvenuta nel 1445 dopo centosessanta anni di signoria, coincise praticamente con la introduzione in loco delle prime armi da fuoco, evento che provocò una radicale trasformazione delle strategie d’offesa e di difesa e conseguentemente delle tecniche fortificatorie.

I principali interventi in questo senso avvennero nella seconda metà del secolo ad opera proprio degli Sforza. Nel 1543, la decisione ducale di liberare questa comunità dalla soggezione alla città Pesarese, subinfeudandola ad uno dei suoi cortigiani più cari e meritevoli, il signor Ranieri dei marchesi Del Monte, ebbe effetti liberatori e benefici. I Del Monte era una grande famiglia e la loro contea -poi marchesato- di Monte Baroccio doveva contribuire al mantenimento del loro rango, ma ne riceveva anche i riflessi benefici. Quando Ranieri II muore, il successore Franceso Maria nel 1631 cedette il Ducato allo Stato Pontificio e Monte Baroccio tornò sotto l’immediato dominio della Chiesa.

Fu, forse, il periodo di maggiore originalità e vitalità della storia del paese, caratterizzato dalla chiara consapevolezza della centralità del problema dell’autonomia e dalla capacità di esprimere nel ceto dirigente la preparazione giuridico-amministrativa per affrontarlo e in tutto il corpo sociale la volontà di far fronte comune e una forte solidarietà. Nel periodo napoleonico quest’ordine e questi equilibri (per altri versi inadeguati ed iniqui), vennero scardinati: le più cospicui famiglie si estinsero (Barocci) o decaddero rovinosamente (Giammartini). Quel che restò dell’asse ereditario dei Del Monte si disperse e il patrimonio ecclesiastico venne scompaginato.

Nuovi equilibri si crearono negli anni della Restaurazione, nuovi slanci si manifestarono negli anni del Risorgimento e nei primi decenni postunitari. Non riuscirono tuttavia a consolidarsi per affrontare adeguatamente la crisi di fine ‘800 e soprattutto gli sconvolgimenti dell’ultimo dopoguerra.

Mondavio

In epoca tardo romana Mondavio fece parte della fiorente città di Suasa, distante 5 Km a monte, sulla sponda destra del Cesano, ove sono state portate alla luce notevoli vestigia e reperti. Distrutta Suasa da Alarico, re dei Goti, gli abitanti fuggirono insediandosi sulle colline attorno, dando origine ai primi nuclei degli attuali borghi collinari, fra cui Mondavio. Il territorio prima di far parte della Pentapoli Ravennate subì le incursioni devastatrici di Longobardi e Bulgari. 

Il vocabolo Mondavio si riscontra per la prima volta in un documento del 1178, e quindi preesiste al probabile passaggio di S. Francesco sul luogo donatogli dalla famiglia Ricci per costruirvi un convento. Il Santo in quella occasione si sarebbe compiaciuto per l’amenità del luogo e la varietà degli uccelli. E da quelle espressioni derivò la denominazione Mons Avium come Monte degli Uccelli (oggi c’è una colomba nello stemma comunale) A prescindere dal vocabolo di origine storicamente incerta, Mondavio come aggregato urbano è sorto o contemporaneamente o subito dopo la costruzione del Convento Francescano (1210-1220 circa). Ci sono però tracce e accenni ancor più antichi dell’esistenza di un castello a Mondavio, al tempo di un signore di nome Vanolo, forse in altro sito vicino.

Il Vicariato di Mondavio forse si è formato gradualmente per la presenza in loco di famiglie nobili e facoltose. Nel 1194 Enrico IV concesse agli Ubaldini Mondavio con altri 25 castelli dagli Appennini al mare. Nel 1327 Papa Giovanni XII tolse a Fano 24 castelli formanti il Vicariato di Mondavio, che fu posto alle dirette dipendenze della Marca Anconitana (Chiesa ). Pandolfo e poi Ferradino e Galeotto Malatesta tentarono a ripetizione di impadronirsi del Vicariato con scarsi successi tra il 1294 e il 1353, ed il dominio della Chiesa continuò senza grosse scosse sino al 1376, anno in cui Galeotto Malatesta dopo una serie di saccheggi lo conquistò. Alla sua morte nel 1391 Pandolfo Malatesta fu riconfermato signore di Mondavio da Papa Bonifacio IX e nel 1400 egli vi stabilì la sua residenza, e Mondavio potè godere di un periodo di sviluppo e prosperità, accompagnata da grandi feste popolari. Morti Pandolfo e il fratello Carlo nel 1429, il Vicariato tornò alla Santa Sede. Ma già dal 1433 sino al 1441 se lo contesero gli Sforza ed i Malatesta, finché, con il matrimonio di Sigismondo con Polissena Sforza, tornarono i Malatesta e risiedettero a Mondavio, che fu abbellita e fortificata.

Nel 1447 Federico da Montefeltro, su ordine del Papa, che voleva punire Sigismondo per la morte di Polissena, invase il Vicariato battendo Il Malatesta, che ritornò nel 1462, ma fu definitivamente sconfitto nel 1474. Il papa Sisto lV donò il Vicariato al nepote e condottiero Giovanni della Rovere, già signore di Senigallia, come dono di nozze con Giovanna della Rovere. Giovanni soggiornò per qualche periodo a Mondavio, e vi fece costruire la Rocca dal Martini.Suo figlio Francesco Maria, forse nato a Mondavio, successe nel 1503 allo zio Guidobaldo, nel Ducato di Urbino, e vi incorporò anche il Vicariato di Mondavio. I periodi di governo di Giovanni e Francesco Maria della Rovere furono i più felici e prestigiosi nella storia di Mondavio.

Nel 1631 quando si estinse la dinastia dei Della Rovere, Ducato e Vicariato ritornarono nella giurisdizione della Santa Sede. Il Vicariato di Mondavio restò anche in seguito con territorio più ridotto sino alla costituzione del regno D’Italia nel 1860, e fu poi trasformato in Mandamento di 12 Comuni sino al 1923. Oggi Mondavio è comune di 3929  abitanti (censimento 2011) ed è composto oltre al Capoluogo da altri centri abitati: il castello di S. Andrea di Suasa, S. Michele al Fiume (fiorente centro a valle, sul Cesano) e San Filippo sul Cesano, oltre all’antica Cavallara.

Mondolfo

È improbabile che un giorno sapremo esattamente quale uomo pose la prima pietra per edificare quella che poi sarebbe divenuta Mondolfo, oggi uno dei Borghi più Belli d’Italia, ma sull’esistenza di questo Castello fortificato sulla sommità della collina non c’è incertezza. Sufficientemente distante dal mare per proteggere i suoi primi abitanti dalle incursioni, ma non troppo per presidiare comunque il litorale, Mondolfo sorge a balcone sul mare a una manciata di chilometri dall’Adriatico, sulla riva sinistra del fiume Cesano.

Il sito collinare era strategico per controllare la strada marina che collegava Senigallia con Fano, Ancona con Rimini, e la via che risaliva, costeggiando il fiume, alla volta di Roma, piegando da Cagli alla gola del Furlo, noto diverticolo della consolare via Flaminia; il territorio circostante era buono per coltivare, pascolare, cacciare: ai piedi dell’abitato una copiosa sorgente naturale garantiva un abbondante approvvigionamento idrico. Le colline stesse ricche di legname, scoscese al punto giusto per poterle agilmente difendere. Il luogo permetteva ai primi abitanti di proteggersi dalle avversità naturali e di tutelarsi da passaggi bellicosi. Se ne accorsero gli antichi romani che, sul declinare dell’impero attorno al VI secolo, vi costruirono un castello bizantino, un castrum. In tale impianto fortificato, sorto nel periodo tardoromano a difesa di un già esistente modesto insediamento, avvenne l’incastellamento.

Il toponimo usato dai documenti più antichi per indicare questo primo nucleo urbano è quello di Castrum Marchi (probabile allusione a un tempio dedicato al dio Marte forse sulla sommità della collina). La ripresa economica che si verifica a partire dal IX-X sec. prosegue per tutto il Medioevo imprimendo al Castello quel carattere e quell’aspetto che in parte è presente anche oggi.  Il nucleo originario di Castel Marco si rivela ben presto troppo angusto così come accade in molti altri centri italiani a partire dall’XI secolo, e pertanto a poco a poco attorno al primitivo abitato fortificato cresce un borgo esterno affiancato al nucleo primiero. Tra il XIII e il XIV secolo Castel Marco allarga i propri confini costruendo una nuova cerchia di mura che include anche la fascia del borgo. È in questa fase che l’intero insediamento assunse il nome definitivo di Mondolfo, la cui etimologia è probabilmente da far risalire a Monte Offi, cioè monte di Offo, capostipite della famiglia che guiderà il Castello fino alla fine del 1300, con l’arrivo dei Malatesti prima e i Della Rovere poi.

È sotto quest’ultima signoria che Mondolfo, ora ricompresa nel Ducato d’Urbino, conosce un notevole sviluppo urbanistico, legato alla floridezza della classe economica e alla strategica posizione a guardia del litorale e della foce del fiume Cesano. Nel XVI secolo inizia infatti l’ampliamento della chiesa e del convento di Sant’Agostino, l’impareggiabile complesso monumentale che oggi sorge alla porta principale del Castello, un luogo carico di arte e di storia, dove le nobili famiglie di Mondolfo facevano a gara per abbellire i propri altari, chiamandovi a lavorare i principali esponenti dell’arte marchigiana acavallo fra Cinque e Seicento. Famiglie aristocratiche che operavano in quegli anni pure per arricchire i propri palazzi, come quello dei nobili Giraldi della Rovere, dei Peruzzi, nella seconda cerchia del Castello, oppure quello dei Beliardi o dei Gallucci entro la prima. Dal 1615 inizia pure la ricostruzione della chiesa parrocchiale di S. Giustina, eretta poi in Insigne Collegiata nell’anno 1635 da Papa Urbano VIII; il tempio – con le sue pale d’altare, il prezioso organo storico Gaetano Callido – sarà ampiamente rivisitato nel corso del Settecento, periodo che vide Mondolfo interessata da numerosi interventi edilizi, destinati a protrarsi, talvolta, ben oltre la fine del secolo, fase di ascesa della borghesia agraria ed artigianale destinata a diventare la nuova classe dominante.

Comune rurale sino al dopoguerra, già nel primo Novecento Mondolfo conosceva la nascita del turismo balneare nella spiaggia di Marotta, allora abitata da pochi pescatori raccolti attorno alla stazione di posta della Vecchia Osteria. Non mancava un vivace ceto artigianale, con la fabbricazione di carri agricoli (birocci) e di coltelli, che portavano il nome di Mondolfo fuori regione. Industre pure la classe dei costruttori di fisarmoniche, che conoscono una grande stagione nel primo dopoguerra, tanto da esportare in tutto il Mondo, specie nel sud America, sino alla crisi legata all’avvento dell’elettronica. Fondamentale l’apporto di Mondolfo pure nel primo e secondo Risorgimento, fatto attestato dalla costruzione del Parco della Rimembranza e Monumento ai Caduti, ora interamente restaurato e raro esempio di architettura monumentalistica del periodo.

Monte Grimano Terme

Deriva dal latino Mons Germanus e fa riferimento ai due castelli di Monte Grimano e Monte Tassi, uniti come fratelli gemelli (germanus in latino significa “fratello”). Oggi Monte Tassi è una frazione del Comune di Monte Grimano Terme. Grimano sarebbe una semplice translitterazione di Germanus.

La storia

  • Epoca romana, Mons Germanus è un piccolo villaggio romano compreso nella regione umbra, con Urbino e Rimini.
  • 962, l’imperatore del Sacro Romano Impero Ottone I il Grande, in lotta contro feudatari italiani, concede Monte Grimano in feudo a Ulderico da Carpegna, insieme con altri castelli del Montefeltro.
  • 1358, dopo essere stato conquistato alla chiesa dal cardinale Albornoz, Monte Grimano diventa una delle cinque podesterie della “Romandiola Feltresca”; le altre sono Macerata Feltria, San Leo, Monte Cerignone e Pennabilli.
  • 1390, il castello è ceduto ai Montefeltro da Papa Bonifacio IX.
  • 1446, le truppe di Sigismondo Malatesta, duca di Rimini, devastano il castello, liberato solo pochi mesi dopo dal duca Federico da Montefeltro con l’aiuto degli abitanti.
  • 1461, Federico da Montefeltro, con l’appoggio di Papa Pio II, di Alfonso re di Napoli e della Repubblica di San Marino, sconfigge definitivamente Sigismondo e si riprende Monte Grimano e tutti gli altri castelli del Montefeltro.
  • XVII sec., passati definitivamente sotto lo Stato della chiesa nel 1632, ai cittadini di Monte Grimano è consentito di costruire abitazioni sulle rovine del castello; alcune sono piccole e rozze, altre più grandi e signorili; nei decenni successivi i resti del castello, già trasformati in civili abitazioni, scompaiono del tutto.
  • 1849, nel territorio di Monte Grimano si ferma Garibaldi, in fuga da Roma e dai soldati dello Stato della chiesa.
  • 1860, il paese entra a far parte del Regno d’Italia.
  • 2002, in seguito a un referendum tra i cittadini, viene aggiunto il termine “Terme” al nome di Monte Grimano.

La Torre Civica

In passato parte dell’antico castello denominato “Palatium valde forte” è alta 18 metri si trova in una suggestiva piazzetta del centro storico, nel punto più elevato della collina. È possibile visitarla. Al primo ed al secondo piano vi si trovano postazioni dedicate al bookcrossing.

Il Palazzo Massajoli

E’ un palazzo della metà del ‘600, abitazione della famiglia Massaioli, di antica origine signorile proveniente da Rimini ai tempi del Malatesta. Esternamente la facciata è elegante, ma alquanto semplice. Oggi sede del Comune di Monte Grimano Terme, l’interno conserva un bello scalone e il salone centrale al 1° piano. Recentemente sono stati recuperati i locali del sottotetto che mostrano un’interessante ricostruzione delle travature. I locali sotterranei con arcate, pozzo, neviera sono adibiti ad archivio storico.

Monte San Vito, Ancona

Monte San Vito si trova sul versante sinistro della bassa Vallesina al centro di un rettangolo formato da Morro d’Alba, Monsano, Chiaravalle e Montemarciano, a 25 km da Ancona. L’antico nucleo castellano racchiude interessanti architetture: la Collegiata di San Pietro Apostolo, che custodisce tele di Giovanni Lazzarini, Filippo Bellini e una tela raffigurante la Vergine col Bambino attribuita alla Scuola del Perugino;

Palazzo Malatesta, sede del Municipio, dove sono conservate delle prospettive architettoniche dipinte da Scipione Daretti nel XVIII secolo; il Teatro condominiale “La Fortuna”, ricavato da un vecchio mulino e trasformato in sala per spettacoli nel 1757-58, è sede di interessanti rassegne;un antico Mulino dell’olio, simbolo della civiltà e della cultura monsavitese, che sembra non aver risentito dell’usura dei secoli.Il territorio di Monte San Vito è vocato alla produzione dell’olio di oliva con certificazione biologica. Il Comune è stato premiato con la “Bandiera Verde dell’Agricoltura” ed è tra i soci fondatori dell’Associazione nazionale Città dell’Olio.

Le manifestazioni più importanti che hanno luogo a Monte San Vito nel corso dell’anno sono la Fiera di San Vito (giugno), la Festa della birra (settembre) e la Festa d’Autunno (novembre), durante la quale possono essere gustati i piatti tipici locali conditi con l'”io bono”.

Montecassiano

Nel cuore delle Marche, nel mezzo delle distese collinari del Maceratese, si erge Montecassiano, un borgo dall’impronta medievale, racchiuso da alte mura, situato nella Valle del Potenza, dista meno di 10 Km da Macerata e circa 15 km da Recanati. Disteso sulla sommità di un colle, offre panorami che spaziano dai Sibillini al mare, dove lo sguardo si perde nella bellezza e nell’armonia delle dolci colline marchigiane. Ancora oggi è possibile percorrere stradine, piagge e vicoli secondo un tragitto che dal XV secolo si è mantenuto inalterato.

Il centro storico, cuore di tutto il territorio, è completamente racchiuso dalla cinta muraria e vi si accede attraverso una delle tre porte (Porta Diaz, Porta San Giovanni, Porta Cesare Battisti). Il luogo più emblematico e scenografico di tutto l’assetto urbano è la centrale Piazza Unità d’Italia, sulla quale si affacciano alcuni dei principali palazzi e monumenti. Da qui una spettacolare scalinata, incorniciata da un’ampia arcata, conduce alla Collegiata dedicata a Santa Maria Assunta che ricostruita nel 1234 dai monaci cistercensi di Chiaravalle, ha subito nel corso dei secoli, innumerevoli restauri e modifiche. La chiesa custodisce tra i suoi tanti tesori il bellissimo altare in terracotta invetriata raffigurante l’Incoronazione della Vergine (1527-1532), capolavoro del plasticatore fiorentino fra’ Mattia della Robbia.

Il giro per Montecassiano può continuare anche visitando la Pinacoteca, e gli altri palazzi e Chiese, ma anche passeggiando per i vicoli e piaggette assaporando così la tipica atmosfera del borgo.  Grazie al supporto di più’ di 70 associazioni locali che vivacizzano il territorio con le loro attività, Montecassiano ha un fitto programma annuale di manifestazioni:

  • Svicolando – 2° week end di Giugno – festival di musica, giocoleria e artisti di strada nelle vie del paese.
  • Palio dei Terzieri – 3° settimana di Luglio – Per un’intera settimana il borgo si cala in un’atmosfera medioevale, tra giochi, sfilate e taverne.
  • Montecassiano Estate – fine Luglio/primi Agosto
  • Sagra dei Sughitti – 1° week end di Ottobre – I “sughitti“, sorta di polenta dolce con mosto, farina di mais e noci, sono un dolce tipico della civiltà contadina.
  • Processione del Venerdì Santo: tradizionale processione alle ore 21 del venerdì santo con le sette confraternite e la suggestiva bara del Cristo morto.

Montefabbri (Vallefoglia)

Stretto fra il fiume Foglia e il torrente Apsa, oltre il paese di Colbordolo, su di un piccolo colle sta Montefabbri, un antico e bellissimo paesino dall’aspetto medioevale. Tra Montefabbri e Colbordolo c’è naturalemente un’antica tradizione fatta di storie quasi illustri e vicende decisamente minori; tra le prime si ricorda il viaggio a Rimini di Ser Martello da Montefabbri, insieme a Guido da Colbordolo, con lo scopo di discutere la rscossione di denaro quale compenso per determinate imprese guerresche. Da ciò si può dedurre che Montefabbri, come la vicina e illustrissima Urbino, traeva ricchezze fornendo guerrieri e capitani di ventura ai feudi limitrofi.

Lo stato di Urbino legò ben presto le sue vicende alla piccola Montefabbri, che visse a lungo all’ombra dei Duchi, chiusa nelle sue belle mura e orgogliosa delle sue genti, in particolare di un sant’uomo (o quasi); qui infatti nacque il beato Sante dei Brancorsini che poco lontano di lì fonderà un convento/santuario tuttora meta frequentatissima da pellegrini e gitanti.

Dal colle di Colbordolo si vede al completo la bellissima architettura medioevale di Montefabbri: il piccolo colle circondato da mura, su di esse le case che accerchiano la torre oggi trasformata nel campanile della sottostante chiesa parrocchiale sorta al posto della fortezza.

Moresco

Salendo dal mare, percorrendo i dolci tornanti delle colline marchigiane, il castello di Moresco compare all’improvviso, stagliandosi sullo sfondo creato dai Monti Sibillini, mostrandosi in tutta la sua bellezza. Percorrendo gli antichi vicoli, ci si trova immersi in un mondo medievale, dove il tempo sembra essersi fermato; all’interno delle mura sono custodite le origini, la memoria, le meraviglie e le eccellenze che hanno reso Moresco una comunità fiera della propria identità.

Delle origini di Moresco si sa poco. Quel che è certo è che sul suo territorio in età romana sorgevano importanti insediamenti e successivamente, in età longobarda, curtes e castra (centri fortificati) monastici e feudali, uno dei quali poi affermatosi su tutti diventando unico luogo di residenza della popolazione sparsa.

L’origine del nome non è certo se derivi da un signore, di nome Morico o della famiglia dei Mori, oppure dal toponimo morromorrecine, che sta per luogo sassoso. Vi sono poi altre due teorie, in netta contrapposizione l’una all’altra: la prima vuole che un gruppo di mori, nelle loro scorrerie lungo la costa adriatica, si sia spinto un po’ più all’interno per edificarvi una roccaforte; la seconda afferma invece che il Castrum Morisci sia stato costruito vicino al mare proprio per respingere gli assalti dei Saraceni.

Le prime notizie del castello risalgono al 1083 e documenti risalenti al XII secolo testimoniano la reggenza di Tebaldo, conte di Moresco. Nel XIII secolo il castello passa in proprietà alla città di Fermo. Una prima volta per mano di Federico II, poi per volere di re Manfredi e definitivamente, nel 1266, quando i signori di Moresco vendono la fortezza del castello al Doge di Venezia, e podestà di Fermo, Lorenzo Tiepolo. Da allora resterà castello di Fermo fino all’unità d’Italia.

Liberati gli abitanti dai vincoli feudali, Moresco diventa comune ed è retto da un consiglio di Massari e da un Vicario nominato da Fermo. Nel 1868 perde l’autonomia comunale e diventa frazione di Monterubbiano. Ritorna ad essere comune autonomo, con regio decreto, il 26 giugno 1910, anche su iniziativa di Arturo Vecchini.

Offagna

Offagna, caratteristico borgo medioevale posto a 309 metri sul livello del mare tra le città di Ancona e Osimo, si erge in dominante sperone arenaria. Dalla piazza alta, nelle vicinanze della bellissima Rocca medievale, si può ammirare uno dei più bei panorami della campagna marchigiana e dei centri storici limitrofi addossati alle colline.

Vi sono notizie storiche del villaggio sin dal nono secolo, reperibili nel codice Bavaro conservato a Monaco di Baviera. Il toponimo “Ofania” ha avuto varie interpretazioni, ma la più ricorrente lo fa discendere per alterazione lessicale dalla “Massa Afraniana”, un vasto latifondo costituito in epoca romana a favore della “gens Afrania”.

Gli Afrani erano un’illustre famiglia che aveva possedimenti nel territorio offagnese. Possiamo vedere, nel disegno riportato a fianco (ricavato dal libro di Ciaffré Ofania), una ricostruzione di come poteva essere il primo accastellamento di Offagna intorno all’anno 1000.Il territorio marchigiano, nel corso dell’Alto Medioevo, non presentava generalmente castelli isolati concepiti solo per finalità strategiche e militari; le costruzioni servivano quasi sempre a consolidare e proteggere gli insediamenti. E così anche il “Castellum Ofanie”, di forma semplice e dimensioni modeste, è nato vicino a questo centro economico-rurale, la Massa Afraniana.

Nel corso dei secoli, tra il XII e il XVI, Offagna fu centro di lunghe e aspre controversie tra Osimo ed Ancona, alla quale venne infine ceduta per settemila fiorini. A conferma del possesso acquisito gli Anconetani tra il 1454 ed il 1456 edificarono una rocca, quale avamposto fortificato atto a rintuzzare le pretese dei Comuni limitrofi, utilizzando in parte le rovine del castello precedente. Famosa è rimasta “la battaglia del porco” tra Ancona ed Osimo per contendersi la Rocca di Offagna nel 1477, condotta contro Ancona e vinta dal prode Boccolino da Guzzone (di origine offagnese). Dal XVI sec. la fortezza perde d’importanza e le guerre paesane si esauriscono. Il castello sarà utilizzato come dimora da un Podestà, nominato dal consiglio di Ancona, che governerà le povere genti di Offagna. Sin dal 1600 sono presenti ad Offagna due famiglie nobili anconetane, i Bosdari e i Malacari, le quali edificarono belle ville di campagna ancora presenti nel territorio offagnese. Nella seconda metà del 1700 ha abitato ad Offagna l’arch. Andrea Vici, collaboratore del più famoso Vanvitelli, realizzando pregevoli opere architettoniche (il monastero delle salesiane con la chiesetta annessa, la chiesa del SS.Sacramento, la canonica …), le quali hanno contribuito sensibilmente ad abbellire il piccolo paese medievale.

Offida, Ascoli Piceno

Offida, antico borgo racchiuso dalle mura castellane del XV sec., è inserito tra I borghi più belli d’Italia. Posto su uno sperone roccioso tra le valli del Tesino e del Tronto, è noto per la laboriosa e paziente arte del delicato merletto al tombolo, tradizione antica, a cui è dedicato uno dei musei principali della città. Il vasto piazzale panoramico all’ingresso del nucleo antico accoglie i resti della quattrocentesca Rocca, ai cui piedi si trova il Monumento alle Merlettaie.

La lavorazione del merletto a tombolo è tuttora molto diffusa: non è raro infatti, passeggiando nel centro storico, scorgere nella penombra degli atri delle case signore intente al lavoro con i piccoli fuselli di legno. Il museo del merletto a tombolo (che dispone di un apposito percorso per le persone non vedenti), si trova all’interno dell’ottocentesco palazzo De Castellotti-Pagnanelli che, dal 1998, ospita anche il museo archeologico “G. Allevi”, il Museo delle Tradizioni Popolari e la Pinacoteca comunale costituendo così un vero e proprio polo culturale.

Il cuore del borgo è Piazza del Popolo, dall’insolita forma triangolare, sulla quale si affacciano edifici diversi per stile e materiale. Sul lato principale si ammira il Palazzo Comunale, con una elegante loggetta di tredici colonne in travertino e portico del XV sec. formato da colonne in laterizio con capitelli in travertino. Dal porticato del municipio si accede allo splendido Teatro del Serpente Aureo, costruito nell’800, ricco di stucchi e intagli dorati. Sulla stessa piazza si affaccia anche la settecentesca Chiesa della Collegiata, che presenta una facciata dallo stile composito e la Chiesa dell’Addolorata, dove è custodita la Bara del Cristo Morto. Poco distante sorge la Chiesa di S. Agostino. L’ex-monastero di San Francesco, nel centro storico di Offida, ospita l’enoteca regionale che offre una panoramica completa della produzione enologica del Piceno e delle Marche.

L’edificio di culto più importante è posto al margine dell’abitato, su una rupe dalle pareti scoscese: si tratta della Chiesa di Santa Maria della Rocca, imponente architettura romanico-gotica in cotto, costruita nel 1330 su un preesistente castello longobardo; al suo interno si possono ammirare i bellissimi affreschi del Maestro di Offida del XIV sec.

Tra gli eventi più significativi che hanno luogo a Offida nel corso dell’anno ricordiamo: il Carnevale storico di Offida (gennaio, febbraio), Offida Opera Festival (settembre) e Di Vino in Vino (settembre), CiBorghi, un Festival dei Cibi dei Borghi più Belli d’Italia, la Mangialonga Picena, undici chilometri e mezzo di buona cucina, di prodotti tipici e di buon vino divisi in due percorsi nelle campagne marchigiane.

Le eccellenze enogastronomiche locali sono: il chichì ripieno (una focaccia con tonno, alici, capperi e peperoni), a cui è dedicata una sagra, i “funghetti” (dolcetti a base di anice) e i vini Terre di Offida DOC e Offida DOCG.

Ripatransone

Nota come il Belvedere del Piceno, Ripatransone vanta un’ineguagliabile vista che spazia dal Gran Sasso ai Monti Sibillini, dal Conero al Gargano, fino alla costa dalmata. Abitata fin dalla preistoria, fu un’importante centro della civiltà picena (IX-III secolo a.C) grazie alla sua posizione inaccessibile. In epoche successive la sua importanza crebbe sino ad essere elevata a città vescovile nel 1571.

Ripatransone

 Una delle sue principali caratteristiche è sicuramente il ricco patrimonio storico e artistico, riconosciuto e sentito dai propri cittadini ai quali si deve la fondazione del Museo Civico fin dal 1877. Oggi Ripatransone conta diversi musei e collezioni inserite all’interno di un unico polo museale di cui fanno parte i suoi musei, l’archivio storico, la ricca biblioteca, il Museo Civico Archeologico, le collezioni di Palazzo Bonomi quali la Pinacoteca (opere del Crivelli, Fazzini, ecc.), gipsoteca Uno Gera, museo del Risorgimento e museo etnografico con curiosità del mondo.

Il centro si presenta medioevale nell’impianto urbano, con edifici rinascimentali e barocchi pur non mancando palazzi nobiliari di epoca settecentesca e di tardo ottocento, visibili soprattutto lungo il Corso Vittorio Emanuele II, asse principale che attraversa la città da sud a nord. Nei quartieri più popolari si trovano numerose viuzze e vicoli, tra i quali quello che vanta il guinness del più stretto d’Italia: 43 cm.

Dell’antica cinta muraria (XV-XVI°) restano il Torrione con la Porta di Monte Antico (secoli XV-XVI), un secondo torrione con merli ghibellini così restaurato nel 1958, la Porta San Domenico, la Porta Cuprense ed il Torrione con porta detto Donna Bianca. Papa Pio V (1566-1572) le conferì il titolo di città e ne fece sede vescovile dandogli potere e prestigio che ancor oggi mantiene visibile attraverso le opere custodite all’interno delle numerose chiese.

La località si presta non solo per i soggiorni estivi, data la sua posizione di alta collina a soli 12 km dal mare Adriatico, ma soprattutto per quelli autunnali e primaverili, movimentati dal periodo della vendemmia, dalla stagione teatrale ospitata nello splendido Teatro storico “Luigi Mercantini” (progettato ed eseguito da Pietro Maggi dal 1824 al 1843), e dall’accoglienza e le iniziative offerte dall’Enoteca La Bottega del Vino, centro del polo culturale di Ripatransone. Qui è possibile degustare ed acquistare i vini d.o.c. e prodotti tipici di Ripatransone e delle altre realtà vitivinicole e gastronomiche locali. E’ possibile anche partecipare a visite guidate al centro e ai suoi monumenti o ad escursioni nell’area protetta Selva dei Frati e nelle località limitrofe. Per gli amanti dello sport c’è la possibilità di frequentare gli attrezzati impianti sportivi, i circoli di ricreazione e aggregazione sociale. La gastronomia è genuina e gustosa: spicca il piatto tipico del ciavarro, a base di legumi e cereali, con salsa piccante, mentre il dolce tipico è la crostata con la ricotta.

San Ginesio, Macerata

San Ginesio è un meraviglioso borgo medioevale che sorge a 690 mt. di altitudine di fronte alla catena dei Monti Sibillini, quei “Monti Azzurri” tanto cari al poeta Giacomo Leopardi. Situato all’interno del Parco Nazionale del Monti Sibillini, San Ginesio ha un territorio molto vasto, di circa 78 km, che ancora testimonia un antico e glorioso passato millenario.

San Ginesio

La storia narra che fu proprio Carlo Magno nel 773 ad apporre al castello il nome di San Ginesio in memoria di un’immagine trovata nella chiesuola sita in mezzo alla collina, oggi occupata dalla Pieve Collegiata, tra le maggiori opere simbolo del paese, eretta nel 1090 e unico esempio di stile gotico fiorito nelle Marche. La grande piazza centrale è intitolata ad Alberico Gentili (1552/1608), il figlio più illustre di San Ginesio che svolse l’attività di giurista e ideologo di politica interna ed internazionale presso la Corte di Elisabetta I d’Inghilterra. La sua maggiore opera, il “De Jure Belli” (1598), ha gettato le basi del Diritto Internazionale. La possente cinta muraria del XIV sec. che conserva ancora camminamenti di ronda, feritoie e torrioni delimita il centro storico del borgo che, nonostante le drammatiche ferite inferte dal sisma del 2016 custodisce numerosi e importanti monumenti architettonici: dal Teatro “G. Leopardi” su cui sorgeva l’antico Palazzo Defensorale alla Chiesa di San Francesco (XI sec.). Percorrendo la principale via del borgo, si raggiungono i giardini di “Colle Ascarano” da dove è possibile ammirare un panorama davvero unico che spazia dal mar Adriatico al Gran Sasso e ai Monti della Laga.

Da annoverare tra gli episodi più interessanti dell’arte romanica nelle Marche è l’Ospedale di San Paolo anche detto “dei Pellegrini” (fine XIII secolo), che insieme alla Porta Picena e alle Mura Castellane, creano una delle più belle cartoline di San Ginesio. Nella Pinacoteca Antica “S. Gentili”, è possibile ammirare numerose opere d’arte tra cui spiccano “Il matrimonio mistico di Santa Caterina d’Alessandria” del Ghirlandaio e la pala della “Battaglia tra sanginesini e fermani”, icona storica a testimonianza della importanza politica di San Ginesio nella metà del xv secolo. Prestigiosi manoscritti e pergamene rendono l’Archivio Storico di San Ginesio, giunto intatto dal 1199, tra i più ricchi delle Marche. A pochi Km dal centro storico, tra boschi secolari e ameni ruscelli, sorge il Monastero di San Liberato fatto erigere dai signori di Brunforte nel 1274 per ospitare le spoglie del Santo che abbracciò la regola di San Francesco d’Assisi.

Recentemente l’Amministrazione Comunale ha varato il cosiddetto “Piano della Bellezza” con lo scopo di disciplinare la riqualificazione urbanistica di un borgo in piena ricostruzione che dovrà attenersi a specifici criteri estetici.

San Ginesio non è solo sinonimo di bellezza, arte, storia, natura, outdoor e accoglienza. E’ molto di più. E’ terra di numerosi prodotti tipici quali ad esempio: il “Polentone di San Ginesio”, il vino “San Ginesio doc” e il noto ciauscolo detto “Il Campagnolo” vincitore del primo premio nazionale di categoria negli ultimi 4 anni. 

Inoltre ogni estate ad attrarre numerosi turisti italiani e stranieri è la proposta di prestigiose Rievocazioni storiche quali “Il ritorno degli esuli”, la più antica rievocazione di San Ginesio, evento triennale al quale partecipa una folta delegazione della Municipalità e del Palio di Siena e “Il Palio di San Ginesio” torneo cavalleresco tra le quattro contrade che si tiene il 15 agosto e giunto alla 52^ edizione.

San Severino Marche, Macerata

San Severino Marche è addossato al colle di Montenero, nella valle del Potenza.
Il patrimonio artistico di San Severino Marche è fortemente legato al periodo di massima autonomia del comune e alla signoria degli Smeducci; a quest’epoca risalgono sia le numerose chiese gotiche visibili in città e nel territorio, sia le opere lasciate dalla locale scuola pittorica che ebbe i suoi massimi esponenti nei fratelli Salimbeni e in Lorenzo d’Alessandro, rispettivamente all’inizio e alla fine del XV secolo. 

Sono presenti due nuclei: il Castello, antico e pressoché disabitato, sulla cima del Montenero, e il Borgo, sviluppatosi a partire dal sec. XIII lungo il pendio. Il cuore della città è la bellissima Piazza del Popolo, dalla caratteristica pianta ovale. Sul lato meridionale della piazza sorge il settecentesco Palazzo Comunale, mentre sul lato opposto spicca la facciata di gusto rococò della Chiesa di San Giuseppe. Tra gli altri edifici si notano il Palazzo Servanzi Collio, in cotto e bugnato, e il cinquecentesco Palazzo dei Governatori, con la Torre dell’Orologio. La piazza custodisce poi il Teatro Feronia, il cui interno è in stile neoclassico. 

Gli edifici di architettura religiosa più importanti sono: la Chiesa di San Domenico, rinnovata nel 1664; la Chiesa della Misericordia, che conserva una tela del Pomarancio e frammenti di affreschi di Lorenzo Salimbeni, la Chiesa di Sant’Agostino, ovvero il Duomo Nuovo, che conserva elementi quattrocenteschi e un portale tardo gotico in cotto; il Duomo Vecchio, caratterizzato da una facciata trecentesca e da un portale sormontato da una piccola edicola. Nei locali dell’adiacente episcopio ha sede il Museo Archeologico “ Giuseppe Moretti”. Interessante è la Chiesa di San Lorenzo in Doliolo, che, secondo la tradizione, venne fondata dai monaci basiliani nel VI secolo sulle rovine di un tempio pagano.

La principale attrazione è la Pinacoteca civica, ospitata presso Palazzo Tacchi Venturi. Raccoglie perlopiù quadri di scuola locale provenienti dalla confisca dei beni ecclesiastici negli anni successivi all’Unità d’Italia, e in parte opere prestate dalla diocesi, e affreschi staccati per ragioni di conservazione. In una sala è stata ricostruita un’intera cappellina con le Storie di San Giovanni Evangelista dipinte dai Salimbeni; fra le altre opere vanno ricordati capolavori del Pinturicchio, Niccolò Alunno e Vittore Crivelli, Paolo Veneziano, Lorenzo D’Alessandro e Bernardino di Mariotto. Merita una visita la suggestiva frazione di Elcito, situata su uno sperone di roccia, ad oltre 800 metri di altezza alle pendici del Monte San Vicino. Poco è rimasto del castello eretto a difesa dell’abbazia benedettina di Valfucina (XI sec.), di cui è rimasta un’interessante cripta nelle vicinanze. Non lontano si trova anche l’esteso altopiano di Canfaito (1.100 m.) con le sue secolari faggete.

Tra i prodotti tipici si segnalano insaccati, formaggi e il vino Doc Terreni di San Severino. Gli eventi di maggior rilievo che hanno luogo a San Severino Marche nel corso dell’anno sono: il San Severino Blues Festival (luglio-agosto), il Premio Salimbeni per la Storia e la Critica d’Arte ed il Palio dei Castelli.

Sarnano, Macerata

Sarnano è situata al centro di un’incantevole valle ai piedi dei monti Sibillini. Le sue vicende storiche sono legate a San Francesco e ai suoi seguaci: la leggenda vuole che il Serafino raffigurato nello stemma comunale fosse stato disegnato dal Santo stesso. Il centro storico, di origini medievali, è uno fra i meglio conservati delle Marche; la sua struttura urbanistica di città murata presenta antiche vie, che si avvolgono in cerchi concentrici, scalinate e scorci mozzafiato.

Il centro dell’insediamento antico è la Piazza Alta, sulla quale si affacciano i principali monumenti del borgo: il Palazzo del Popolo, trasformato nello splendido Teatro della Vittoria nel 1834; il Palazzo dei Priori, quello del Podestà, e la Chiesa di Santa Maria Assunta, con all’interno notevoli opere d’arte; in particolare, lo stendardo ligneo con Annunciazione e Crocifissione di Giovanni Angelo d’Antonio, la Madonna con Bambino e Santi di Lorenzo d’Alessandro (1483), la Madonna tra angeli di Antonio e Gentile di Lorenzo (XV sec.), i pannelli di polittico con Madonna e santi di Niccolò Alunno, la Trinità di Paolo Bontulli da Percanestro (1530), due statue lignee di probabile scuola tirolese (secolo XV) e opere di Pietro Alemanno (tavola con la Madonna della Misericordia e affreschi della cripta.

Nell’ex Monastero di Santa Chiara hanno sede il Museo Civico e la Pinacoteca, che custodisce una splendida Madonna col bambino di Vittore Crivelli. La struttura ospita anche il Museo del martello, il Museo dell’Avifauna, che comprende circa 867 esemplari di uccelli imbalsamati appartenenti a specie rinvenibili ancora nell’area dei Sibillini e in quella più vasta dell’Appennino centrale, il Museo delle Armi e il Museo Mariano Gavasci.

La Biblioteca vanta un fondo antico con manoscritti del XIV e XV. sec., incunaboli e cinquecentine. Sarnano è nota anche per le sue terme, dalle cui fonti si estraggono acque oligominerali particolarmente pure, dotate di molteplici proprietà benefiche per curare disturbi  dell’apparato urinario, digerente e del ricambio, malattie reumatiche, respiratorie e circolatorie, patologie dermatologiche e ginecologiche

Immerso nel verde delle montagne e dei boschi circostanti, il suo territorio è attraversato da innumerevoli sentieri da percorrere a piedi, a cavallo o in mountain bike. Suggestivo il percorso che prende il nome Via delle Cascate Perdute, piccola oasi di pace a due passi dal centro. In inverno è possibile praticare gli sport sulla neve nel vicino comprensorio di Sassotetto-Santa Maria Maddalena

A Sarnano e nel suo territorio è possibile gustare le prelibatezze dei Sibillini: dai salumi alla cacciagione, dai legumi al semplice pane artigianale cotto nei forni a legna. Da gustare è la tipica crostata al torrone, preparata esclusivamente a mano con mandorle, nocciole e spezie e cotta nel forno a legna per farle acquisire la tipica e particolare croccantezza. Tra gli eventi più significativi che hanno luogo a Sarnano del corso dell’anno ricordiamo il Festival medievale Castrum Sarnani  e Palio del Serafino (agosto).

Sasso Corvaro – Auditore

Sassocorvaro Auditore è un comune sparso, istituito il 1º gennaio 2019 dalla fusione dei comuni di Auditore e di Sassocorvaro. Il comune di Sassocorvaro Auditore comprende i centri abitati di Auditore, Sassocorvaro (sede comunale) e le località di Bronzo, Ca’ Guido, Ca’ Angelino, Caprazzino, Case Nuove Provinciali, Casinina, Castelnuovo, Celletta di Valle Avellana, Fontanelle, Mercatale, Molino Fulvi, Piagniano, Pian d’Alberi, San Donato in Taviglione, San Giovanni, San Leo Nuovo.

Sassocorvaro si erge su un colle che domina la valle del fiume Foglia. Tra Sassocorvaro e la sua frazione di Mercatale si estende un lago artificiale, chiuso da una diga, che porta il nome della suddetta frazione. Il centro storico, ancora cinto da mura, conserva le tre originarie porte d’accesso e un torrione di vedetta quadrangolare. Il borgo è dominato dalla possente Rocca Ubaldinesca (1475), dalla singolare struttura zoomorfa a forma di testuggine, posta a guardia della Valle del Foglia. Fu costruita da Francesco di Giorgio Martini (1439 – 1502), nei primi anni del suo servizio come architetto ed ingegnere militare del duca Federico da Montefeltro. La fortezza appartenne comunque a Ottaviano degli Ubaldini, fratellastro del duca. Essa fungeva da edificio residenziale e al tempo stesso da roccaforte. È il primo esempio di fortificazione studiato per opporsi all’arma nuova di quel tempo, la bombarda. Essa è sede di una Pinacoteca, allestita in alcuni ambienti del ‘400, la quale conserva numerosi dipinti che vanno dal XIV al XVIII secolo. Inoltre questa rocca fu la sede del salvataggio di oltre 10.000 capolavori d’arte provenienti da molte città, (tra cui la Tempesta del Giorgione, la Città ideale e molte altre opere di famosi artisti tra cui Raffaello Sanzio, Piero della Francesca, Carlo Crivelli, Tiziano, Lorenzo Lotto, Paolo Uccello, Andrea Mantegna) che furono nascoste negli anni 1943-1944 per evitare che fossero trafugate dai nazisti in fuga verso la Germania.

Il Museo Arca dell’Arte occupa gli spazi del piano nobile della Rocca. È un museo didattico nato per ricordare lo straordinario episodio accaduto a Sassocorvaro durante la Seconda Guerra Mondiale e si articola in più sezioni: Museo dell’ArcaArte in assetto di guerra e Arte in pericolo. In quattro sale sono documentate sistematicamente tutte le opere d’arte che qui trovarono rifugio e salvezza e sono esposte le riproduzioni, in grandezza reale, di un numero considerevole fra le opere salvate. A ricordo dello storico avvenimento è organizzato ogni anno nel teatrino della Rocca, il Premio Rotondi (dal nome del soprintendente ideatore dell’iniziativa) assegnato a quei personaggi che, con slancio e passione, si sono impegnati nel salvataggio di opere d’arte. Presso Palazzo Battelli, antica residenza della famiglia che ha dato i natali a mons. Giovanni Cristoforo Battelli (1658 – 1725), è allestito il Museo della Civiltà contadina. La raccolta, costituita nel 1980, è essenzialmente un museo didattico: gli oggetti e gli attrezzi sono stati ordinati secondo le funzioni alle quali essi erano adibiti (cucina, camera da letto, stanza della filatura, magazzino per attrezzi e cantina). Nel centro storico merita una visita anche la Collegiata di S.Giovanni Battista, che custodisce affreschi del XIV e XV secolo e bassorilievi rinascimentali.

Auditore domina la media valle del Foglia dall’alto di uno sperone di roccia, pittoricamente dislocato in pendenza con un dislivello di circa 100 metri. Numerosi ritrovamenti archeologici testimoniano la presenza di antichi insediamenti, dovuti a Umbri, Piceni e, a partire dal IV secolo a.C., Galli Senoni. Nel basso Medioevo Auditore passò dal dominio diretto dei Malatesta di Rimini ai conti Ridolfi, delegati della città di Rimini, che, ribellatisi nel 1289 ai loro signori, furono duramente puniti da Malatestino dell’Occhio. Il borgo è tuttora cinto da mura difensive intatte, e il centro storico conserva alcuni bastioni angolari e una torre civica esagonale quattrocentesca. A Casinina ha sede il Museo Storico della Linea Gotica, il primo e più importante museo del suo genere nel centro Italia, dove si documenta l’offensiva operata, nel 1944, dall’ottava armata britannica sugli apprestamenti difensivi tedeschi della Linea Gotica. Dispone di una biblioteca, una videoteca, un archivio storico, un parco tematico della memoria, sede del Monumento Internazionale ai caduti e l’esposizione di numerosi mezzi militari originali, e un centro di documentazione sul ‘900.
Nella frazione Casinina vengono organizzate durante l’anno alcune feste molto apprezzate dagli amanti della buona cucina quali la Festa della Bistecca Marchigiana, l’unica certificata, tra i mesi di maggio e giugno; recentemente nel mese di agosto alla sola carne IGP (Indicazione Geografica Protetta) è stata dedicata la Festa della Tagliata Marchigiana; ad ottobre Il Baccanale, il cui primo appuntamento è la Sagra della Salsiccia Casereccia ed il secondo “I Giorni del Baccanale”, una festa dall’atmosfera popolare.

Servignano

Servigliano è un piccolo centro della provincia di Fermo e rientra tra i Borghi più belli d’Italia. Il suo nome (che richiama un Servilius o la gens Servilia) deriva da un insediamento romano che sorgeva a 4 chilometri di distanza in posizione più elevata rispetto all’attuale locazione. Nel 1771 il paese franò e fu ricostruito da Papa Clemente XIV, prendendo in suo onore il nome di Castel Clementino. La costruzione proseguì sotto Pio VI e nel 1863, con l’unità d’Italia, il paese riprese l’antico nome.

Nel 1915 a Servigliano fu costruito un grande campo di prigionia che, dalla prima guerra mondiale fino al 1955, condizionerà pesantemente le vicende storiche del paese e che vide la presenza di prigionieri austriaci, ebrei, greci, inglesi, americani e maltesi; sotto il fascismo venne utilizzato per contenere fino a 5.000 prigionieri nella Seconda Guerra Mondiale e, dal 1943, come campo di concentramento. È presente a Servigliano la Casa della Memoria, un’aula didattica multimediale presso l’ex stazione ferroviaria, che mette a disposizione di giovani, studiosi e appassionati un ricco archivio storico, nonché materiali didattici e scientifici che illustrano le vite di chi sostò e transitò per questi luoghi.

Tra le attrazioni turistiche ricordiamo: le mura castellane quadrangolari risalenti al 1700; l’antichissima Chiesa di Santa Maria del Piano, che conserva una statua dell’Assunta (XV secolo), un Crocefisso del 1500 oltre ad un bellissimo coro in olmo; l’ex Convento dei Frati Minori Osservanti; la settecentesca Collegiata di San Marco; il Palazzo Pubblico, il ponte sul fiume Tenna, le Porte del borgo e Palazzo Filoni, affrescato in epoca neoclassica. Da segnalare anche due splendide ville rurali: Villa Brancadoro e Villa Vecchiotti.

Nella settimana di Ferragosto la città di Servigliano, già Castel Clementino, torna all’anno 1450 con dame, cavalieri, giostre e taverne medievali. La rievocazione Torneo Cavalleresco Castel Clementino ricorda la donazione da parte dell’Abate di Farfa, alla comunità di Servigliano, della Piana di San Gualtiero, avvenuta nel 1450. A giugno ricorre poi l’appuntamento con la solenne Infiorata del Corpus Domini. Dall’alba gli infioratori iniziano ad allestire lo splendido percorso floreale nel quadrato del centro storico, con scene tra arte e sacralità, motivi geometrici che esaltano l’impianto architettonico neoclassico del paese e figure che si ispirano ai simboli di questa festa cristiana.

Sirolo

Il centro di Sirolo è adagiato sul versante meridionale del Monte Conero ed è compreso nell’area del Parco naturale del Monte Conero. Incastonata nella falesia ai piedi della zona abitata di Sirolo, si trova la spiaggia Urbani (Bandiera Blu 2018), costituita principalmente da roccia. Da lì comincia la spiaggia di San Michele (Bandiera Blu 2018, assieme alle spiagge Sassi neri e Urbani), ghiaiosa e attrezzata di stabilimenti balneari. Proseguendo si raggiunge la spiaggia dei Sassi Neri (Bandiera Blu 2018), caratterizzata dalla presenza sulla battigia di blocchi di scisti neri di origine sedimentaria. La spiaggia delle Due Sorelle è la più caratteristica e nota di Sirolo; così denominata per i due scogli gemelli che emergono dal mare, è raggiungibile via mare grazie ad imbarcazioni che, durante il periodo estivo, partono giornalmente dal porto di Numana.

È stata premiata da Legambiente quale una delle dieci spiagge più belle d’Italia.
Spettacolo unico e davvero attraente per i bambini è il rilascio delle tartarughe marine proprio da questa spiaggia, ritenuta idonea allo scopo grazie alle sue acque pulite e cristalline. Ci sono poi altre spiagge: la spiaggia dei Lavori, adiacente alla Spiaggia delle due Sorelle lato Nord e formata da ciottoli e massi levigati dal mare e dal vento; la spiaggia dei Forni e la spiaggia dei Gabbiani, che sono delle piccole baie sabbiose di straordinaria bellezza. La spiaggia dei Frati prende il nome da una scogliera sommersa detta secca sita nelle vicinanze ed è denominata anche del Bo’ (per uno scoglio antistante simile ad un bue): appartiene per metà circa al territorio del comune di Sirolo (tratto di spiaggia libero) e per l’altra metà a quello del comune di Numana (tratto di spiaggia con stabilimento balneare).

COSA VISITARE

Da vedere sono: la chiesa di San Nicola, l’ex-chiesa del S. Sacramento, la chiesa della Madonna del Rosario; interessante anche il Teatro Cortesi, di stile ottocentesco, inserito nel sistema murario di fortificazione dell’antico centro abitato. A pochi passi dal borgo, sorge il Teatro alle Cave, una cava naturale all’interno del Parco, che anima con appuntamenti di qualità le notti estive della Riviera del Conero. Sulla sommità del Monte Conero si può ammirare la Badia romanica di San Pietro, fondata dai benedettini nella prima metà dell’XI secolo. 

Sirolo registra una delle più remote presenze umane delle Marche. Sin dalla preistoria misteriosi abitatori lasciarono i segni della loro presenza databile a 100 mila anni fa. I piceni animarono questa terra, seminandola di abitati e poi di necropoli: a Sirolo vi è un percorso archeologico nella più grande necropoli picena delle Marche (VI sec. a.C.) – l’unica visitabile nella regione – in cui sono stati rinvenuti numerosissimi reperti che compongono le associazioni funerarie di una straordinaria sepoltura qual è la cosiddetta Tomba della Regina.

Tra gli eventi di maggior rilievo che si svolgono a Sirolo nel corso dell’anno ricordiamo il Palio di San Nicola di Bari, che si celebra il 9 maggio, festa del Patrono, o il sabato o domenica immediatamente successivi ed prevede lp svolgimento di due disfide.

Treia, Macerata

Treia (Borgo più bello d’Italia) è un comune situato a nord della valle del fiume Potenza. L’etimologia del nome deriva da quello della dea Trea-Jana, divinità di origine grecosicula, che qui era venerata.  Fondata dai Romani, Treia fu dapprima colonia, poi municipio. La scenografica piazza della Repubblica è incorniciata su tre lati dalla palazzina dell’Accademia Georgica, opera del Valadier, dal Palazzo Comunale (XVI XVII sec.) che ospita la Pinacoteca Comunale e dalla chiesa di San Filippo.La Cattedrale (XVIII sec.), uno dei maggiori edifici religiosi della regione, è dedicata alla SS. Annunziata e custodisce diverse opere d’arte, tra cui una pala di Giacomo da Recanati.

Oltre alla cattedrale e all’interessante Teatro Comunale, da non perdere sono la Chiesa di San Michele, la piccola Chiesa barocca di Santa Chiara, la Chiesa di San Francesco e la Chiesa di Santa Maria del Suffragio. L’estremo baluardo del paese verso sud è la Torre Onglavina, parte dell’antico sistema fortificato, dal quale si gode un panorama che spazia dal mare ai monti Sibillini.

In località San Lorenzo, fuori dal centro abitato, sorge il Santuario del Santissimo Crocefisso dove, sul basamento del campanile e all’entrata del convento, sono inglobati reperti della Trea romana, tra cui un mosaico con Ibis. Qui sorgeva l’antica pieve, edificata sui resti del tempio di Iside. Il santuario conserva un pregevole crocefisso quattrocentesco che la tradizione vuole scolpito da un angelo e che, secondo alcuni, rivela l’arte del grande Donatello. La specialità di Treia è il “calcione”, un dolce tipicamente pasquale con il ripieno al formaggio e ad esso è dedicata una sagra che ha luogo nel mese di maggio. Tra fine luglio e inizio agosto imperdibile è la rievocazione storica “Disfida del Bracciale”.

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