Parco Nazionale della Majella

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La storia

Parco Nazionale della Majella

La Majella ha ospitato gruppi umani già a partire dal Paleolitico – quando compare inizialmente Homo erectus e poi Homo sapiens – come testimoniano i ritrovamenti nei siti di Valle Giumentina, Grotta degli Orsi e Grotta del Colle.

Durante il Neolitico (6600 – 4500/4000 a.C.), grazie ad un mutato ambiente di vita e anche all’arrivo dall’oriente di popolazioni agricole, inizia a svilupparsi una nuova comunità sempre più stanziale, che predilige insediarsi in piccoli villaggi, alleva gli animali e produce vasellame adibito alla cottura e alla conservazione dei cibi.

Il maggiore insediamento di questa fase è il villaggio di Fonti Rossi a Lama dei Peligni, la cui scoperta nel 1914 ha permesso che si potesse iniziare a parlare del cosiddetto Uomo della Majella.

Un’ulteriore documentazione, che prova una continuità di frequentazione dall’inizio del Neolitico fino alla fine dell’età del Bronzo, è costituita dalla Grotta dei Piccioni (Bolognano), sita su uno sperone roccioso a strapiombo sul fiume Orta.

Scoperta nel 1954, la grotta usata prevalentemente a scopo cultuale e intensamente frequentata da pastori con le loro greggi, ha restituito asce, falcetti, selce scheggiate, macine, pestelli, ossidiana, conchiglie ornamentali e ceramica

Età del Bronzo

L’età del Bronzo, poco distinta dalla precedente, alla quale si riconducono reperti ceramici, manufatti in bronzo e pitture rupestri e in grotta, si rintraccia in numerose località, quali Tocco da Casauria, Bolognano, Caramanico, Serramonacesca, Pretoro, Rapino, Pennapiedimonte, Fara San Martino, Rivisondoli, Pacentro e in località Madonna degli Angeli.

Dalla tarda età del Bronzo la pastorizia incomincia a ricoprire un ruolo notevole nell’economia di queste comunità, grazie ad un clima di tipo oceanico, ottimale per lo sviluppo della vegetazione e per il conseguente incremento dell’attività pastorale.

Età del Ferro

È l’età del Ferro invece il momento in cui si forma e si stabilizza quella che viene chiamata “civiltà appenninica”, rappresentata a pieno titolo dagli Italici.

L’organizzazione del territorio si concretizza in una corona di insediamenti fortificati posizionati sulle alture che circondano la pianura, a esclusione del confine orientale, naturalmente difeso dal monte Morrone.

Il periodo italico è caratterizzato dallo sviluppo della civiltà picena, che dà vita ad insediamenti fortificati, arroccati sulle sommità o lungo le pendici dei rilievi appenninici. Le diverse tribù, come i Peligni, sono ordinate in una sorta di città stato, detta touta, guidate da un capo annuale affiancato da due assemblee.

Età preromanica

In età preromana il territorio è suddiviso in pagi, a loro volta articolati in uno o più vici.

Intorno al massiccio della Majella sorgono le città di Corfinium, Sulmo, Interpromium, Cluviae, Iuvanum.

All’interno di questo quadro insediativo un’importanza particolare assumono anche i santuari, come quello presso Sulmona, dedicato a Ercole Curino.

Durante il principato augusteo l’Abruzzo e il Molise sono ripartite nella IV regione Sabina e Samnium ed il territorio peligno è diviso in tre distretti, ognuno guidato da un municipio: Corfinium (Corfinio), Sulmo (Sulmona) e Superaequum (Castelvecchio Subeequo).

In questo periodo viene rilanciata la pastorizia ed implementata la rete stradale, elevando in alcuni casi al rango di grandi arterie antichi tratturi. La regione è ora collegata a Roma dal principale asse stradale della Via Valeria, in seguito Claudia-Valeria, che permette di raggiungere Pescara.

L’arteria incrocia inoltre la via Claudia Nova (proveniente da Amiterno) e la via Minucia, che attraversa il territorio peligno, passando per Sulmona.

Età Medievale

In Età Medievale l’invasione dei Longobardi del 568 d.C. e la successiva dominazione dei Franchi della fine dell’VIII secolo, investirono questa regione a metà fra il Ducato di Spoleto e il Ducato di Benevento.

La toponomastica ancora conserva testimonianze longobarde nell’area maiellese, cosi come è diffuso il culto di san Michele Arcangelo, protettore dei Longobardi convertiti.

A partire dal IX secolo si sviluppa su tutto il territorio un’estesa rete di monasteri che rispondono ai tre importanti poli abbaziali di San Vincenzo al Volturno, Montecassino e San Clemente a Casauria. Tra i secoli XI e XII si assiste al processo di incastellamento nel territorio della Majella quando, dietro impulso delle signorie monastiche o laiche, la popolazione, con lo scopo di proteggersi dalle continue invasioni, si insedia in veri e propri centri abitati collocati in posizioni dominanti e chiusi da mura .

A partire dal 1140, con Ruggero II, i Normanni si stanziano in questa zona e l’annettono al Regnum Siciliae. Federico II unifica la regione dal punto di vista amministrativo e stabilisce come capitale Sulmona, che rimarrà tale fino al 1254, quando verrà fondata L’Aquila.


Nel periodo basso medievale nel territorio della Majella, si intrecciano storie di signorie feudali sia locali, come i Cantelmo e i Caldora, che napoletane e romane.

Periodo Angioino

Nel periodo angioino e ancora nel periodo aragonese la zona assume un ruolo vitale al livello peninsulare; i secoli che vanno dal XII al XVI assistono ad uno sviluppo crescente di alcuni centri attraversati dalla via dorsale appenninica, come L’Aquila, Popoli, Sulmona, Castel di Sangro, e di località montane attive nell’industria armentizia (quest’ultima ancora perno dell’economia maiellese almeno fino alla fine del XVIII secolo).

Artigiani specializzati nella lavorazione di pietra, legno, ferro battuto, stucchi, dalla Lombardia si stabiliscono in Abruzzo dopo il terremoto del 1456.

Se tra il XVII e la metà del XIX secolo si può parlare di una vera e propria civiltà borghese della montagna, caratterizzata da una classe benestante con un elevato livello culturale, con l’Unità d’Italia le condizioni di vita della Majella mutano radicalmente e si apre una profonda crisi, acuita dall’esodo della borghesia e dalla forte emigrazione.

Nell’800 si assiste inoltre ad un diffondersi sempre maggiore del fenomeno del brigantaggio, come proverebbe “La Tavola dei Briganti”, grande lastra di roccia scivolata dal Monte Cavallo, davanti dell’Orfento, con sopra incisi nomi, pensieri, brevi scritte, invettive, terre d’origine, lasciati ad imperitura memoria da briganti, da pastori e probabilmente da tutti coloro che nel corso del tempo si sono avvicendati in questo luogo, una sorta di quartiere generale secondo la vulgata.

Tra queste incisioni va menzionata la più famosa, realizzata dai briganti, in cui si legge “nel 1820 nacque Vittorio Emanuele II re d’Italia. Prima era il regno dei fiori ora è il regno della miseria”.

I BENI

SANTUARIO DI ERCOLE CURINO ED EREMO DI S. ONOFRIO DEL MORRONE (SULMONA)

Il santuario di Ercole Curino, divinità italica protettrice delle greggi, si trova a mezza costa del monte Morrone, presso Sulmona.

La sua edificazione si attribuisce agli antichi Peligni e risale al IV secolo a.C.; probabilmente fu parzialmente modificato dai Romani nel I secolo a.C.

Il santuario si compone di due terrazze: su quella inferiore si trovano quattordici ambienti, probabilmente locali di servizio, i resti di un muro riconducibile ad un porticato colonnato e la gradinata che conduce al sacello.

Lungo il percorso in ascesa si possono rintracciare le “tappe” rituali che caratterizzano la struttura, quali un donario per le offerte, posto alla base della scalinata, e una fontana inserita sull’ultimo gradino (strumento di purificazione).

Il terrazzo superiore, in origine completamente coperto, conserva i resti di un sacello datato tra il II e il I secolo a.C., di cui si possono ancora rintracciare brani di decorazione policroma lungo le pareti. In fase di scavo all’esterno del sacello sono stati trovati nel crollo degli intonaci, i frammenti di iscrizioni realizzate dai fedeli e dedicate a Ercole.

I graffiti non sono databili oltre la metà del I sec. d.C., momento in cui si verificò l’evento sismico e la frana che seppellì il santuario.

Più in alto, incastonato nella parete occidentale del Morrone, si trova l’eremo di Sant’Onofrio, l’ultimo fatto costruire da Pietro da Morrone, che vi soggiorno solo nel 1293 perche l’anno seguente fu eletto Papa col nome di Celestino V. A Sant’Onofrio Pietro ritornò dopo l’abdicazione al papato e vi rimase nascosto fino al febbraio del 1295, quando partì con l’obiettivo di raggiungere la Puglia per imbarcarsi verso la Grecia.

L’eremo si sviluppa su tre livelli: al piano terra un loggiato con soffitto ligneo e affreschi del XV secolo; al primo piano l’oratorio coperto da affreschi eseguiti dal Maestro Gentile da Sulmona nel 1200 e le celle di Pietro da Morrone e Roberto di Salle; al secondo piano una terrazza panoramica che si affaccia sulla valle Peligna.

ABBAZIA DI SAN MARTINO IN VALLE (FARA SAN MARTINO)

In località Gole di San Martino, in posizione “d’ingresso” al Vallone di Fara S. Martino, scavi archeologici condotti tra il 2005 e il 2009 hanno consentito di riportare alla luce l’importante abbazia benedettina di San Martino in Valle, obliterata completamente durante la famosa alluvione del 1819.

Grazie alle fonti archivistiche è possibile ricostruire le fila storiche del complesso: dapprima autonomo, come tutte le sedi benedettine; successivamente, nel XII secolo, passato sotto le locali autorità vescovili; poi affidato ad un feudatario e più tardi annesso alla giurisdizione ecclesiastica
della Diocesi di Chieti.

Lo storico benedettino D. Guglielmo Salvi ipotizza che sia uno dei primi Monasteri benedettini d’Abruzzo, fondato probabilmente dallo stesso S. Benedetto, dopo il 520 d.C. Il santuario, di tipo rupestre, presenta i resti del cancello di una chiesa preceduta dal monumentale portico ad arcate, di un campanile a vela, di un ampio cortile e di più corpi di fabbrica monastici costruiti sotto roccia, che hanno una continuità di vita dal IX al XVIII secolo

EREMO DI SAN GIOVANNI DELLA MAJELLA (CARAMANICO TERME)

L’eremo di San Giovanni è situato a 1227 metri di altezza su una parete a picco della Valle dell’Orfento, sotto Pianagrande. Il sito è tra i più impervi e inaccessibili eremi frequentati da Celestino V, che trascorse qui alcuni periodi di penitenza negli anni tra il 1284 e il 1293. Per raggiungere l’eremo si sale per una scala intagliata nella roccia e si attraversa, strisciando praticamente a terra con il busto, un’angusta cengia. All’interno si conservano due ambienti, un altare e le vasche di raccolta e decantazione dell’acqua, interamente ricavate nella roccia.

EREMO DI SANTO SPIRITO DELLA MAJELLA (ROCCAMORICE)

L’eremo di Santo Spirito, considerato il più grande ed importante di tutta la Maiella, fu scavato nella roccia nell’alta valle di S. Spirito. Sebbene non si conosca la data precisa della sua creazione, si suppone che venne scavato prima del 1000.

Le prime testimonianze certe di insediamento risalgono a Desiderio, futuro Papa Vittore III, che vi dimorò nel 1053. Successivamente nel 1246 vi giunse Pietro da Morrone, che ricostruì il cenobio per ospitare la Congregazione Celestina ed aggiunse la chiesa dedicata allo Spirito Santo.

Nei due secoli successivi il monastero fu abbandonato e solo nel 1586, con il monaco Pietro Cantucci da Manfredonia, la vita religiosa tornò ad essere presente in questi luoghi; il monaco costruì la Scala Santa, interamente scavata nella montagna, che conduce a orti “pensili” e all’Oratorio della Maddalena. Negli ultimi anni del XVII secolo il principe Caracciolo di San Buono integrò l’eremo con una foresteria, l’attuale “Casa del Principe”.

TOMBE RUPESTRI DI S. LIBERATORE (SERRAMONACESCA)

Il complesso, situato a circa 330 m di altitudine lungo il fiume Alento, presenta 3 sepolture del tipo ad arcosolio, una nicchia ed una piccola cappella con all’interno alcuni affreschi, purtroppo illeggibili. Dalla tipologia funeraria, presente diffusamente nelle catacombe cristiane e legata ad un ceto medio alto, è stato possibile inquadrare il complesso in una fase successiva al X secolo d.C.

Sulla base degli unici dati archeologici e toponomastici disponibili si tratterebbe di un complesso di culto rupestre dedicato a San Giovanni (ancora è chiamato San Giuannelle) impiantato da un gruppo di monaci eremiti, vissuti nella zona tra l’VIII e il IX secolo, con lo scopo di assicurare una degna sepoltura ai componenti della comunità.

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Fonte @ Ministero dell’Ambiente

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