Parco Nazionale del Vesuvio

Parco Nazionale del Vesuvio

La storia

La storia dell’area del Parco Nazionale del Vesuvio è da sempre caratterizzata dalla presenza del vulcano. La sua mole, dominante per chi proveniva dal mare, ne faceva “la montagna” per antonomasia, una montagna sacra, uno “Iuppiter Vesuvius”. Ed ancor di più doveva essere tale per gli abitanti che vivevano a ridosso del vulcano, sulla costa e nell’angusto distretto della valle del Sarno, chiuso tra le sue pendici a Nord e la dorsale del subappennino campano.

L’attività vulcanica nell’area risale ad almeno 400.000 anni fa, età di alcune lave trovate a 1345 m di profondità, e si è periodicamente manifestata con eruzioni di grande intensità.

Questo spiega l’assenza di testimonianze di presenza antropica relative alle epoche più remote.

È tuttavia possibile che il ricordo di simili catastrofi sia rimasto a lungo nella memoria collettiva delle genti indigene e dei mercanti greci ed orientali: tutta la zona, infatti, quando vi si affacciò la colonizzazione greca nell’VIII secolo a.C., è già connotata come una terra di fuoco: qui è localizzata la fucina di Efesto, qui il teatro dello scontro tra Dei e Giganti, ed è pienamente comprensibile l’appellativo di pianura ardente (pedion Phlegraion) che talvolta gli storici greci attribuiscono all’intera area campana.

Non esistono dati sufficienti per delineare un quadro attendibile del popolamento del territorio vesuviano per i periodi più antichi. I suoi abitanti mitici – stando a Servio, il commentatore di Virgilio erano i Sarrasti, l’antico popolo del Sarno che il poeta mantovano ricorda sottomesso da Ebalo, re dei Teleboi di Capri. Gli scarsi dati archeologici sono quelli provenienti dalla necropoli di “cultura del Gaudo”, presso Piano di Sorrento, dal villaggio del Bronzo medio a Palma Campania e dalla necropoli del Bronzo Medio, presso la stessa area di Pompei.

Nel corso dell’età del Ferro vi sono evidenze dell’insediamento di una serie di villaggi lungo la valle del Sarno: i resti ritrovati nelle necropoli di S. Marzano sul Sarno, S. Valentino Torio e Striano permettono di conoscere la cultura materiale di queste popolazioni, probabilmente di origine osca.

Se è certo che furono i villaggi più prossimi alla foce del Sarno a ricevere, a partire dalla metà dell’VIII sec. a.C., i primi elementi da riconnettere alla colonizzazione greca, tuttavia sembra che vi fossero già stati elementi di acculturamento giunti per una via interna più antica e meglio strutturata, che muoveva da Capua a Nola promuovendo l’organizzazione di realtà urbane.

Nocera, Pompei, Stabiae e Vico Equense sembrano infatti connotate, a partire dalla fine del VII a.C., come insediamenti a carattere etrusco o etruschizzante.

Della storia insediativa di queste città si sa ancora poco, a eccezione di alcune dinamiche urbanistiche: è noto, ad esempio, che gli Etruschi che fondarono Pompei – alla fine del de VII a.C. – definirono un’idea progettuale ambiziosa.

Secondo uno schema già utilizzato dai Greci a Cuma, presero le mosse da un centro indigeno includendo però nel circuito murario un’area molto più vasta rispetto alle immediate necessità.

Una svolta radicale nell’occupazione del territorio fu determinata dall’ingresso sullo scenario campano, con le guerre sannitiche, della potenza romana.

È probabile che fino ad allora Sanniti e Campani non avessero sostanzialmente mutato l’assetto del territorio ereditato da Greci ed Etruschi, cosa che invece fanno i Romani, importando con forza il loro modello di organizzazione fondato sulla colonizzazione e ricolonizzazione.

La sostanziale quiescenza del vulcano – che in quell’epoca non era ritenuto attivo – favorì l’antropizzazione del territorio.

Nella fertile pianura fiorirono centri urbani, i versanti della montagna erano ricoperti di vigne a festoni mentre alle quote superiori si conservavano boschi ricchi di selvaggina.

Ma il vulcanismo di quest’area è caratterizzato da lunghe fasi di riposo che anticipano eventi catastrofici. Così il 24 agosto dell’anno 79 d.C. il vulcano rientrò in attività – dopo un periodo di quiete durato probabilmente circa otto secoli – riversando sulle aree circostanti, in poco più di trenta ore, circa
4 km 3 di magma sotto forma di pomici e cenere.

L’eruzione distrusse i centri di Pompei, Ercolano e Stabia e interessò un’area di circa 100 km di raggio.

Cancellò quasi completamente l’edificio vulcanico preesistente – il Monte Somma – e diede l’avvio alla formazione del cono più giovane tuttora visibile, il Vesuvio propriamente detto.

Successivamente il Vesuvio conobbe un altro lungo periodo di sostanziale riposo, interrotto dalla violenta eruzione del 472, che causò la devastazione
di Pollena.

Negli anni seguenti si verificarono una serie di eruzioni non catastrofiche l’ultimo dei quali, nel 1139, segnò l’inizio di una nuova fase di quiescenza che portò alla realizzazione di insediamenti sparsi lungo i versanti del vulcano e alla coltivazione dei terreni fin quasi alla sommità.

Il risveglio del Vesuvio avvenne il 16 dicembre del 1631, allorchè ebbe inizio l’evento eruttivo più violento della storia recente del vulcano.

I flussi piroclastici riversati dalla colonna eruttiva – che raggiunse un’altezza di 19 km – e le colate di fango dovute alle contemporanee forti precipitazioni giunsero fino al mare, devastando tutti gli abitati compresi tra Pollena, a nord, e Torre Annunziata, a sud ovest.

Da allora si sono succeduti 18 cicli eruttivi separati da brevi periodi di assenza di attività, mai superiori a 7 anni e ciascuno chiuso da avvenimenti eruttivi violenti, detti eruzioni “finali”.

Quelli di maggiore intensità si sono registrati nel 1906 e nel 1944, l’ultima eruzione del Vesuvio, che distrusse quasi totalmente gli abitati di Massa e San Sebastiano.

I BENI

I SITI DI POMPEI E DI ERCOLANO

Pompei

Pur essendo leggermente esterni ai confini amministrativi del Parco Nazionale del Vesuvio, questi siti sono di tale importanza per la storia di questo territorio, segnato profondamente dalle eruzioni del suo vulcano, che vanno considerati a tutti gli effetti beni culturali di straordinaria importanza per lo stesso Parco.

Pompei sorge su un altopiano di formazione vulcanica, sul versante meridionale del Vesuvio, a circa 30 metri sul livello del mare ed a breve distanza dalla foce del fiume Sarno.

La popolazione che fondò Pompei era sicuramente Osca ma è dubbio se il nome stesso della città derivi dal greco o dall’osco.

La fortuna della città fu sin dall’inizio legata alla sua posizione sul mare, che la rendeva il porto dei centri dell’entroterra campano, in concorrenza con le città greche della costa.

Nel corso del II secolo a.C. con l’avanzare del dominio di Roma, la città conobbe un periodo di grande crescita a livello economico, soprattutto attraverso la produzione e l’esportazione di vino e olio.

Questo stato di benessere si riflette in un notevole sviluppo dell’edilizia pubblica e privata: furono realizzati in quel periodo il Tempio di Giove e la Basilica nell’area del Foro.

L’età imperiale si apre con l’ingresso a Pompei di famiglie filoaugustee, di cui resta testimonianza nell’Edificio di Eumachia e nel Tempio della Fortuna Augusta. Nel 62 d.C. un disastroso terremoto provocò gravissimi danni agli edifici della città; gli anni successivi furono impiegati nell’imponente opera di ristrutturazione, ancora in atto al momento della fatale eruzione del Vesuvio del 24 agosto del 79 d.C., quando Pompei fu seppellita definitivamente da una fitta pioggia di ceneri e lapilli.

In età augustea il piccolo centro di Ercolano venne interessato da rifacimenti importanti: furono costruiti e restaurati molti edifici pubblici fra i quali si ricordano il Teatro, la Basilica, l’acquedotto, la rete delle fontane pubbliche, i templi dell’Area sacra, le Terme Suburbane, le Terme Centrali, la Palestra.

Il rovinoso terremoto del 62 d.C. rese pericolanti molti edifici e Vespasiano finanziò il restauro della cosiddetta Basilica e del Tempio, ma molti altri restauri sono documentati archeologicamente.

Le dimensioni della città erano piuttosto modeste. È stato ipotizzato che la superficie complessiva racchiusa dalle mura fosse di circa 20 ettari, per una popolazione di circa 4000 abitanti. Con l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Ercolano fu completamente sommersa da un fiume di fango vulcanico.

Le ceneri frammiste all’acqua si solidificarono, determinando un fenomeno di conservazione assolutamente eccezionale che ha permesso di rinvenire reperti organici vegetali, stoffe, arredi e porzioni di edifici in ottimo stato.

LA VILLA DI OPLONTIS (TORRE ANNUNZIATA)

Oplontis è segnalata nella Tabula Peutingeriana con il simbolo usato per i centri termali.

Il centro, distrutto dall’eruzione del 79 d.C., iniziò ad essere esplorato in epoca borbonica e poi sistematicamente dal 1964 al 1984.

Dagli scavi sono emersi i resti di una villa tra le più importanti per quello che riguarda la decorazione pittorica romana, la cosiddetta Villa di Poppea, con riferimento a Poppea Sabina, moglie di Nerone.

Nell’edificio si possono riconoscere due fasi costruttive.

Alla più antica (metà del I a.C.) appartengono due nuclei simmetrici, quello centrale (atrio – viridario – triclinio), comprendente ad Ovest le terme, e ad est un quartiere servile.

Entrambi presentavano a Nord e Sud ampi porticati aperti su giardini.

LE VILLE DEL “MIGLIO D’ORO”

Il Miglio d’oro è un tratto di strada compresa tra Ercolano e Torre del Greco – la cui lunghezza misurava un miglio secondo il sistema di misura utilizzato a Napoli durante il ‘700 – lungo la quale si distribuiscono una serie di magnifiche residenze di fondazione regio meridionale e borbonica, quasi tutte di fabbricazione settecentesca.

La prima villa che si incontra sul Miglio d’oro è la “Villa de Bisogno de Casaluce”, realizzata nel XVIII secolo, seguita da “Villa Aprile” costruita nello stesso secolo per Riario Sforza e ristrutturata all’inizio del XIX secolo, allorquando il vasto parco, già ricco di statue e fontane, fu abbellito in gusto romantico con un piccolo teatrino all’aperto trasformato in peschiera all’inizio del 900.

“Villa Campolieto” è la più famosa residenza dell’area vesuviana. Iniziata nel 1755 da Mario Gioffredo per i Sangro di Casacaldena, venne conclusa da Luigi e Carlo Vanvitelli.

Durante la seconda guerra mondiale subì gravissimi danni che condussero all’abbandono, al quale seguì un restauro nel 1982.

Attraverso un androne si giunge ad un luminoso vestibolo aperto su un cortile ellittico e su un giardino. Sulla sinistra del vestibolo lo scalone ideato da Vanvitelli conduce, come alla reggia di Caserta, al vestibolo superiore, coperto da cupola ellittica.

Molti ambienti furono affrescati da Fedele Fischetti, Giuseppe e Gaetano Magri, Giacomo Cestaro.

La “Villa la Favorita” fu realizzata nel 1768 da Ferdinando Fuga per il principe di Jaci e, alla morte di questo, entrò nelle proprietà reali, passando poi a Caracciolo di Santobuono.

La facciata si discosta dal consueto schema delle ville vesuviane non presentando un ingresso principale centrale ma due portali simmetrici, oltre i quali si giunge ai piedi della scalea semicircolare sul fronte della costruzione.

La maggior parte degli interni ha perso la decorazione originale, ad eccezione degli affreschi di Crescenzo Gamba nelle volte del piano rialzato della “Stanza Cinese”, del piano nobile e delle sale con decorazioni moresche.

Fonte @ Ministero dell’Ambiente

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