Origini e caratteristiche della Fauna Italiana

UNA STORIA AFFASCINANTE

La fauna italiana ha una storia lunga e complessa come quella delle altre regioni mediterranee interessate nel passato da fenomeni geologici di vasta portata, prime tra tutte le eruzioni vulcaniche e le variazioni nel livello dei mari che più volte hanno unito e poi separato il territorio italiano dal resto del Mediterraneo prima che si raggiungesse l’assetto attuale.

Orso bruno (Ursus arctos)

Tali situazioni paleogeografiche hanno permesso alle specie proprie di aree limitrofe alla penisola, come l’Egeide (l’antica area emersa della dorsale balcanica), la Tirrenide ( il complesso di terre emerse al centro del Tirreno di cui oggi resta sostanzialmente il sistema sardo corso), l’Europa centrale e il continente africano, in particolare la fascia maghrebina, di raggiungere e colonizzare l’Italia, sopravvivendo spesso alla definitiva separazione dei territori intervenuta nelle ultime fasi della formazione del bacino mediterraneo.

Anche i cambiamenti climatici hanno influito in modo determinante sulla composizione della flora e della fauna, poichè vi è stato un progressivo mutamento da condizioni di clima caldo e umido nel Terziario a situazioni più fredde e secche nel Quaternario, con la graduale trasformazione del paesaggio vegetale e con la progressiva sostituzione delle faune di tipo tropicale o subtropicale con quelle proprie del clima temperato, gradualità del fenomeno interrotta da  episodi  drammatici come le glaciazioni.

Durante le glaciazioni (l’ultima di una certa rilevanza risale ad appena diecimila anni fa) la fauna settentrionale che si era evoluta nel nord dell’Eurasia in condizioni fredde fu in grado di invadere la penisola trovandovi ambienti consoni alle sue esigenze. Negli ultimi 2500 anni la natura ha potuto seguire il corso delle sue leggi solo parzialmente perchè ha dovuto fare i conti con l’invadenza delle popolazioni umane tanto che oggi è ben difficile distinguere le situazioni “naturali” da quelle frutto delle relazioni conl’uomo.

Canis Lupus

La fauna italiana è un mosaico frutto di diversi contributi, ma sicuramente il principale è rappresentato dalla componente continentale eurasiatica o Palearticache in Italia ha trovato a più riprese modo di affermarsi, soprattutto nelle fasi di clima più freddo e nei periodi in cui gli ambienti naturali dominanti del paese erano le foreste di latifoglie e le steppe. Alla prima situazione si deve la presenza delle grandi specie forestali che oggi l’Italia ha il vanto di ospitare ancora al completo rispetto alle altre nazioni europee. Il lupo (Canis lupus), l’orso (Ursus arctos), il cervo (Cervus elaphus)

Cervus elaphus

e il capriolo (Capreolus capreolus), il cinghiale (Sus scrofa) e la lince (Lynx lynx – G. Dicesare/Panda Photo) sono i rappresentanti più vistosi della fauna continentale che progressivamente è andata sempre più restringendo il suo areale in Europa occidentale a causa della messa a coltura dei terreni a spese dei boschi.

Capreolus capreolus

La fauna continentale include anche una componente più boreale (tetraonidi e lepre variabile Lepus timidus) proveniente dalle estreme regioni settentrionali, che dopo aver conosciuto un momento di fortuna nei periodi di espansione dei ghiacci si è quasi estinta nelle fasi interglaciali, sopravvivendo in ambienti relitti altomontani che presentano le caratteristiche proprie degli ambienti glaciali.

Sempre nei periodi glaciali, mentre in montagna si affermavano imponenti calotte di ghiaccio, nelle zone meridionali e costiere si assisteva all’ espansione degli ambienti steppici propri di climi freddi e siccitosi, abitati da una fauna del tutto particolare di cui si sono trovati reperti fossili nelle grotte pugliesi Romanelli e Zinzulusa studiate nel corso degli anni dall’Istituto Italiano di Paleontologia Umana.

Proprio grazie ai ritrovamenti di fossili effettuati nella grotta Romanelli, nelle scogliere del Salento all’altezza del paese di Castro, si sa che fra 12.000 e 10.000 anni prima di Cristo, nella fase conclusiva del Paleolitico superiore, l’ambiente della penisola salentina si presen­tava in modo molto diverso da come lo vediamo oggi. L’attuale arido tavolato calca­reo era coperto da un mantello di erbe fitte, resistenti al freddo e all’arsura e, invece di precipi­tare in mare con una ripida fale­sia, come accade oggi in tutto il tratto di costa compreso fra Otranto e Santa Maria di Leuca, si affacciava su una distesa di sabbie, un vero e proprio deserto con dune, de­pressioni, ciuffi d’erbe inaridite e cespugli spinosi. Il clima doveva essere molto ri­gido e di tipo continentale, con inverni lunghi e freddi ed estati aride.

Nella steppa che cresceva sul­l’altipiano carsico aveva trovato rifugio una fauna particolare in cui specie tipiche dell’Asia continentale, come le oche selvatiche del genere Branta, otarde (Otis tarda), galline prataiole (Tetrax tetrax), sirratte (Syrrhaptes paradoxus) si associavano ad animali propri delle terre sub-artiche, spinti a sud dall’avanzata dei ghiacci.

Gallina Prataiola

Ma forse l’elemento più caratterìstico della comunità animale dell’epoca era rappresentato dai piccoli asini selvatici (Equus hy­druntinus). Dalle rocce a picco, dove si era stabilita una popolazione di stam­becchi, si dominava la lunga stri­scia di dune abitata da stormi di grandule e di ganghe (Pterocles), i piccioni del deserto la cui comparsa in Italia è oggi divenuta del tutto accidentale. D’inverno grandi stormi di oche selvatiche delle regioni ar­tiche – collorosso (Branta ruficollis) , colombaccio (Branta bernicla), lombardelle minori (Anser erythropus), zamperosee (Anser brachyrhynchus) – venivano a trascorrere i perio­di di gelo nella steppa salentina.

Branta ruficollis

LA FAUNA ALPINA

Del tutto particolare è la fauna delle Alpi, non solo per le caratteristiche che condivide con quella dell’Europa settentrionale e circumartica con cui si è collegata grazie a “ponti di ghiaccio e di ambienti periglaciali” nelle fasi acute delle glaciazioni, ma anche per la sua unicità dovuta allo sviluppo della catena montuosa che, se da una parte lega gli ambienti montani italiani al sistema balcanico-carpatico verso est, dall’altra funziona come imponente barriera alla dispersione delle specie mediterranee verso nord.

La grande estensione geografica del territorio alpino si traduce in una considerevole complessità ambientale: al suo interno si incontrano infatti ambienti glaciali, culminali, foreste di conifere e di latifoglie, isole di habitat termofili, ambienti umidi di ogni tipo, formazioni erbacee alto montane e di fondovalle.

La regione alpina ha avuto una storia segnata dal ripetuto alternarsi di fasi glaciali e di fasi di clima temperato-caldo che ha portato le specie mediterranee-meridionali e quelle boreali a popolarla e ad abbandonarla a più riprese. Il risultato è un puzzle zoologico affascinante, complicato dall’ingresso di specie mediterraneo occidentali a ovest (basti pensare alla lucertola ocellata Lacerta lepida e al colubro lacertino o di Montpellier Malpolon monspessulanus che si affacciano in Liguria e in Piemonte), di specie dinarico-balcaniche e mediterraneo-orientali a est (basti pensare al colubro gatto Telescopus fallax, allo pseudopo Ophisaurus apodus, allo sciacallo Canis aureus che compaiono nel Friuli Venezia Giulia). Nè trascurabile è il fenomeno degli endemismi, tanto a livello degli insetti che dei vertebrati (la salamandra aurora, Salamandra atra aurorae, dell’altipiano di Asiago ne è un esempio).

Sebbene la componente europea e boreale predomini ancora oggi nella fauna alpina, non bisogna dimenticare che le Alpi sono soprattutto un’appendice del sistema montuoso che ha origine nel cuore dell’Asia con la catena dell’Himalaya e che quasi senza soluzione di continuità percorre l’Asia occidentale e l’Europa orientale e da qui prosegue attraverso l’Europa occidentale fino ai Pirenei. Si tratta di una immensa dorsale montuosa caratterizzata da una profonda omogeneità di situazioni ambientali che ha funzionato come un’autostrada consentendo alla fauna asiatica di raggiungere quella dell’Europa occidentale. Seguendo la catena, sono così giunte sulle Alpi specie centroasiatiche come lo stambecco (Capra ibex), il gracchio alpino (Pyrrhocorax graculus) e il sordone (Prunella collaris).

PYRRHOCORAX GRACULUS, GRACCHIO ALPINO IN VOLO, PARCO NAZIONALE DEL GRAN PARADISO, AOSTA

Il viaggio compiuto da alcune specie è stato ancora più lungo, basti pensare alla farfalla apollo (Parnassius apollo) che dopo aver colonizzato le Alpi, ha  addirittura disceso la penisola seguendo la catena degli Appennini fino all’estremo sud, dove ha dato origine a popolazioni geografiche e a vere specie endemiche ma che comunque conservano l’antica eredità dei progenitori partiti dalle lontane regioni asiatiche.

BIORIFUGI DELLA FAUNA E DELLA FLORA DELLE EPOCHE GLACIALI

Esistono alcune situazioni particolari che determinano l’esistenza di aree che per quanto piccole sono estremamente ricche di specie. Molte fra queste sono quelle che nel corso dei millenni hanno conservato una certa stabilità ambientale, ammortizzando gli effetti delle variazioni climatiche e degli eventi geologici che altrove hanno determinato subitanee crisi della biodiversità. Gli ambienti in esse contenuti definiti conservativi e rimasti inalterati nel corso dei millenni conservano in tutta la loro ricchezza faune antiche e complesse; che si tratti di grotte, di ambienti interstiziali, di fosse marine lì sono presenti i testimoni di un passato anche lontano.

Una particolare categoria di biorifugi è rappresentatata da quelli glaciali. Durante le glaciazioni, (l’ultima di una certa rilevanza risale ad appena 10.000 anni fa) la fauna settentrionale che si era evoluta nel nord dell’Eurasia in condizioni di freddo fu in grado di invadere la penisola trovandovi ambienti consoni alle sue esigenze. Perfino nelle estreme regioni meridionali era possibile imbattersi negli animali delle regioni circumartiche: ghiot­toni (Gulo gulo), alche giganti (Alca impennis), ulule (Surnia ulula), poiane calzate (Buteo lagopus) non erano rare sulle spiagge della Calabria qualche migliaio di anni fa.

Tale situazione si conservò in fondo per breve tempo perchè nelle fasi interglaciali in cui il clima tornò ad essere più temperato, i ghiacci si ritirarono e la fauna boreale fu costretta a regredire estinguendosi parzialmente o del tutto. Fra queste si possono citare uccelli, anfibi e mammiferi e in particolare le specie appartenenti agli ordini:

  • Galliformes (Tetrao tetrix, Tetrao urogallus, Lagopus mutus, Tetrastes bonasia
  • Piciformes (Picoides medius, Picoides minor, Picoides leucotos, Dryocopus martius)
  • Passeriformes (Loxia curvirostra, Prunella modularis, Turdus torquatus, Regulus regulus, Parus montanus.)
  • Rodentia (Microtusspp.)
  • Insectivora (famiglia Soricidae)
  • Duplicidentata (Lepus timidus)

e alcuni rappresentanti della classe degli anfibi, con particolare riguardo a Salamandra salamandra, Salamandra atraTriturus alpestris,Rana.

LE SPECIE DEL MEDITERRANEO ORIENTALE

Le specie del Mediterraneo orientale hanno presumibilmente colonizzato l’Italia a partire dall’Egeide che nel Miocene medio si estendeva a oriente della nascente penisola italiana. Nelle fasi in cui le due coste dell’Adriatico, quella balcanica e quella italiana soprattutto all’altezza della Puglia si sono unite, non poche specie sono passate dall’una all’altra sponda. A tale fenomeno si deve la presenza nell’Italia adriatica e soprattutto in Puglia di specie egeiche e balcaniche come gli ortotteri del genere Troglophilus, il coleottero Dendarus dalmatuse fra gli uccelli del picchio dalmatino (Dendrocopus leucotus lilfordi) che oggi popola le faggete della Foresta Umbra nel Gargano.

Molte specie di origine nord africana hanno invece seguito la costa del Mediteraneo nella loro espansione verso occidente raggiungendo la penisola iberica, il sud della Francia, e da lì si sono affacciate alle estreme regioni nordoccidentali dell’Italia. Valga il caso del colubro lacertino, della lucertola ocellata e della monachella nera (Oenanthe leucura), quest’ultima apparentemente estinta come nidificante. Si tratta di specie oggi presenti con popolazioni per lo più relitte che non sembrano avere la pressione demografica sufficiente per spingersi ulteriormente nel territorio italiano.

Ai collegamenti terrestri del Quaternario fra Nord Africa, Sicilia e Sardegna si deve la colonizzazione dell’Italia insulare e meridionale da parte di forme africane termofile e xerofile – quindi poco adatte a spingersi molto a nord –  come le lucertole Psammodromus algirus di Lampedusa o il gongilo (Chalcides ocellatus) e forse la presenza dello stesso istrice (Histrix crystata) che dalle estreme regioni meridionali italiane ha potuto colonizzare le fasce costiere della penisola spingendosi sempre più a nord e all’interno.

Gongilo (Chalcides ocellatus - A. Petretti/Panda Photo)
Gongilo
Istrice

Oggi, in assenza del collegamento terrestre, le regioni meridionali sono pur sempre sotto l’influsso del popolamento faunistco maghrebino come è dimostrato dal caso della farfalla Danaus chrysippus che con il favore dei venti meridionali a più riprese ha varcato il mare e si è insediata in Sicilia, in Sardegna e nell’Italia centro meridionale.

LA FAUNA DELLE PICCOLE ISOLE

Le piccole isole che circondano le coste ita­liane riunite in arcipelaghi o solitarie in mezzo alle correnti, da sempre affascina­no i naturalisti per il mistero che circonda il loro isolamento e per i tesori che racchiudono in un guscio roccioso apparentemente povero di forme di vita. Se ne contano almeno quattrocento e ognuna avrebbe motivo per essere visitata sopra e sotto la superficie del mare.

Sullo scoglio d’Africa a ovest dell’isola di Montecristo, sull’i­solotto di Pianosa, a metà stra­da fra le Tremiti e la costa balcanica, nell’lsola di Lampione, più vicina all’Africa che alla Sicilia nel gruppo delle Pelagie e in tutti gli altri, l’uomo è riuscito a sovvertire solo in parte l’ordine naturale delle cose. Ciascuna zona ha una età ben definita e una storia singolare. Alcune si sono formate in segui­to all’eruzione dei vulcani sottomarini, altre sono i resti di antiche dorsali sprofondate sott’acqua quando il livello dei mare si è innalzato.

Le isole che un tempo faceva­no parte di una massa emersa più grande hanno conservato in qual­che misura le specie animali e ve­getali che vi dimoravano prima della separazione dalla terrafer­ma; quelle nate da eruzioni vul­caniche invece erano “ tabula rasa” e sono state progressiva­mente colonizzate solo dagli organismi dotati delle migliori capacità di dispersione.

In questa condizione di isolamento gli animali originari, incapaci di superare le distese marine e di scambiare il loro patrimonio genetico con i simili rimasti sulla terraferma, con il tempo hanno acquisito delle caratteristiche uniche, tanto nella morfologia (forma, dimensioni, colorazione) che nella fisiologia e nella biologia. Anche se durante una visita degli isolotti del mar Tirreno o del Canale di Sicilia non sarà pos­sibile incontrare, come sulle isole Galapagos, lucertoloni simili a draghi, testuggini e mammiferi tratti da un bestiario d’altri tem­pi, un naturalista non mancherà ugual­mente di notare alcune forme endemiche, esclusive cioè di quel piccolo territorio. Ad esempio co­lubri appar­tenenti a una specie piuttosto comune in tutta Italia, il biacco (Zamenis viridiflavus), ma neri come la pece, lucertole dal ventre azzurro sui faraglioni del­l’Isola di Capri e cosi via.

Biacco

Fra gli abitanti più comuni delle isole ci sono proprio le lucertole ed è sorprendente la capacità di questi animali di sopravvivere in pochi metri quadrati di rocce battute dalle onde, sferzate dal vento e infuocate dal sole: ci sono lucertole, dal ventre di color arancione, anche nello scoglio di Apani di Brindisi, lungo dieci metri, largo altrettanto e non più alto di mezzo metro sul pelo del mare. Come ci siano arrivate non si sa, perchè le lucer­tole non amano nuotare.

La colorazione è l’aspetto più evidente che marca la differenza tra le diverse popolazioni di lucertole: tinte di fondo, righe e macchie non si ripetono mai, e così le lucertole che vivono sul­l’isolotto dei Conigli sono diver­se da quelle che vivono cento me­tri più in là, sull’Isola di Lampe­dusa, mentre lo stesso avviene per quelle che abitano sullo sco­gIio dell’Argentarola e, a brevis­ssirna distanza, sul promontorio dell’Argentario. La colorazione è la caratteristi­ca più evidente, ma non l’unica, di questo animale; dal punto di vista ecologico e comportarnen­tale, infatti ogni popolazione acquisisce degli adattamenti parti­colarì per meglio sfruttare le scarse risorse alimentari messe a disposizione dall’ambiente.

Specie estremamente localizzate so­no minacciate di estinzione. In ltalia nel 1914 si è inspiegabilmente estin­ta la lucertola dell’isolotto di Santo Stefano ed oggi corre il rischio di estinguersi anche la stupenda lucer­tola azzurra di Capri. In condizioni critiche si trovano anche la lucertola siciliana endemica della Sicilia, di Maretti­mo (Egadi) e di Vulcano (Eolie) minacciata an­che dall’espansione della più robusta lucertola campestre.

Particolarmente interessante è il popolamento animale delle isole dell’arcipelago toscano che, insieme al promontorio dell’Argentario, rappresentano le cime più elevate di una massa di terre emerse che un tempo doveva collegare la Corsica, la Sardegna, la penisola e la costa provenzale in una sola zona chiamata Tirrenide. Vi abitava una fauna primitiva di anfibi e di rettili con pochissimi mammiferi. A seguito dell’innalzamento del livello del mare, la Tirrenide finì sott’acqua e rimasero fuori solo l’attuale Sardegna, la Corsica e isole dell’arcipelago toscano. Gli animali terrestri che vi abitavano rimasero isolati e le popolazioni frammentate cominciarono ad evolversi in modo peculiare, ma la loro presenza in queste zone testimonia l’antica connessione.

Il caso più eclatante è rappresentato da un piccolo anfibio anuro che si rinviene non solo in Sardegna e in Corsica, ma anche nelle isole del Giglio e perfino nel promotorio dell’Argentario.

Si tratta del discoglosso (Discoglossus spp.) che deve il suo nome alla particolarità di avere la lingua a forma di disco fissata al pavimento della bocca e quindi non può essere estroflessa come fanno invece rospi e rane. Il discoglosso per adattarsi al clima del Mediterraneo ha modificato radicalmente le sue stagioni riproduttive. Infatti si riproduce in autunno e in inverno quando la pioggia riempie fossi e pozze fra i sassi di granito e c’è acqua sufficiente per consentire lo sviluppo e la metamorfosi dei girini. D’estate si rintana nelle fenditure che conservano un po’ d’acqua e nei pozzi.

Molto interessante anche il popolamento avifaunistico delle piccole isole: il numero di sottospecie endemiche fra gli uccelli italiani è estremamente elevato, di particolare interesse sono quelle della Sardegna come la ghiandaia (Garrulus glandarius) e l’astore (Accipiter gentilis arrigonii) ben distinte anche dal punto di vista morfologico.

LE SPECIE TIRRENICHE

Sono le specie che si sono sviluppate nelle terre emerse del Tirreno, in particolare nel sistema sardo-corso grazie ai suoi collegamenti con la penisola e con il resto del Mediterraneo, che hanno consentito lo svilupparsi di una fauna caratteristica per alcune presenze esclusive come il geco tarantolino (Phyllodactylus europaeus) e i discoglossi del gruppo sardo-corso (Discoglossus spp.), ma ancora più caratteristica per l’assenza nella Corsica e nella Sardegna di molte specie ben distribuite nella penisola come le vipere (Vipera sp. – G. Gobbi/Panda Photo), le rane (Rana sp.) e gran parte dei mammiferi terrestri.

Vipera

Fonte @naturaitalia.it

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