Agricoltura, economia e… la pace nel mondo

Dalla preistoria ad oggi, i progressi relativi alla produzione agricola, alla cottura e conservazione dei cibi hanno contribuito al miglioramento delle condizioni di vita del genere umano. La scoperta del fuoco ci ha regalato il sapore delle carni e dei pesci cotti, l’invenzione della terracotta ci ha consentito di gustare saporite zuppe di legumi, cereali e carni.

Inoltre, grazie all’osservazione delle piante dotate di caratteristiche migliori (sopravvivenza a condizioni climatiche sfavorevoli, resistenza ai parassiti, varietà più produttive), con pazienza gli agricoltori per migliaia di anni hanno selezionato sementi e incrociato le specie tra loro.

Nel ‘900, soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale, la spinta alla selezione e all’incrocio di sementi e piante fu molto forte, anche per rispondere alle esigenze di cibo che l’aumento della popolazione richiedeva. Molte piante coltivate derivano proprio da questi tentativi. Ad esempio, il pomodoro di Pachino, conosciuto anche come “ciliegino”, è frutto di un esperimento di laboratorio degli anni ‘Novanta. Le sperimentazioni applicate all’agricoltura, tuttavia, sono spesso condizionate dalle leggi del mercato, che sembrano favorire più il profitto economico delle grandi industrie alimentari che il miglioramento delle condizioni dell’intera umanità, e in particolare di quelle dei coltivatori e degli allevatori. Perciò, quando si parla di agricoltura, di commercio e di alimentazione, il discorso riguarda anche le ingiustizie, le guerre, i conflitti e la povertà di molte zone nel mondo.

Infatti, sebbene la produzione mondiale di generi alimentari sia largamente sufficiente per poter sfamare tutta la popolazione mondiale, l’accesso all’acqua, alla terra, al cibo e l’equa distribuzione dei guadagni sono obiettivi ancora lontani da raggiungere e dipendono spesso da scelte politiche ed economiche non certo illuminate e lungimiranti.

Così, oggi assistiamo a dei veri e propri paradossi: da un lato, nel mondo, soprattutto in Asia e in Africa, milioni di bambini, soffrono la fame mentre dall’altro, nei Paesi sviluppati, milioni di persone sono in sovrappeso o obese a causa dell’eccesso di cibo e tra queste vari milioni di bambini!

Questo dipende anche da una ingiusta distribuzione dei guadagni provenienti dalla produzione delle materie prime alimentari: ad esempio, gli oltre 40 milioni di coltivatori di cacao dell’Africa o dell’America Latina guadagnano poco più di 1 dollaro al giorno, mentre la maggior parte dei ricavi della vendita del cioccolato va alle grandi aziende che lo producono e lo vendono (perlopiù concentrate negli Stati Uniti e in alcuni Paesi Europei). In altre parole, rispetto al prezzo di una tavoletta di cioccolata, le industrie produttrici guadagnano il 70%, gli intermediari e i commercianti il 24%, e gli agricoltori appena il 6%!

E lo stesso avviene con il caffè, lo zucchero di canna, oppure con le ananas e le banane. A ciò bisogna aggiungere che molti di questi coltivatori sono donne, e che il loro lavoro spesso viene retribuito ancora meno di quello degli uomini, in quanto il loro ruolo sociale e economico non è abbastanza riconosciuto. Invece le donne potrebbero contribuire moltissimo allo sviluppo di questi Paesi, se fossero rispettati i loro diritti, se fosse loro consentita una migliore istruzione, e se fossero sostenute economicamente per la coltivazione della terra, la costruzione di pozzi e mulini, la vendita dei loro prodotti.

Molte di queste disuguaglianze potrebbero essere superate anche con l’educazione alla sostenibilità, che non si riferisce solo alle problematiche ambientali ma, in senso più ampio, accresce la conoscenza, la consapevolezza e la sensibilità verso queste tematiche, e educa al rispetto della diversità (culturale, religiosa, alimentare, ecc.), alla giustizia, alla solidarietà e alla pace.

Un segnale positivo in questo senso è la maggiore richiesta, da parte dei consumatori, di prodotti tipici e genuini, strettamente legati a un certo territorio, nei quali ciò che fa la differenza è la qualità delle materie prime locali, i metodi di lavorazione e l’esperienza dei lavoratori. Molti prodotti tipici della cucina italiana sono certificati dall’Unione Europea attraverso Marchi di Qualità, tra cui il marchio D.O.P. (Denominazione di Origine Protetta) e I.G.P. (Indicazione Geografica Protetta), i quali garantiscono la qualità di un alimento in base al territorio in cui è stato prodotto e anche la sua salubrità.

Questo fenomeno indica una maggiore consapevolezza dei cittadini verso i temi dell’alimentazione. Molte persone, per fortuna, stanno imparando a poco a poco a non comprare più quel che capita, ma desiderano essere informate e sapere qual è la provenienza dei prodotti che acquistano e che mangiano, come e dove sono stati coltivati e lavorati, e così via

Fonte isprambiente.gov.it

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