Winckelmann: una nobile semplicità e una quieta grandezza, i presupposti della vera bellezza

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Nei suoi Pensieri sull’imitazione delle opere greche nella pittura e nella scultura (1755), il grande teorico dell’arte Johann Joachim Winckelmann (1717-1768), indiscusso promotore della nuova stagione neoclassica, formulò il suo celebre pensiero sull’arte greca, oggi considerato fondamentale per comprendere l’estetica del Neoclassicismo

Nobile semplicità quieta grandezza

La generale e principale caratteristica dei capolavori greci è una nobile semplicità e una quieta grandezza, sia nella posizione che nell’espressione. Come la profondità del mare che resta sempre immobile per quanto agitata ne sia la superficie, l’espressione delle figure greche, per quanto agitate da passioni, mostra sempre un’anima grande e posata. Nobile semplicità, quieta grandezza. La prima è la capacità di controllare ogni passione e pulsione; la seconda è quella propria del mare, che per quanto possa apparire mosso, sul fondo rimane sempre tranquillo.
Nelle loro opere, i Greci mostravano come ogni uomo debba e possa, attraverso l’autocontrollo, dimostrare la propria grandezza d’animo. Winckelmann esemplifica questo suo pensiero portando ad esempio un antico capolavoro greco, il Laocoonte:

Quest’anima, nonostante le più atroci sofferenze, si palesa nel volto del Laocoonte, e non nel volto solo. Il dolore che si mostra in ogni muscolo e in ogni tendine del corpo e che al solo guardare il ventre convulsamente contratto, senza badare né al viso né ad altre parti, quasi crediamo di sentire noi stessi, questo dolore, dico, non si esprime affatto coi segni di rabbia nel volto o nell’atteggiamento. Il Laocoonte non grida orribilmente come nel canto di Virgilio
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: il modo in cui la bocca è aperta, non lo permette; piuttosto ne può uscire un sospiro angoscioso e oppresso […]. Il dolore del corpo e la grandezza dell’anima sono distribuiti con eguale misura per tutto il corpo e sembrano tenersi in equilibrio. Laocoonte soffre; ma soffre come il Filottete
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di Sofocle: il suo patire ci tocca il cuore, ma noi desidereremmo poter sopportare il dolore come quest’uomo sublime lo sopporta. L’espressione di un’anima così elevata oltrepassa di molto le forme della bella natura: l’artista doveva sentire nel proprio intimo la potenza spirituale che trasmise nel suo marmo. In Grecia l’artista e il filosofo appaiono uniti in una stessa persona, e vi si trova più di un Metrodoro
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. La saggezza porgeva la mano all’arte e infondeva nelle figure anime superiori al comune livello. Coperto dalle vesti di sacerdote, che l’artista avrebbe dovuto dare al Laocoonte, il dolore di questo ci sarebbe apparso meno sensibile. […] Il Laocoonte è la statua del più forte patimento, e ci dà l’immagine di un uomo che, per opporsi ad esso, tenta di raccogliere tutte le forze dello spirito; e mentre il dolore gli gonfia i muscoli e gli tende i nervi, mostra il suo coraggio sulla fronte corrugata. […] La pena propria pare lo preoccupi meno di quella dei figli che fissano in lui lo sguardo chiedendogli soccorso; l’affetto paterno si rivela negli occhi dolenti: su di essi si stende la compassione come una cupa nebbia. Dal volto si sprigiona un lamento, non un grido; lo sguardo implora l’assistenza del cielo.

Ecco dunque che la bellezza di un’opera classica non è mai fine a sé stessa, giacché essa riesce a dare volto e corpo a esempi, a modelli di riferimento che non sono solamente estetici ma prima di tutto etici. La bellezza ha, appunto, un valore etico. Ma cos’è la bellezza, «fine supremo e punto centrale dell’arte»? Nella sua Storia dell’arte nell’antichità (1763), Winckelmann scrive: la bellezza è uno dei grandi misteri della natura, del quale noi tutti vediamo e percepiamo l’effetto, ma un concetto chiaro e universale della sua essenza appartiene alle verità non ancora scoperte. Se questo concetto fosse geometricamente chiaro, il giudizio umano sul bello non sarebbe diverso da una persona all’altra, e la certezza della vera bellezza sarebbe semplice. Essa, certamente, si basa, come hanno insegnato gli antichi, sulla perfezione e in particolare su quella del corpo umano, che l’artista può ottenere come un bravo giardiniere che innesta su un fusto diverse margotte
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di qualità pregiata. E come l’ape succhia da molti fiori, così i concetti di bellezza non restarono limitati al singolo bello individuale, come talvolta lo sono i concetti dei poeti antichi e moderni e della maggior parte degli artisti contemporanei; gli antichi cercarono invece di cogliere e armonizzare il bello da molti bei corpi. Essi purificarono le loro immagini da ogni inclinazione personale che distoglie il nostro spirito dal bello autentico.

Approfondimento: vedi Winckelmann: dall’antiquaria alla storia dell’arte

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