Parco Nazionale della Val Grande

La storia

Parco Nazionale della Val Grande (Italy)

Il Parco Nazionale della Val Grande interessa il territorio di 13 comuni e tutela una delle aree a maggiore naturalità di tutto l’arco alpino, contraddistinta da un bassissimo livello di urbanizzazione e priva di grandi infrastrutture.

La presenza di incisioni rupestri e l’individuazione di siti archeologici ha permesso di avanzare ipotesi sull’inizio della frequentazione della montagna già a partire dalla fase di transizione tra Neolitico / Eneolitico (6000-2500 a.C.) e l’età del Bronzo (2500-1200 a.C.). In questo periodo si inquadra uno stanziamento stabile, concentrato soprattutto su terrazzamenti naturali a ridosso di specchi d’acqua (come Mergozzo, Feriolo e Suna) o sui rilievi scoscesi in prossimità di laghi (a Bieno alla fine dell’800, in occasione dei lavori per l’istallazione di un metanodotto, e ancora nel 1992 durante lavori di manutenzione allo stesso, sono stati rinvenuti materiali riconducibili probabilmente ad un villaggio antico, forse originatosi nel Neolitico).

Nello stesso periodo in alta quota sono presenti insediamenti a carattere temporaneo, data la natura impervia del luogo, nati con il semplice scopo di ricercare risorse (minerali e metalli), di intraprendere un’attività armentizia nel periodo estivo o ancora di attraversare i valichi per ragioni commerciali.

Al passaggio nell’età del Ferro i territori intorno al Lago Maggiore – quasi sempre aree di fondovalle o in prossimità dei laghi – sono popolati da nuove etnie, portatrici della Cultura di Golasecca che si sviluppa attorno agli attuali abitati di Sesto Calende, Castelletto Ticino e al centro eponimo di Golasecca.

Il territorio verbanese e ossolano, sempre a partire dal IV secolo a.C., è interessato da profondi cambiamenti legati all’arrivo di popolazioni galliche transalpine, che si stabiliscono in queste terre mescolandosi con gli autoctoni.

Nascono nuovi insediamenti, cambiano i modi di vita e i costumi funerari: prevale il rito dell’inumazione entro fosse delimitate da lastroni di pietra, come si osserva sia nelle necropoli pedemontane di Ornavasso e Gravellona, che nelle aree montane di Toceno.

La conquista romana delle Alpi in area leponzia avvia un processo stabile di antropizzazione delle montagne.

La porzione settentrionale del Parco vive un vero e proprio fiorire di centri abitati, identificati come vici romani, quali Druogno, Santa Maria Maggiore, Toceno, Vocogno, Craveggia, Malesco, Folsogno di Re e l’angusta valle Cannobina, quest’ultima per il suo collegamento con la vicina Valle Vigezzo.

La conquista romana porta elementi di novità: la comparsa di nuove forme ceramiche e di nuovi materiali, l’abbandono della lingua ed onomastica leponzia in favore della lingua latina e dell’onomastica romana, come testimonia un’epigrafe funeraria con onomastica mista romana e leponzia murata nella chiesa parrocchiale di Bieno.

L’incipiente romanizzazione permette inoltre lo sviluppo delle infrastrutture stradali, come conferma un’iscrizione incisa su roccia a Vogogna che si riferisce ai lavori di sistemazione della via romana dell’Ossola nell’anno 196 d.C., asse viario importante diretto ai passi alpini e proveniente da Mediolanum e Novaria.

I numerosi reperti rinvenuti in questi territori valgrandini hanno permesso inoltre di ricostruire, in un arco cronologico molto esteso, l’esistenza di una struttura economica basata sullo sfruttamento del legname (asce preistoriche e accette romane), sull’attività estrattiva delle risorse lapidee (picconi in ferro e manufatti in pietra ollare); sull’agricoltura, sull’allevamento, sulla caccia e sulla pesca (pesi per reti da pesca).

Prodotti propri dell’Area Alpina

Ulteriori indicazioni sui prodotti propri dell’area alpina ci vengono dagli stessi autori antichi, Strabone e Plinio il Vecchio, che citano formaggi, lane e pellami, resina, pece, miele e cera.

Durante l’alto medioevo, grazie alla poca rilevanza che ricopre il passo del Sempione – sebbene sia meta di transito da parte di mercanti lombardi, piemontesi e vallesani – il territorio della Val Grande sembra scampare alle invasioni barbariche.

Un documento dei primi anni dell’XI secolo descrive queste terre come selve incolte e definisce la stessa valle “Valdo”, ossia foresta.

Qui si rifugiano pastori all’interno delle caratteristiche balme, ripari sotto roccia di antica discendenza preistorica.

Nei secolo tra il X e il XII il paesaggio vallivo, complice il clima mite, inizia a registrare un lento processo di sviluppo, a seguito del quale le selve e le terre selvagge, a causa del progressivo disboscamento, diventano terreno di pascolo (come la Valle Nembro).

Iniziano a sorgere alpeggi estivi e maggenghi primaverili ed autunnali, spesso contesi tra le varie comunità. In questo periodo si afferma, insieme ad un’arte povera fatta di umili abitazioni e di mulattiere selciate, anche una fiorente arte romanica, come testimoniato dalle chiese di San Bartolomeo a Villadossola, di Sant’Abbondio a Masera e di Santa Maria a Trontano, risultato della maestria artigianale dei ‘picasàss’, gli scalpellini ossolani dai calzari chiodati famosi in tutta Italia.

A loro si attribuisce l’intensa attività di estrazione delle cave di Candoglia, all’ingresso del Parco, che fornirono parte del marmo utilizzato per il rivestimento del Duomo di Milano. Nel XIII secolo l’alto Verbano e l’Ossola, contese tra i vescovi di Milano e Novara, assurgono al rango di liberi Comuni e nel 1387 diventano possedimenti della famiglia Visconti.

Nel tardo Cinquecento i Borromeo trasformano in feudo l’intera zona, che rimarrà tale fino al 1749 quando, con il trattato di Worms, l’Ossola e la Val Grande entrano nei domini di Casa Savoia.

Durante la seconda guerra mondiale la Val Grande, per la stessa natura selvaggia dei suoi luoghi, ricopre un ruolo nevralgico negli scontri tra la Wehrmacht e i partigiani rifugiati qui (nel giugno del 1944 si assiste ad un brutale rastrellamento perpetrato dall’esercito tedesco e all’esecuzioni di massa di Pogallo, Fondotoce e Bèura).

Nel dopoguerra si verifica un progressivo abbandono della valle che ha avviato una dinamica di profonda rinaturalizzazione del territorio: il bosco riconquista i suoi spazi e inghiotte mulattiere, alpeggi e altri segni della presenza dell’uomo.

I BENI

IL BORGO MEDIEVALE DI VOGOGNA
Borgo Medievale di Vogogna

La prima iscrizione che documenta l’esistenza di questo splendido borgo compare in una pergamena del 970 d.C. ma testimonianze più antiche – come il celebre mascherone celtico di Dresio e la lapide che si riferisce alla costruzione di una strada romana nel 196 d.C. – documentano una frequentazione dell’area già in epoca romana. Però è solo nel XIV secolo, grazie alla famiglia Visconti, che il paese assume notevole importanza.

In questa epoca, a seguito della distruzione del vicino borgo di Pietrasanta a causa di un’alluvione, un nutrito gruppo di abitanti si trasferisce a Vogogna, che in quel periodo diventa sede del vicariato del Comune di Novara con giurisdizione territoriale su tutta la bassa Ossola. Sappiamo che Giovanni Visconti, vescovo e signore di Novara, decide nel 1348 la costruzione del Palazzetto del Pretorio, delle mura del borgo e probabilmente del corpo centrale del castello, quest’ultimo ispirato all’architettura semplice dei castelli alpini a pianta irregolare.

Il borgo medievale conserva ancora oggi interessanti dimore, decorate da arcate, portici, affreschi e stemmi. La più antica è Casa Marchesa, che risale alla metà del secolo XIV. Del borgo si rintracciano le vestigia alle pendici del monte Orsetto, mentre sulla sommità sono presenti i resti cospicui della Rocca abbandonata nel 1514 perché danneggiata da un attacco militare sferrato dal borgo di Domodossola.

Il palazzo pretorio, che riprende il modello architettonico del broletto lombardo, è caratterizzato da una serie di archi acuti che poggiano su tozze colonne. Il piano inferiore era utilizzato per le assemblee pubbliche e il mercato mentre il piano superiore ospitava ambienti destinati a funzione amministrativa e giuridica. Sulla facciata in alto ancora domina lo stemma araldico della famiglia Visconti.

La Rocca sorge in corrispondenza di una costruzione, probabilmente di origine altomedievale, inserita in una struttura fortificata, avamposto collegato con altre torri a controllo delle catene montuose dell’Ossola. Divenne una vera e propria roccaforte, assumendo la veste attuale, per volontà di Giovanni Visconti.

LA LINEA CADORNA

Lungo una delle direttrici che conducono al Parco – a Cuzzago, sul Monte Proman (Premosello Chiovenda) e ancora lungo il versante che da Passo Folugno si dirige verso il Monte Zeda – si possono seguire i resti della linea difensiva che, con andamento sinuoso e discontinuo, si sviluppava per circa 200 km dalla bassa Val d’Ossola fino alle alpi Orobie, in Lombardia.

La linea difensiva è stata realizzata – in parte prima del 1915, durante il periodo della Triplice Alleanza – in funzione antifrancese. Tra il 1916 e il 1918 la paura di un nuovo attacco, questa volta austroungarico, convince il Capo di Stato Maggiore Luigi Cadorna a predisporre un’imponente struttura
difensiva comprendente trincee, postazioni militari, 296 km di strade per mezzi pesanti, circa 398 km di mulattiere, camminamenti, gallerie, depositi per munizioni, postazioni di sentinella e bunker per mitragliatrici

CHIESA DI SANTA MARIA (TRONTANO)
Chiesa di SAnta Maria – Trontano

Santa Maria (o Natività di Maria) di Trontano conserva l’originaria facciata, considerata una delle più belle dell’arte romanica ossolana. Trontano dipendeva dalla pieve di Domodossola ma le frequenti piene del Toce e del Melezzo sovente ne impedivano l’accesso.

Per questo motivo fu realizzata in Trontano una chiesa che accogliesse i suoi abitanti. La costruzione subì nei secoli aggiunte e modifiche, fino ad assumere la forma attuale. La pianta antica era un’aula rettangolare orientata da ovest verso est sulla cui testa si trovava un’abside semicircolare, perduta nel rifacimento e ampliamento del 1554.

Le misure dell’originaria chiesa corrispondono a quelle dell’attuale navata centrale, che era coperta da una tetto a doppio spiovente formato da grosse travi, su cui appoggiava la copertura in piode (nome locale delle lastre in pietra ollare).

L’abside, ideato ispirandosi a quello della chiesa di San Bartolomeo di Villadossola, è diviso da cinque lesene coronate da archetti ciechi e aveva anche tre strette finestre. Il campanile fu costruito qualche anno dopo la chiesa, sulla cima di uno sperone roccioso ad essa adiacente.

Nella sua base c’è un’iscrizione che riporta la data di costruzione – la fine del XII secolo – e elementi decorativi, forse predisposti per la chiesa ma non utilizzati. La robusta torre aveva un coronamento con una doppia fila di archetti ciechi che sono tuttora evidenti.

Questo campanile fu abbattuto per circa due terzi e poi ricostruito.

NECROPOLI GALLO-ROMANA DI ORNAVASSO

Scavi condotti tra il 1890 e il 1891 hanno portato alla luce le necropoli di San Bernardo e di In Persona, che occupano un’area complessiva di 3.700 m2. La necropoli di San Bernardo, la più rilevante tra le due, ha restituito per la maggior parte sepolture ad inumazione, dotate di ricchi corredi composti da gioielli, armi, vasellame, utensili e monete.

La qualità pregiata dei monili, di provenienza mediterranea, documenta la presenza di una ricca aristocrazia in contatto con Roma; le armi invece, di tradizione celtica, sottolineano un’indipendenza di queste comunità dall’egemonia romana.

La necropoli di In Persona, utilizzata tra la fine del I secolo a.C. e il I secolo d.C., risulta meno complessa e più umile; la presenza delle armi è rara, specchio dell’ormai avvenuto assoggettamento a Roma, così come quella di monete e corredi pregiati, conseguenza di un radicale cambiamento sociale ed economico e di una perdita di potere e ricchezza da parte della precedente classe aristocratica.

Fonte @ Ministero dell’Ambiente

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