Parco Nazionale del Pollino

Parco Nazionale del Pollino

La storia

Il vasto territorio del Parco Nazionale del Pollino, il più grande d’Italia con i suoi 192.565 ha, compreso tra due regioni – Calabria e Basilicata – e due mari – Jonio e Tirreno – è stato inevitabilmente fin dall’antichità luogo d’incontro di popolazioni di provenienza diversa. Le tracce delle differenti
culture susseguitesi e incrociatesi sono ancora oggi ben visibili tra queste montagne. Le evidenze più antiche della presenza dell’uomo nell’area del Parco sono state individuate a Celimarro di Castrovillari, in un sito posto lungo la vallata del fiume Coscile.

Questa località ha restituito, tra gli strati di un banco di travertino, manufatti litici databili al Paleolitico inferiore frammisti a resti di mammiferi, tra cui l’uro o bue selvatico (Bos primigenius), estinto ormai da secoli.

Di enorme importanza i rinvenimenti paleolitici presso la grotta del Romito, nel comune di Papasidero, uno dei più importanti siti preistorici della penisola. Su un masso calcareo all’ingresso della grotta è incisa la magnifica figura di un toro, risalente a circa 12.000 anni fa.

È la più grande incisione rupestre di quell’epoca esistente sul territorio italiano e viene considerata una delle più importanti testimonianze dell’arte preistorica in Europa. Sullo stesso masso sono state rinvenute altre figure di bovidi e, nelle immediate vicinanze della grotta, anche alcune sepolture.

Anche durante l’età dei metalli l’area è assiduamente frequentata. Lo dimostrano, ad esempio, i corredi tombali dell’età del Ferro di Laino Borgo e Castello – lungo la valle del Lao, un’antica via fluviale utilizzata come direttrice di spostamento – l’insediamento eneolitico della grotta di Donna Marsilia a Morano, i ritrovamenti di ceramica dell’età del Bronzo di Senise e Castelsaraceno.

La fondazione sul Mar Jonio della città achea di Sibari collega il massiccio del Pollino alla colonizzazione greca della Magna Grecia. I traffici e gli scambi commerciali dei Sibariti si svilupparono lungo percorsi di valico e fondovalle sino al Mar Tirreno, ove fondarono la città di Laos, che svolse un ruolo fondamentale nei rapporti che Sibari ebbe con gli Etruschi.

L’ellenizzazione delle comunità indigene del Pollino si espresse con la fioritura di molteplici centri di civiltà italica, tra i quali quello di Cersosimo.

Ben presto, però, la convivenza tra popolazioni indigene e coloni greci divenne difficile. Si aprì una stagione di cruenti scontri che ebbe termine solo quando tutta l’area fu conquistata da Roma.

Pochi anni dopo la presa di questo territorio i Romani costruirono la via Popilia, la prima strada che per collegare Reggio Calabria a Capua attraversava il cuore del massiccio, fissando una delle sue stationes a Morano ed un’altra a Rotonda, l’antica “Nerulum”.

La via Popilia continuò ad essere adoperata per tutto il Medioevo come fondamentale arteria di comunicazione ma divenne anche parte del percorso che utilizzavano i pellegrini per recarsi in Terra Santa.

Essa superava il valico di Campotenese e, nel territorio di Morano, passava nei pressi dell’insediamento medievale di Sassone, i cui ruderi costituiscono oggi una suggestiva località archeologica.

L’avvento della dominazione Normanna condusse alla creazione di grandi centri monastici, che divennero ben presto gli elementi centrali nelle dinamiche socioeconomiche de singoli territori.

L’esigenza di mettere a coltura e di rendere produttivi i propri territori spingeva i monaci a favorire l’insediamento dei coloni, sia con l’esenzione dai pesi fiscali che con l’abolizione delle prestazioni più gravose.

È così che intorno a queste strutture religiose nascono alcune centri abitati. È il caso, ad esempio, di Francavilla sul Sinni – fondata per la presenza della Certosa di San Nicola – e S. Basile, a servizio del monastero bizantino di S.Basilio Craterere.

Tra il 1470 e il 1540 arrivarono numerosi esuli dall’Albania, in fuga dalla loro terra invasa dai turchi. Si insediarono su queste montagne dando vita a
piccole comunità molto attente a conservare lingua, costumi e tradizioni del Paese d’origine.

Negli anni successivi – anche in seguito ad altre ondate migratorie, di minori dimensioni –consolidarono la propria presenza fondando numerose cittadine: Civita, S. Basile, Lungro, Acquaformosa, Plataci, Frascineto, S. Costantino Albanese e S. Paolo Albanese.

La comunità albanese del Pollino è una delle più importanti in Italia. A Civita e S. Paolo Albanese si possono visitare i musei della Civiltà Arbëreshe, che conservano numerosi oggetti, attrezzi e costumi tipici, così come di grande interesse religioso sono le funzioni di rito grecobizantino.

Negli stessi anni si accresce in maniera rilevante il numero di edifici di culto, alcuni dei quali – come già in passato – localizzati in contesti di grande suggestione paesaggistica.

Tra questi si ricordano in particolare la chiesa di Maria S.S. di Costantinopoli a Papasidero, incastonata nelle gole del Lao, il Santuario di S.Maria delle Armi a Cerchiara, significativa testimonianza di arte rinascimentale abbarbicata su una ripida parete rocciosa,. il Santuario di S. Maria dello Spasimo a Laino Borgo, conosciuto meglio con il nome di S. Maria delle Cappelle per le sue quindici piccole cappelle affrescate con scene della vita di Cristo.

Accanto agli edifici sacri nei tanti paesi del Parco si trovano anche numerosi palazzi nobiliari e strutture fortificate.

Chiaromonte ne è uno splendido esempio. La cittadina nel corso del medioevo assunse le caratteristiche di terra murata tramite la trasformazione dell’antica roccaforte in vero e proprio castello edificato e con la costruzione della potente cinta muraria dotata di tre porte.

Innumerevoli sono i castelli: il Castello Aragonese di Castrovillari risalente al 1478, straordinario esempio di architettura militare attribuita a Francesco Giorgio Martini, giunto a noi pressoché intatto; quello normanno di Senise, parte di un complesso sistema difensivo creato a difesa della valle sottostante;

il castello feudale di Episcopia (XIV secolo), con torre duecentesca, che seppur manomesso da successivi interventi conserva l’aspetto e l’imponenza originaria.

All’interno dei centri storici si rileva una cospicua presenza di palazzi signorili, in genere edificati tra il XVI e il XIX secolo.

Tra i più belli vi sono i palazzi Dolcetti, Lauria e Di Giura a Chiaromonte; l’originale palazzo Mazzilli a Calvera, ornato sulle pareti esterne con un cornicione rappresentante le quattro stagioni, le case nobiliari Frabasile e Verderosa a Episcopia, il palazzo Amato a Rotonda e il palazzo De Filpo a Viggianello.

Molti borghi, nonostante i numerosi terremoti susseguitesi, hanno conservato la struttura originaria e hanno dei centri storici davvero suggestivi.

Tra questi si menzionano Aieta, Civita, Morano Calabro e Viggianello, inclusi tra i Borghi più belli d’Italia.

I BENI

CASTELLO ARAGONESE (CASTROVILLARI)

Castello Aragonese di Castrovillari

Iniziato nel 1461 e inaugurato circa trent’anni dopo – nel 1490, in concomitanza con quelli di Belvedere Marittimo, Corigliano Calabro e Pizzo Calabro – il castello fu fatto erigere da Ferdinando I d’Aragona per tenere a freno la popolazione insofferente alla dominazione straniera.

Per via della mancanza di fondi, tuttavia, il castello non fu in realtà mai portato a termine e si deve probabilmente credere che la coincidenza nelle date dedicatorie riportate sulle iscrizioni dei quattro castelli avesse piuttosto scopo celebrativo.

L’edificio riassume molti dei caratteri tipici delle fortificazioni aragonesi. Internamente presenta una pianta rettangolare con torri cilindriche angolari mentre all’esterno, che doveva essere circondato da un fossato oggi non più visibile, assume una forma trapezoidale per via delle diverse dimensioni delle torri, quasi perfettamente orientate secondo i quattro punti cardinali.

La più grande di esse, a destra dell’ingresso, fungeva da mastio ed era decorata da profondi archetti pensili e da un circolo di pietra che percorreva tutto il perimetro della fortificazione.

Utilizzata come carcere, la torre principale si guadagnò l’appellativo di “torre infame” a causa delle torture inflitte ai prigionieri che vi venivano rinchiusi.

Al di sopra del portale d’ingresso, raggiungibile tramite un ponte levatoio, è una targa marmorea con stemma aragonese, e, in caratteri del XV secolo, l’iscrizione che ricorda la fondazione e la destinazione del castello.

Il maniero, utilizzato come carcere fino al 1995, oggi è aperto al pubblico e rappresenta uno dei castelli aragonesi meno conosciuti ma meglio conservati d tutta la Calabria.

GROTTA DEL ROMITO (PAPASIDERO)

La grotta, scoperta nel 1961, rappresenta una prova fondamentale del fatto che il Pollino era abitato già nel Paleolitico superiore. Il sito è costituito dalla grotta scavata per circa venti metri nella formazione calcarea, raggiungibile mediante uno stretto cunicolo, e da un riparo esteso per circa
34 metri in direzione est.

Tracce di una assidua frequentazione della grotta da parte di individui di Homo sapiens, sono fornite dai numerosi resti litici e ossei rinvenuti ma soprattutto dal famoso graffito inciso sulle pareti della grotta raffigurante due bovidi (Bos primigenius).

La figura più grande, lunga circa 1,20 m., è incisa su un masso di circa 2,30 m. di lunghezza, inclinato di 45°. Le corna, viste di lato, sono proiettate in avanti ed hanno il profilo chiuso. Sono rappresentati con cura alcuni particolari come le narici, la bocca, l’orecchio e l’occhio appena accennato. In grande evidenza le pieghe cutanee del collo e assai accuratamente descritti i piedi fessurati. Un segmento attraversa la figura dell’animale in corrispondenza delle reni.

Al di sotto della grande figura di toro vi è incisa, molto più sottilmente, un’altra figura di bovide di cui sono eseguiti soltanto il petto, la testa e una parte della schiena.

Di fronte al masso con il bovide, ve n’è un altro di circa 3,50 metri di lunghezza, con segni lineari incisi di significato apparentemente incomprensibile.

La frequentazione neolitica della grotta del Romito, datata dal carbonio 14 al 4470 a.C., è documentata dal rinvenimento di una cinquantina di frammenti di ceramica che rivelano l’esistenza del transito del commercio della ossidiana proveniente dalle isole Eolie.

Nella grotta sono inoltre state rinvenute anche alcune sepolture databili circa al 9.200 a.C., contenenti ciascuno una coppia di individui. Una di queste coppie è stata rinvenuta nella grotta, mentre altre due nel riparo, poco distanti dal masso con la figura del toro.

MUSEO CIVICO ARCHEOLOGICO (CASTROVILLARI)

Si trova presso il protoconvento francescano, accanto alla Pinacoteca Comunale “Andrea Alfano”.

Le raccolte comprendono oltre 2000 reperti rinvenuti nel territorio di Castrovillari che coprono un arco cronologico che dal Neolitico raggiunge il medioevo, offrendo una panoramica sulla lunga continuità di vita del territorio.

Nella collezione spiccano i resti provenienti dagli scavi effettuati a Papasidero e opere d’arte arabo – normanne del XII secolo.

Fonte @ Ministero dell’Ambiente

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