Parco Nazionale del Gran Paradiso

La storia

Il Parco Nazionale del Gran Paradiso abbraccia un vasto territorio di alte montagne, fra gli 800 metri dei fondovalle e i 4.061 metri della vetta del Gran Paradiso. Le prime testimonianze certe dell’antropizzazione di questi luoghi risalgono alla fase conclusiva del Neolitico, tra la fine del IV e gli inizi del III millennio a.C, cui si riferisce un insediamento di capanne su collina.

Parco del Gran Paradiso (Italy)

A partire da questa fase, probabilmente nel momento di transizione tra il Neolitico finale e l’Eneolitico Antico, incominciano ad insediarsi nuove comunità, foriere di innovazioni tecnologiche e della metallurgia, come confermerebbe la scoperta di un’estesa necropoli e un’industria litica a Villeneuve.

Prova di un’occupazione sistematica ci viene anche dalla città di Aosta, nella periferia ovest presso la chiesa di Saint-Martin-deCorléans, dove è stata rinvenuta un’ampia area di culto e di sepoltura, attiva per tutto il III millennio a.C., realizzata con monumenti megalitici.

Scarse sono invece le testimonianze in questa zona dell’età del Bronzo e del Ferro. Nel corso del II secolo a.C. avviene la progressiva romanizzazione della Cisalpina: l’area, compresa poi nella Transpadana augustea, è terra controllata dai Salassi, ricca di risorse agricole, ma anche fascia di controllo della Alpi alpine e dei paesi verso settentrione, nonché zona particolarmente florida per le risorse minerarie.

Il gruppo etnico dei Salassi è menzionato dagli storici antichi, Catone e Polibio, a partire dal II secolo a.C., quando sono costretti a cedere ai Romani le miniere e il fondovalle, a seguito della vittoria nel 140 a.C. di Appio Claudio Pulchro, e ad arrendersi definitivamente nel 25 a.C. con Aulo Terenzio Varrone Murena, momento in cui vengono venduti come schiavi. L’organizzazione romana del territorio oltre che dalla fondazione della colonia augustea di Augusta Praetoria Salassorum si può leggere anche nella sistemazione di numerosi percorsi stradali, quali la strada per le Gallie.

Con la caduta dell’Impero Romano si verifica, tra il IV e il V secolo d.C., una contrazione demografica con contestuale declino degli insediamenti principali; incursioni e disordini segnano anche la disgregazione del tessuto urbano e l’inizio di un incipiente processo di ruralizzazione; la precedente rete stradale romana diventa direttrice di una nuova organizzazione ecclesiastica.

A partire dall’ XI secolo si assiste al fenomeno dell’incastellamento, ovvero alla diffusa realizzazione di strutture difensive con lo scopo di dominare sui rilievi montuosi, di presidiare le principali vie di comunicazione per l’esazione dei pedaggi, nonché di controllare gli appezzamenti agricoli (fonte di sostentamento in tempo di invasioni e guerre sociali).

Dalla metà del XIV secolo si registra un periodo di sicurezza e cessazione delle guerre locali, tanto da assistere all’abbandono delle precedenti rocche e all’edificazione di strutture, ormai simili a dimore signorili, in luoghi accessibili.

A partire dal 1559, a seguito della pace di Cateu-Cambrésis, si costituisce lo stato sabaudo ed Emanuele Filiberto si riappropria di queste terre, asservendo i propri vassalli e impedendo loro di edificare o riparare qualsiasi struttura militare.

Nel 1856 Vittorio Emanuele II dichiara Riserva Reale di Caccia le montagne del Gran Paradiso, al fine di salvaguardare lo Stambecco alpino ormai decimato, dopo anni di sterminio prima in Austria all’inizio del ‘700, poi in Svizzera agli inizi dell’800 e ancora in Francia, nella regione del Delfinato.

Le cacce reali, che durarono fino ai primi anni del ‘900, hanno inoltre permesso la creazione di una fitta rete stradale in tutte le valli del Parco e alla creazione di un corpo di guardia specializzato.

Vittorio Emanuele III nel 1920 dona la riserva di caccia allo Stato Italiano, a condizione che quest’ultimo ne facesse un Parco Nazionale per la protezione della flora e della fauna alpina.

I BENI

PONTE ACQUEDOTTO DI PONT D’AEL

Il ponte si trova presso il villaggio di Pont d’Ael, sulla destra della strada che da Aymavilles conduce a Cogne, e scavalca a 56 metri di altezza il torrente Grand-Eyvia.

Fu costruito nel III secolo a.C. – durante il XIII consolato di Augusto, come ricorda l’iscrizione ancora presente sulla struttura – a proprie spese e per uso privato da Caio Avillio e da Caio Aimo Patavino. Il ponte, ad una sola arcata, è lungo 56 m, largo 2,40 metri, ha un passaggio interno ed è sovrastato dall’acquedotto.

La struttura è servita probabilmente all’utilizzo dell’acqua per scopi “industriali”, per estrarre e lavorare il marmo bardiglio, le cui cave sono state individuate più a valle, in località Pesse.

CASTELLO DI AYMAVILLE

Situato al centro della città, le sue prime notizie si datano all’anno 1278, quando la struttura si compone di un’unica torre quadrangolare cinta da mura perimetrali, come vuole la coeva architettura difensiva valdostana.

Nel 1357 Aimone di Challant, divenuto feudatario del castello per concessione di Amedeo VI di Savoia, interviene a livello strutturale e difensivo con opere di rinforzo, forse perché ritenuta la rocca ormai troppo vulnerabile anche a causa del contesto pianeggiante in cui veniva a trovarsi.

Si procede dunque con innalzamento di quattro torri angolari a pianta circolare, con caditoie e feritoie, di una doppia cinta muraria, dotata di fossato e ponte levatoio.

Studi recenti hanno permesso di confermare le diverse fasi costruttive in un arco cronologico che va dal Medioevo, quando la struttura si presenta ad un’unica pianta quadrata, al Settecento, momento in cui viene ampliata ed assume l’aspetto che ancora oggi conserva di elegante struttura residenziale. Quest’ultima fase edilizia comporta l’eliminazione dei corpi fortificati e dell’aspetto difensivo, l’edificazione tra le torri angolari di loggiati dal gusto barocco e la ridefinizione degli spazi esterni.

All’interno del Castello inoltre ha sede la collezione dell’Accademia di Sant’Anselmo, formatasi a partire dal 1855, data di fondazione della Società,
che raccoglie esemplari di arte moderna e contemporanea, collezionati da Vittorio Cacherano Osasco della Rocca-Challant, ultimo erede diretto della nobile famiglia valdostana.

Intorno al castello invece si sviluppa un ampio parco, articolato in terrazzi, che comprende al suo interno due edifici eretti in periodi differenti, la grandze e la scuderia, sui quali negli ultimi 10 anni sono stati avviati lavori di recupero e rifunzionalizzazione ed ora ospitano i servizi museali e le strutture di ricezione.

CASTELLO DI INTROD

Il primo complesso risale al XII secolo, momento in cui si articola in un mastio quadrato cinto da mura perimetrali. Nel 1260, contestualmente alla scalata al potere del casato Sarriod, nelle cui mani sono riunite le signorie di Introd e di La Tour (Saint-Pierre), Pierre Sarriod d’Introd lo amplia e lo trasforma in una rocca a pianta poligonale.

Dopo due incendi devastanti della metà del XIX secolo Durante la metà del XIX secolo subisce forti danni a causa di due incendi e viene restaurato all’inizio del ‘900. Accanto al castello si erge una struttura, conosciuta oggi con il nome di “Cascina L‘Ola” che in passato ha avuto funzione di stalla e pagliaio; mentre di fronte ancora si conserva il granaio quattrocentesco, raro esempio di edificio medievale valdostano realizzato unicamente in legno.

PARCO ARCHEOLOGICO DI ST. MARTIN DE CORLEANS


Posto in prossimità dei confini del Parco, questo sito è uno dei più notevoli esempi di architettura megalitica funeraria e cultuale in Valle d’Aosta.

L’area, scoperta nel 1969, risale al III millennio a.C. e ha una continuità di vita fino all’inizio dell’Età del Bronzo (2000 a.C.), quando, per cause ancora da precisare, viene del tutto abbandonata lasciando posto, per oltre un millennio, a coltivazioni di cereali.

Le indagini hanno permesso di individuare una successione continua di quattro fasi: quella più antica vede la realizzazione di un impianto rituale caratterizzato da una serie di pali totemici e deposizioni votive alla base di crani di bovidi;

alla seconda fase sono ascrivibili un’aratura rituale e l’allineamento ortogonale di stele antropomorfe litiche, di menhir e piattaforme (quest’ultime pertinenti a pozzi rituali contenenti macine e cereali);

la terza fase, che risale al 2400 a.C., si distingue per un’accezione più funeraria poiché iniziano ad essere presenti tombe monumentali dolmeniche di differente tipologia;

l’ultima fase registra uno sconvolgimento dell’area, documentato dall’abbattimento delle stele antropomorfe e dal loro reimpiego in nuove sepolture, come le tombe a cista

Fonte @ Ministero dell’Ambiente

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