Spoleto
Perugia, UMBRIA

Borghi d’Italia

La storia

Spoleto – Perugia, UMBRIA

La Città di Spoleto e il suo territorio presentano una stratificazione di testimonianze del millenario evolversi della natura, della società umana e del rapporto tra questa e l’ambiente, in una parola della Cultura. Spoleto, città antichissima, sorge ai piedi del Monteluco, luogo di antichi eremi. Fu un florido municipio romano i cui segni sono ancora evidenti nell’Arco di Druso e Germanico (23 d.C.), nel Teatro Romano (I sec. a.C.) e nella Casa Romana (I sec. d.C.).

Dal IV secolo divenne sede episcopale sviluppando una solida organizzazione ecclesiastica. La città svolse poi un ruolo politico fondamentale poco dopo l’arrivo dei Longobardi in Italia. Nel 571 d.C Faroaldo costituì infatti il Ducato longobardo di Spoleto , che arrivò a comprendere buona parte dell’Italia centrale e rimase largamente indipendente fino al 729 d.C., quando si assoggettò al re longobardo Liutprando.

Dai più recenti studi, la Basilica di San Salvatore, edificio eccezionale e straordinariamente conservato posto ai margini della città, sembra doversi associare al periodo dell’indipendenza spoletina. Vi si rileva comunque in maniera evidente quella predilezione per l’architettura di prestigio riscontrabile in tutti gli altri Ducati, al Nord e al Sud, espressione delle aspirazioni longobarde.

Basilica di San Salvatore SPOLETO

Il “maggiore monumento spoletino dell’antichità”, secondo l’archeologo spoletino Sordini, dal 25 giugno 2011 fa parte del patrimonio mondiale dell’UNESCO, insieme ad altre sei importanti testimonianze monumentali italiane di epoca longobarda.

Dopo la caduta del regno longobardo nel 774 d.C., il Ducato passò sotto il controllo delle dinastie imperiali franche e tedesche, fino all’annessione allo Stato della Chiesa nel 1198.

Nel 1362 il Cardinale Albornoz scelse Spoleto come nucleo strategico per la riconquista dello Stato Pontificio e ordinò a Gattapone la costruzione della Rocca, che dalla fine del XIV sec. divenne sede dei Rettori del ducato.

Rocca Albornoziana – SPOLETO

L’ultimo periodo di grande prestigio si ebbe quando Spoleto divenne capoluogo del dipartimento del Trasimeno, da Rieti a Perugia, tra il 1808 e il 1815, durante l’Impero Napoleonico.

Nel secondo dopoguerra la crisi delle miniere di lignite e la crisi delle produzioni agricole fece conoscere alla città la migrazione della popolazione verso diversi paesi europei. In quegli anni di dura crisi si gettarono le basi del futuro e si diede il via a manifestazioni a cui il prestigio e lo sviluppo della città sono, ancora oggi, fortemente legati: nel 1947 fu fondato il Teatro Lirico Sperimentale, nel 1952 fu inaugurato il Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo e nel 1958 si svolse la prima edizione del Festival dei Due Mondi.

Arte e Cultura

Se ne infatuarono “turisti” d’eccezione come Michelangelo Buonarroti che al Vasari scriveva “Ho avuto piacere nelle montagne di Spoleto a visitare quei romiti di modo che io son tornato men che mezzo a Roma perché veramente non si trova pace se non nei boschi“. Giosuè Carducci prima e Gabriele D’Annunzio poi, utilizzarono la loro poesia per decantare le bellezze del paesaggio spoletino.

Ponte delle Torri – Spoleto

Pittori come l’inglese William Turner, l’americano Edward Peticolas o il danese Johan Ludvig Lund schizzarono nei loro taccuini pregevoli paesaggi e vedute della città. Il romanziere francese Stendhal espresse grande ammirazione per “la passeggiata”, il tratto di strada, oggi Viale Matteotti, che dal centro storico si insinua tra il verde dei colli circostanti.

Spoleto e in particolar modo il Ponte delle Torri ispirarono lo scrittore tedesco Johann Wolfgang Goethe, in una delle pagine più belle del suo Viaggio in Italia.

Cosa Vedere

Piazza Duomo

Lungo via Saffi, su cui affaccia il prospetto settentrionale del Palazzo Comunale, si apre la superba vista della Cattedrale. La scenografica scalinata di via dell’Arringo introduce alla piazza del Duomo, creata con un terrazzamento ai piedi del colle Sant’Elia ed ampliata nel XII sec. per creare una quinta scenica chiusa, sul fondo, dalla chiesa, sul lato destro dalla facciata di Palazzo Ràcani Arroni, decorata da cinquecenteschi graffiti monocromi e, sul lato opposto, dall’abside della Basilica di Sant’Eufemia.

Al termine della scalinata, si può ammirare la scultura bronzea Stranger III, di Lynn Chadwick, anch’essa nella collocazione originaria della mostra Sculture nella città tenutasi a Spoleto nel 1962.

Sul lato sinistro della piazza si affacciano il Teatro Caio Melisso, il più antico teatro della città, sorto nel XVII sec. (ma con rifacimenti ottocenteschi) e intitolato al commediografo spoletino amico di Mecenate, bibliotecario di fiducia di Augusto, e la chiesa di S. Maria della Manna d’Oro, eretta in segno di ringraziamento alla Vergine che protesse la città nel corso degli avvenimenti del 1527, culminati con il sacco di Roma.

Entrambi gli edifici sorgono sull’area dove avrebbe dovuto ergersi il Palazzo della Signoria, grandioso edificio trecentesco poggiante sul piano della sottostante piazza della Signoria e rimasto incompiuto al livello della piazza del Duomo.

Cattedrale

La Cattedrale, ricostruita alla fine del XII sec., sostituì l’antico edificio di S. Maria del Vescovato, dell’VIII – IX sec., eretto sull’area di un primitivo tempio cristiano dedicato al martire Primiano.

Sulla facciata, impreziosita dal mosaico di Solsterno, si aprono le arcate del portico fatto realizzare nel 1491 da Ambrogio Barocci, celebre maestro che aveva lavorato nella splendida residenza ducale di Urbino al fianco di Francesco di Giorgio Martini.

L’utilizzo di materiali cromaticamente contrastanti – le pietre bianca e rosata dei monti intorno Spoleto – fa cogliere a pieno l’effetto chiaroscurale e la minuzia decorativa dei rilievi eseguiti da maestranze lombarde esperte in questo tipo di arte, come testimoniato dai documenti conservati negli archivi.

La cripta di S. Primiano, del IX sec., rappresenta un eccezionale monumento alto medioevale, unico elemento rimasto dell’antica sistemazione degli edifici della cattedrale, cui si accede dalla canonica. Essa conserva affreschi coevi che potrebbero illustrare Storie di san Benedetto e santa Scolastica, e presenta una copertura con volta a botte.

Croce dipinta di Alberto Sotio 1187 – DUOMO SPOLETO

All’interno del Duomo sono presenti numerosissime opere di assoluto rilievo. Alla fine della navata destra si può ammirare la Croce dipinta di Alberto Sotio (1187), nell’iconografia del Cristo vivo (triumphans) che si sviluppa nel XII sec. in Italia centrale. Al Museo del Ducato si conservano altre Croci provenienti dalla collezione comunale, dei secoli XII-XIV, sia del tipo di quella del Sotio che del modello di croce con il Cristo sofferente (patiens), con il capo reclinato sulla spalla, che si affermerà a partire dal XIII sec.

L’abside presenta un notevole ciclo dipinto con Storie della Vergine affrescato da Filippo Lippi tra il 1467 e il 1469.

Abside Duomo di Spoleto – Particolare Affreschi delle Storie della Vergine di FIlippo Lippi
Abside Duomo di Spoleto -Affreschi delle Storie della Vergine di FIlippo Lippi

Particolarmente interessante anche la cappella di Sant’Anna, costruita nel XIV sec. come ampliamento del braccio sinistro del transetto, che custodisce tracce di affreschi dal Trecento al Cinquecento. Particolare attenzione meritano anche le cappelle Eroli e dell’Assunta (all’inizio della navata di destra), con affreschi del Pintoricchio e Jacopo Siculo, la cappella della S. Icone (nel transetto destro), al cui interno è la preziosa tavoletta donata nel 1185 dall’imperatore Federico Barbarossa alla città, in segno di pace, e quella delle Reliquie (al termine della navata di sinistra).

In quest’ultima è conservata la lettera autografa di san Francesco a frate Leone. Dopo le sacre spoglie, custodite in Assisi, le reliquie più preziose di Francesco sono i suoi autografi. Ne esistono soltanto due ed uno è, appunto, questo di Spoleto: un piccolo foglietto rettangolare di pergamena, tratta da pelle di capra, che misura cm 13×6, formato da diciannove righe e perfettamente conservato. L’altro è la cosiddetta chartula, scritto dopo la stigmatizzazione sul monte Verna (1224), conservato nella Basilica di Assisi.

BASILICA DI SAN SALVATORE

La Basilica di San Salvatore, secondo il grande storico spoletino Sordini, rappresenta il maggiore monumento spoletino dell’antichità.

Di probabile origine funeraria, venne inizialmente dedicata ai martiri Concordio e Senzia, accomunati non solo perché sepolti in luoghi vicini, ma perché ad entrambi si attribuirono virtù taumaturgiche. Le guarigioni improvvise, che inizialmente gli spoletini riconoscevano a Senzia, più tardi vennero collegate all’acqua saluberrima che sgorgava abbondante dal Colle Ciciano.

In un documento benedettino dell’815 la basilica risulta intitolata a San Salvatore, un cambiamento molto probabilmente da attribuire all’intervento dei duchi longobardi. Successivamente, viene citato come Monasterium Sancti Concordii. Nel Cinquecento sulle pareti interne dell’abside vennero realizzati alcuni affreschi che richiamavano il culto del Crocefisso, da cui derivò la nuova denominazione di Chiesa del Crocefisso.

A partire dal Novecento, infine, dopo ingenti lavori di restauro, la Basilica ha ripreso definitivamente l’attuale titolo di San Salvatore.

L’edificio presenta un impianto a tre navate, con presbiterio tripartito che, nella zona centrale, è coperto da una struttura a volta su base ottagonale, modificata nella tipologia a lanternino in epoca post-rinascimentale. Ai lati dell’abside si trovano due ambulacri anch’essi absidati, in origine ambienti di servizio per le funzioni liturgiche, come da tradizione architettonica orientale-siriaca, e oggi vere e proprie cappelle aperte. I due ambulacri, poiché sopravanzano in lunghezza l’abside maggiore che esternamente è rettilinea, creano una struttura di raccordo ad arco che dà luogo, sul retro, ad un particolare effetto di facciata.

Della decorazione interna non rimangono che stucchi in controfacciata ed alcuni elementi dell’apparato pittorico nell’abside. Qui, sul fondo della nicchia centrale, è dipinta una croce gemmata dalle cui braccia pendono delle catenelle con l’A e l’Ω, affiancata da finte riquadrature marmoree racchiudenti clipei, in tutto simile a quella raffigurata tra i due angeli nella cella del Tempietto sul Clitunno.

La chiesa presenta un consistente riutilizzo di spolia, ovvero materiale antico, di diversa provenienza, quali colonne, basi, capitelli, cornici; alcuni di questi vennero rilavorati, come i rilievi architettonici della facciata, la cornice nel presbiterio e i dadi all’imposta della cupola.

Nel corso degli ultimi restauri effettuati alla fine del secolo scorso è emerso che molti degli elementi scolpiti sono stati lavorati su blocchi di età classica, come il davanzale della finestra sinistra (che presenta l’iscrizione “AVO MATRI”) e l’architrave del portale maggiore (parte di una cornice utilizzata una prima volta come soglia di un monumento sepolcrale romano del I secolo d.C. il cui calco è visibile presso la Fondazione Cassa di Risparmio di Spoleto che ha finanziato i lavori).

La chiesa dal 25 giugno 2011 fa parte del patrimonio mondiale dell’UNESCO come parte del sito seriale “I Longobardi in Italia. I luoghi del potere (568-774 d.C.)”.

Il Sito comprende le più importanti testimonianze monumentali longobarde esistenti sul territorio italiano, che si situano dal nord al sud della penisola, laddove si estendevano i domini dei più importanti Ducati Longobardi che formarono quella che è stata definita la prima “nazione” italiana. In particolare, il Tempietto Longobardo a Cividale del Friuli (UD), il complesso monastico di San Salvatore – Santa Giulia, sede del Museo della città,  con l’area archeologica del Capitolium a Brescia, il castrum di Castelseprio-Torba con la chiesa di Santa Maria foris portas (VA), il Tempietto del Clitunno a Campello (PG), la Basilica di S. Salvatore a Spoleto (PG), la Chiesa di Santa Sofia a Benevento con il chiostro che ospita il Museo del Sannio e, infine, il Santuario garganico di San Michele a Monte Sant’Angelo (FG).

Rocca Albornoz

La Rocca Albornoz è un’imponente fortezza che sorge sul Colle Sant’Elia, in posizione strategica e dominante tutta la vallata spoletina. Edificata a partire dal 1359, fa parte di una serie di rocche volute da Papa Innocenzo VI per ristabilire l’autorità del Pontefice, che dimorava allora ad Avignone, nei territori dell’Italia centrale facenti parte dello Stato della Chiesa.

Per realizzare il suo progetto, il Papa inviò in Italia il potente Cardinale spagnolo Egidio Albornoz, dal quale il castello di Spoleto prende il nome, che affidò a Matteo di Giovannello da Gubbio detto “il Gattapone” la direzione dei lavori, protrattisi fino al 1370 circa. La fortezza spoletina fu dunque perno del sistema difensivo posto a controllo della Flaminia e da cui partivano le azioni militari volte al recupero dei territori dell’Umbria, delle Marche e della Romagna.

Divenuta negli anni anche residenza dei rettori del Ducato, dei governatori della città e dei legati pontifici, la Rocca si arricchì di decorazioni ed affreschi, molti dei quali andarono perduti a partire dal 1816, quando la struttura venne trasformata in carcere, funzione che mantenne fino al 1982.

In quell’anno furono avviati gli imponenti lavori di recupero e restauro che hanno restituito agli ambienti l’immagine originaria, pur con le inevitabili perdite evidenti, soprattutto, nelle lacune delle decorazioni pittoriche.

Il castello di Spoleto, di forma rettangolare e difeso da sei imponenti torri, consta all’interno di due cortili, il Cortile delle Armi, originariamente sede della milizia armata, e il Cortile d’Onore, riservato agli amministratori e ai governatori, ornato da un bel pozzo esagonale e circondato da un doppio loggiato dove rimangono numerose tracce di stemmi papali.

Elemento di collegamento dei due cortili è un fornice decorato alla fine del ‘500 con affreschi raffiguranti sei città appartenenti allo Stato della Chiesa. Notevoli sono poi gli ambienti che si affacciano sulla zona di rappresentanza, tra i quali spiccano il Salone d’Onore, l’ambiente più vasto della Rocca destinato ad ospitare cerimonie e banchetti, e la Camera Pinta, o “picta”, che conserva due bellissimi cicli ad affresco di genere profano databili tra XIV e XV secolo, tra i più notevoli dell’Italia centrale.

Vivo è ancora il ricordo leggendario della presenza di Lucrezia Borgia, figlia del Pontefice Alessandro VI che la elesse, appena diciannovenne, reggente del Ducato di Spoleto. Nel 1499 si fermò per tre mesi a Spoleto; nell’archivio cittadino c’è un documento con poche parole latine scritte di sua mano. Nel 1502, diretta a Ferrara, farà ancora una sosta in questa principesca dimora. Al “maschio” della fortezza, la torre centrale del castello di Spoleto rivolta verso la città, destinata ad essere fulcro di una estrema difesa, è rimasto il nome di Torre della Spiritata, forse in ricordo delle crudeltà e delle vendette della castellana.

Oggi è possibile visitare vari ambienti della fortezza: il Cortile d’Onore, il Cortile delle Armi, il Salone d’Onore e la Camera Pinta.

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All’interno della Rocca Albornoziana si trova il Museo Nazionale del Ducato,inaugurato nell’Agosto del 2007 in seguito al totale restauro degli ambienti interni della fortezza. L’allestimento occupa quindici sale storiche della Rocca ed è articolato su due livelli, a piano terra ed al primo piano del Cortile d’Onore.

Le opere ed i materiali, esposti secondo un principio cronologico, testimoniano la vitalità artistica e la sostanziale unità culturale del vasto territorio conosciuto per secoli col nome di Ducato di Spoleto, in un periodo storico compreso tra il IV e il XV secolo d.C. Reperti datati al IV-V secolo d.C., provenienti da aree funerarie e da edifici di culto, testimoniano lo sviluppo delle prime comunità cristiane del territorio e, in particolare, del fenomeno del monachesimo, diffuso in tutta la montagna spoletina.

Le preziose opere del periodo altomedievale illustrano la rilevanza politica e culturale che Spoleto assunse quale capitale di uno dei più importanti ducati longobardi della penisola italiana. In particolare, la sezione dedicata ai corredi tombali, provenienti dalla necropoli di Nocera Umbra, è di assoluto rilievo non solo per il pregio artistico, ma anche per la conoscenza dell’organizzazione sociale longobarda. La seconda sezione del museo ospita numerose sculture e pitture, alcune delle quali di gran pregio, realizzate a partire dal periodo romanico fino al Rinascimento, testimonianze dell’evoluzione artistica della città e del suo territorio. L’intero percorso espositivo è inoltre corredato da pannelli illustrativi che danno conto della funzione storica di ciascun ambiente attraversato.

Intorno alla fortezza si può percorrere il cosiddetto Giro della Rocca, un anello di un chilometro che rappresenta una delle più belle e frequentate passeggiate della città, da dove è possibile ammirare una sintesi dei suoi monumenti principali. Affrontandolo in senso antiorario a partire da piazza Campello, il Giro offre subito l’opportunità di notare i resti delle antiche mura romane.

Poco più avanti si scopre lo splendido panorama sul Monteluco e sul Ponte delle Torri, eretto in epoca medievale sui resti di una precedente struttura romana.

Fontana del Mascherone

Fontana di San Simone detta del Mascherone

La fontana (sec. XVII-XVIII) è una delle più caratteristiche della città ed è chiamata dagli spoletini semplicemente Il Mascherone, per via della imponente maschera umana coronata di alloro dalla cui bocca fuoriesce il forte getto d’acqua. Un’iscrizione informa di un restauro effettuato nel 1736 all’edicola che incornicia la vasca e la maschera, le quali sono invece seicentesche. Sulla destra è un’altra piccola fontanella che reca l’iscrizione BIBE VIATOR, un invito a dissetarsi alle sue freschissime acque rivolto al viaggiatore.

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Costruita nel Seicento, la fontana è un omaggio al generoso intervento di Papa Clemente XII che restaurò l’antico Acquedotto di Spoleto.

Arco di Druso e Germanico

L‘arco sorge a pochi passi da Piazza del Mercato, l’antico foro romano, di cui costituiva l’ingresso trionfale. L’iscrizione ancora visibile sulla fronte informa che fu eretto per iniziativa del senato spoletino nell’anno 23 d.C, in onore dei principi Druso e Germanico, rispettivamente figlio e figlio adottivo dell’imperatore Tiberio.

L‘arco è ad un solo fornice ed è composto da grandi blocchi squadrati di pietra, mentre le decorazioni sono oggi molto frammentarie. A partire dal Medioevo, esso fu inglobato negli edifici vicini, tanto che il pilone occidentale è ancora oggi non visibile, mentre quello orientale è stato riportato alla luce fino all’antico piano di posa, relativo alla pavimentazione del cardo maximus.

Ponte delle Torri e Fortilizio dei Mulini


Il Ponte delle Torri, tra le più grandi costruzioni in muratura dell’età antica, alto ben 80 metri e lungo circa 230,
 aveva funzioni di acquedotto, portando in città l’acqua del monte tramite il canale posto sulla sua sommità. Un’altra sua funzione, che mantiene ancora oggi, era quella di collegamento tra il centro storico spoletino e il Monteluco, grazie alla presenza di un camminamento che corre lungo il versante nord.

Realizzato in calcare locale e sorretto da nove piloni collegati tra loro da arcate ogivali, il Ponte non è facilmente databile, ma il suo aspetto attuale viene solitamente collocato tra il XIII e il XIV secolo.

I due sostegni centrali sono cavi e presentano al loro interno alcuni ambienti che fungevano da postazioni di guardia. Poco prima del finestrone c’è una rientranza nella muraglia con cardini ben visibili, una nicchia anticamente destinata alla sorveglianza dell’acquedotto. In epoca più recente, quando la città aveva la cinta daziaria, essa fu usata come guardiola del gabelliere che ispezionava i passanti per accertarsi che non introducessero in città generi assoggettati a dazio.

Il ponte, nel corso dei secoli, ha sempre affascinato viaggiatori ed importanti personaggi storici ed è ancora oggi uno dei monumenti più famosi e pittoreschi di Spoleto.

“Sono salito a Spoleto e sono anche stato sull’acquedotto, che nel tempo stesso è ponte fra una montagna e l’altra. Le dieci arcate che sovrastano a tutta la valle, costruite di mattoni, resistono sicure attraverso i secoli, mentre l’acqua scorre perenne da un capo all’altro di Spoleto. E’ questa la terza opera degli antichi che ho innanzi a me e di cui osservo la stessa impronta, sempre grandiosa. L’arte architettonica degli antichi è veramente una seconda natura, che opera conforme agli usi e agli scopi civili. E’ così che sorge l’anfiteatro, il tempio, l’acquedotto. E adesso soltanto sento con quanta ragione ho sempre trovato detestabili le costruzioni fatte a capriccio (…). Cose tutte nate morte, perché ciò che veramente non ha in sé una ragione di esistere, non ha vita, e non può essere grande, né diventare grande.”

Johann Wolfgang von Goethe (Viaggio in Italia, 27 Ottobre 1816)
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All’altro estremo del Ponte è il Fortilizio dei Mulini, presidio dell’acquedotto dove le acque alimentavano due mulini comunali prima di essere convogliate lungo il ponte. Da questo punto prendono il via il Giro dei Condotti e numerosi sentieri verso la montagna spoletina (cfr. Monteluco e oltre).

Oltrepassato il Ponte, si prosegue lungo il Giro da cui si può ammirare la pianura spoletina che fece esclamare a S. Francesco

“Nihil jucundius vidi valle mea spoletana”

S. Francesco

parole che si trovano ancora incise sul marmo del belvedere a Monteluco.  A metà del percorso, dove il Colle S. Elia è più vicino al monte, sopra un dirupo, c’è la cosiddetta Sedia del papa, un masso scavato a forma di poltrona, da cui si può ammirare in tutta la sua magnificenza la mole del Ponte delle Torri.

Teatro Caio Melisso

È il più antico teatro spoletino, costruito nella seconda metà del XVII secolo sfruttando una parte delle strutture dell’incompiuto Palazzo della Signoria.

Teatro Caio Melisso – SPOLETO

Il luogo cominciò ad essere interessato dalle rappresentazioni teatrali spoletine quando vi venne allestito uno “stanzone per le pubbliche commedie” ricordato già nel 1664.

Questo ambiente, nel 1668, prese il nome di “Nobile Teatro”, uno dei più antichi teatri italiani a palchetti.

Originariamente aveva una struttura lignea e nel 1751 venne arricchito di decorazioni pittoriche, sipari e scene, che gli conferirono un pregevolissimo aspetto.

Dopo il 1819, a causa del furto delle decorazioni settecentesche operate da ignoti restauratori fiorentini, l’aspetto del teatro era di qualità notevolmente inferiore e gli spoletini manifestarono il desiderio di averne uno più grande e più ricco, tanto che alcuni, nel 1853, tentarono di incendiarlo.

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La costruzione del Teatro Nuovo, ultimata nel 1864, sancì la decadenza del “Nobile”, che tuttavia dopo solo dieci anni venne rinnovato per volontà del Comune. Il progetto fu affidato all’architetto spoletino Giovanni Montiroli e nel 1880 il teatro venne riaperto con la nuova intitolazione a Caio Melisso, lo spoletino bibliotecario di fiducia dell’imperatore Augusto, scrittore, commediografo e grammatico.

Oggi la sala ha pianta a ferro di cavallo, tre ordini di palchi e loggione; il soffitto è decorato con dipinti raffiguranti Apollo e le Muse, mentre il sipario con la Gloria di Caio Melisso, entrambe opere di Domenico Bruschi.

Teatro Caio Melisso – Platea SPOLETO

Il teatro ha una capienza di trecento posti ed è considerato uno dei più eleganti in Italia, inoltre, ospita da sempre importanti spettacoli del Festival dei Due Mondi.

Teatro Romano

Il Teatro Romano venne costruito nella seconda metà del I secolo a.C. immediatamente all’interno della cinta muraria, e rimase in uso fino al IV secolo, subendo trasformazioni e restauri.

In epoca romana si aprì una profonda spaccatura nella gradinata, forse a causa di un terremoto. Durante l’Alto Medioevo sulla scena furono costruiti la chiesa di S. Agata e il palazzo della famiglia Corvi. Nel 1320 quattrocento Guelfi furono rinchiusi, e dopo due anni uccisi, nei corridoi del teatro, usati come carcere.

Nel 1395 nel palazzo Corvi si insediarono le monache Benedettine e il teatro, ormai interrato, divenne il chiostro del monastero.

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I resti furono esplorati per la prima volta nel 1891 dall’archeologo spoletino Giuseppe Sordini e furono riportati alla luce con scavi sistematici tra il 1954 e il 1960.

Il teatro è edificato su un grande terrazzamento artificiale ed ha un diametro di circa 70 metri, delimitato da un ambulacro semicircolare coperto con volta a botte; da questo si accede, attraverso tre ingressi, alla cavea, sulle cui gradinate prendevano posto gli spettatori. Il restauro della cavea ha ricostruito 27 gradini nella parte orientale sulla base dei resti ancora conservati, mentre nella parte occidentale i gradini sono stati realizzati in cemento armato.

L’orchestra è lo spazio semicircolare centrale che nei teatri romani era destinato a platea per gli spettatori di riguardo e non al coro come accadeva invece in Grecia. Quest’area conserva ancora alcune delle lastre di marmo policrome risalenti al IV secolo e provenienti da varie province dell’Impero. Intorno a tre dischi di marmo verde sono disposte a scacchiera lastre di marmo bianco, scuro e giallo.

La scena, che ospitava i fondali per gli spettacoli, fu fortemente alterata in epoca medievale dalla costruzione della chiesa di Sant’Agata.

Oggi il Teatro è inserito nel complesso che ospita il Museo Archeologico Statale ed è ancora utilizzato per spettacoli e rappresentazioni varie. L’accesso si trova lungo via Sant’Agata ma la vista d’insieme si coglie fin dall’esterno, dall’affaccio da piazza della Libertà, attraverso le arcate poste sul lato ovest.

Nel periodo estivo, soprattutto in occasione del Festival dei Due Mondi, il Teatro Romano torna alla sua funzione originaria, ospitando spettacoli di teatro e danza.

Torre dell’Olio

Annessa al cinquecentesco Palazzo Vigili, è la torre più alta della città, e trae il suo nome dall’antica consuetudine difensiva consistente nel gettare dalla sommità delle torri l’olio bollente sugli assalitori.

La torre attuale risale probabilmente al XIII secolo, ma un elemento difensivo affine esisteva nello stesso luogo già nel 217 a.C., quando le truppe cartaginesi di Annibale, in marcia verso Roma, vennero respinte dagli spoletini. La memoria di tale celebre avvenimento ha dato poi il nome alla porta che sorge proprio sotto alla torre, Porta Fuga.

Casa Romana

In via Visiale, tra via del Municipio e via Saffi, sorge la Casa Romana, posta su un terrazzamento immediatamente superiore a quello del foro.

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La prima campagna di scavi finalizzata al rinvenimento della domus venne effettuata dall’archeologo spoletino Giuseppe Sordini tra il 1885-86, grazie ai finanziamenti dell’ambasciatore inglese sir John Lumley-Savile; tuttavia a causa della mancanza di fondi, si dovette aspettare fino al 1912 per poter completare il recupero dei restanti ambienti. Durante lo scavo emerse un’iscrizione recante la dedica di una …Polla all’imperatore Caligola e ciò ha lasciato ipotizzare che la casa fosse appartenuta a Vespasia Polla, la madre di Vespasiano, nativa di Norcia e proprietaria di beni nel territorio nursino-spoletino. La domus è stata datata al I secolo d.C. e i suoi ambienti conservano ancora, oltre ai bellissimi mosaici pavimentali, lo schema tipico delle case patrizie in voga tra la fine dell’età repubblicana e l’inizio di quella imperiale.

Dopo un breve corridoio, si accede all’atrium, dove si trovano l’impluvium, sotto il quale è una cisterna, ed il compluvium, che si apre nel soffitto. Ai lati sono i cubicula e le alae, ambienti secondari che tuttavia presentano notevoli mosaici. In asse con l’atrium si trova il tablinum, la sala di rappresentanza della casa, fiancheggiato da due ambienti la cui decorazione musiva è probabilmente più tarda di quella degli altri pavimenti: l’ambiente a destra è il triclinium, disposto su un piano sopraelevato e ornato ancora oggi da una ormai frammentaria decorazione pittorica ad affresco; l’ambiente a sinistra mette in comunicazione con la zona dove sorgeva il peristilio,il giardino porticato interno alla casa del quale rimangono alcuni frammenti di colonne.

Sopra l’area della casa, si erge il Palazzo del Comune, tornato al suo originale splendore dopo gli impegnativi lavori di restauro eseguiti dopo il terremoto del 1997.

Fonte di Piazza del Mercato

La fontana fu costruita su progetto dell’architetto romano Costantino Fiaschetti tra il 1746 e il 1748. Presenta una scenografica facciata composta nella parte inferiore da semplici lesene, e in quella superiore da un frontone riccamente scolpito, nel quale spicca il monumento celebrativo della famiglia Barberini, eseguito nel 1626 su progetto di Carlo Maderno.

Una fonte pubblica nella piazza esisteva già in età comunale e fu ricostruita nel 1433: essa occupava lo spazio davanti alla fontana attuale, ma venne demolita nel 1746. Il luogo dove sorge la fontana odierna era invece occupato dalla chiesa romanica di San Donato, assai rovinata già nella seconda metà del ’500 e quindi sostituita dapprima da un orologio pubblico e poi, nel 1626, da un monumento dedicato ai Barberini.

Chiesa di San Pietro Extra Moenia

Al di là della strada statale n. 3 Flaminia, in corrispondenza dell’ingresso sud di Spoleto, una scenografica scalinata conduce a San Pietro, una delle più importanti chiese dell’Umbria e uno dei maggiori esempi del romanico in Italia.

In quest’area si estendeva una vasta necropoli arcaica e attendibili fonti storiche attestano che qui venne eretto un tempio dedicato a Pietro nei primi anni del V sec., in occasione del trasporto a Spoleto di reliquie delle catene del santo.

La forma attuale risale alla fine del XII – inizi del XIII sec., il periodo più florido dell’architettura romanica spoletina. Lo testimonia la preziosa facciata, unica superstite ai rifacimenti successivi che, alla fine del XVII sec., modificarono radicalmente l’interno. Essa presenta partiture orizzontali e verticali che incorniciano riquadri con bassorilievi figurati e motivi ornamentali. La decorazione scultorea appartiene alla stessa epoca, a parte i rilievi intorno alla porta centrale che sono riferibili all’avanzato XIII sec., come mostra la loro inclinazione al gotico.

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Gli affascinanti rilievi illustrano, in modo ricco e complesso, scene relative alla vita del santo apostolo ed episodi di intento moralistico tratti dalla novellistica medievale (ad esempio: la morte del giusto, la morte del peccatore, il leone e il boscaiolo, la volpe finta morta e i corvi, il lupo studente e il montone, il leone combatte contro il dragone, ecc). Tutto corrisponde ad un preciso programma iconografico che merita di essere studiato e ammirato. Di queste figure, lo storico Cesare Brandi ebbe a dire che esse erano state “modellate in pasta di pane e, lievitando, hanno perso i contorni”.

TERRITORIO

LE FRAZIONI DI SPOLETO

Chi dispone di maggior tempo, potrà spingersi più lontano nella campagna spoletina, disseminata di castelli e di paesi tutti più o meno provvisti di edifici antichi, con resti di mura, torri medioevali, artistiche chiese decorate da pregevoli affreschi.

Tempo previsto: 2-3 giorni

Verso NordEst  (Eggi – Bazzano – San Giacomo – Campello sul Clitunno – Pissignano)

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EGGI – BAZZANO – SAN GIACOMO

Percorrendo la nuova strada statale in direzione nord, una deviazione conduce ad Eggi, di origine romana; intorno all’anno Mille fu “corte” e poi “castello” del distretto spoletino.

Nel Medioevo fu uno dei più popolosi castelli del comprensorio e, come molti altri, tentò più volte di ribellarsi al potere di Spoleto.

Agli inizi del XVI secolo, approfittando delle difficoltà economiche di Spoleto, comprò la “cittadinanza rustica” per 2000 ducati d’oro.

Tra la metà del XVI e la fine del XVIII secolo conobbe un periodo di splendore grazie anche alla presenza di illustri cittadini che, dotati di cospicui mezzi economici, chiamarono numerosi artisti del tempo per abbellire le ville private, ma soprattutto le chiese del territorio.

Situate sia all’interno che all’esterno delle mura, le chiese di S. Maria delle Grazie, S. Michele Arcangelo e S. Giovanni Battista conservano affreschi di pregevole fattura.

Da qui è facilmente raggiungibile Bazzano, costituito dai tre nuclei di Bazzano Inferiore, Bazzano Superiore e Rocca di Bazzano o Rocca Manardesca.

Posti al centro delle due importanti direttrici viarie che collegavano Spoleto con le Marche, le vie Piancianina e Nursina, gli abitati conobbero la massima espansione in epoca altomedievale, periodo a cui risalgono le dirute mura dei castelli.

Riguadagnato il fondovalle si può raggiungere San Giacomo che conserva tuttora intatte le mura del castello. Qui, in un punto di incrocio tra i percorsi di pianura e quelli per la montagna umbro-marchigiana, sorsero, a beneficio dei pellegrini, un ospedale, documentato sin dal 1291, e l’annessa chiesa, affrescata nel 1526 da Giovanni di Pietro detto lo Spagna con un pregevole ciclo di affreschi raffigurante le Storie di S. Giacomo.

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CAMPELLO SUL CLITUNNO – PISSIGNANO

Dirigendosi verso nord, lungo la nuova strada statale, si giunge a Campello sul Clitunno, non un insediamento urbano a sé stante, ma un insieme di piccoli centri abitati e castelli, sparsi in pianura o fra i boschi delle montagne, ognuno dei quali con la propria gente, la propria chiesa, il proprio santo da venerare, la propria cultura vecchia di secoli.

Campello Alto è un abitato fortificato sorto intorno ad un castello che la tradizione vuole eretto nel X secolo; più in basso l’abitato si coagula intorno alla cinquecentesca chiesa della Madonna della Bianca.

Tornando lungo la strada statale, e oltrepassati i ruderi della chiesa dei SS. Cipriano e Giustina, si trova la piccola chiesa di S. Sebastiano, fatta costruire dalla popolazione di Campello come ex voto per lo scampato contagio dalla peste, che in Umbria ebbe una particolare recrudescenza tra il 1522 e il 1528.

Qui lo Spagna e la sua bottega dipinsero una serie di affreschi, il cui carattere di ex voto dimostra la pressante richiesta di intercessione in un momento di particolare diffusione del morbo.

castello-san-giacomo-4CAstello di Campello alto 3Castello di Campello alto 4N12DICEMBRE

Un luogo di autentico interesse è rappresentato dalle vicine Fonti del Clitunno, variante del giardino naturalistico all’inglese, di gusto romantico, diffusosi in Europa nei primi anni del XIX secolo.

Le sorgenti del Clitunno, prima di incanalarsi nell’omonimo fiumesi allargano in un delizioso laghetto circondato da rive erbose, alti pioppi e salici piangenti.

Anticamente le acque del fiume e del lago erano molto più abbondanti, tanto che l’imperatore Caligola risalì più volte il percorso del fiume con il suo battello.

Queste stesse acque erano sacre ai Romani che, lungo il corso del fiume, eressero templi, ville e terme, in onore di Clitunno, dio del fiume, assimilato a Giove.

Properzio, Virgilio, Silio Italico e Plinio il Giovane prima, George Byron, Corot e Carducci poi, celebrarono le bellezze di tali luoghi con le loro opere.

La sacralità dell’area è ulteriormente testimoniata dal vicino Tempietto, il più interessante monumento altomedievale dell’Umbria.

Dal 2011 il Tempietto è Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, come parte del sito seriale “I Longobardi in Italia. I Luoghi del potere (568-774 d.C.)” 

L’edificio è costruito per buona parte con materiali di recupero romani ed è composto da due ambienti sovrapposti. Il primo, a livello del suolo, funge da cripta e fa parte della primitiva costruzione, di discussa cronologia;

il secondo locale, un tempo accessibile ai lati da due rampe di scale terminanti in un protiro, fa parte della ricostruzione altomedievale. La facciata è caratterizzata da quattro colonne coperte di foglie.

Disegno dell’ Andrea Palladio

L’architrave riporta, in caratteri maiuscoli romani straordinariamente intagliati, l’iscrizione invocante Dio che doveva essere complementare a quella dei portici laterali, uno dei rarissimi esempi di epigrafia monumentale del primo Medioevo.

All’interno della cella dipinti murali di notevole qualità inquadravano l’edicoletta marmorea dell’abside, anch’essa in parte frutto del montaggio di elementi romani di reimpiego.

Sulla costa della collina sovrastante le Fonti del Clitunno si trova la frazione di Pissignano, divisa fra la parte più recente (XVI secolo) e il Castello di Pissignano, dell’XI secolo.

Esso conserva ancora intatto il perimetro delle mura, intercalato da possenti torri poligonali e da due torri-porta da cui si accedeva al borgo e al cassero fortificato.

La forma è quella triangolare, tipica dei castelli di pendio, con il vertice a monte e le torri disposte sugli angoli e sui due lati spioventi in posizione intermedia.

La torre di vertice è molto alta e slanciata, ma le funzioni difensive di maggior rilievo erano concentrate sicuramente nella torre pentagonale intermedia, utilizzata fin da epoca antica come campanile ed abside della chiesa di S. Benedetto.

All’interno si può ammirare il palazzetto pubblico con un bell’affresco rinascimentale, la chiesa del XVI sec. e Palazzo Trinci del XIV sec. Caratteristici gli antichi selciati in ciottoli di fiume e mattoni e le abitazioni addossate le une alle altre.

Nella parte moderna dell’abitato ogni prima domenica del mese si tiene il mercatino dell’antiquariato, dell’usato e del collezionismo, uno dei più importanti del centro Italia.

Verso NordOvest (San Sabino – Morgnano – San Brizio – Beroide – La Bruna – Castel San Giovanni – Castel Ritaldi – Giano dell’Umbria)

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SAN SABINO – MORGNANO – SAN BRIZIO – BEROIDE

Da Spoleto si percorre viale Marconi fino a Passo Parenzi: alla rotatoria si prende sulla destra e, giunti a una seconda rotatoria, si prosegue sulla sinistra per circa 1 km fino a raggiungere la chiesa di S. Sabino, dedicata al vescovo spoletino Sabino, morto martire verso il 310 e qui seppellito.

Il Santo fu tenuto in grande venerazione dagli Spoletini che edificarono, utilizzando materiale di recupero, una basilica sul suo sepolcro.

Il vescovo Sabino fu arrestato ad Assisi, e gli vennero amputate le mani; una matrona, di nome Serena, lo curò e il santo per gratitudine le guarì una nipote affetta da una grave malattia agli occhi.

Quando fu ucciso, Serena lo fece seppellire nel luogo ove poi sorse la basilica.

Parlano di lui e della sua chiesa Gregorio Magno, Procopio di Cesarea e Paolo Diacono, che ci narra della venerazione dei Longobardi per il santo.

Era particolarmente invocato da quanti dovevano partire per le campagne militari che, abitualmente, passavano la notte nella sua chiesa; quasi per certo S. Francesco ebbe in questa chiesa il sogno che lo convinse a cambiare vita.

La chiesa ha subito diverse trasformazioni. Il terremoto del 1767 procurò seri danni, tanto da rendere necessario l’intervento che mutò l’originaria struttura.

L’edificio attuale presenta una facciata di cui la metà superiore è frutto del restauro della fine del ‘700; le absidi, pur con i guasti operati dal tempo e dagli uomini, mostrano ancora l’assetto originario e colpiscono per i grandi blocchi romani di reimpiego.

L’interno ha tre navate, separate da colonne alternate a pilastri, e un presbiterio rialzato cui sottostà la cripta, con copertura a volta sostenuta da colonne romane di recupero dove è conservato il sarcofago che custodiva il corpo di S. Sabino. Interessanti alcuni capitelli protoromanici.

Proseguendo oltre la chiesa si torna in via Marconi, si oltrepassa Pontebari e si prosegue fino all’altezza del bivio per Morgnano dove si potrà visitare il Museo delle Miniere che, creato sulla struttura del Pozzo Orlando, uno dei punti di accesso alle gallerie delle vecchie miniere di lignite, propone ai visitatori oggetti, documenti, filmati, escursioni con la testimonianza diretta degli ex minatori

Una volta completata la visita, tornati indietro fino all’incrocio di Pontebari, si prosegue lungo la provinciale. Le deviazioni che si incrociano sulla destra conducono alle frazioni di Protte, Camporoppolo e Beroide, quest’ultimo munito di castello fortificato del XIV secolo.

Vicino all’abitato, nelle immediate vicinanze del diverticolo della via Flaminia, è la poco nota chiesa campestre di Sant’Antonio abate; l’interno, completamente affrescato, presenta nell’abside un quattrocentesco ciclo dedicato al popolare santo, patrono degli animali e dei pellegrini (chiedere le chiavi alla vicina casa padronale).

A circa quattro km si incontra la frazione di San Brizio, villaggio fortificato con un’interessante chiesa parrocchiale romanica dedicata al primo vescovo spoletino.

LA BRUNA – CASTEL SAN GIOVANNI – CASTEL RITALDI – GIANO DELL’UMBRIA

Continuando ancora lungo il rettifilo si incontra la frazione di La Bruna, sviluppatasi all’incrocio delle principali vie di comunicazione del territorio.

Qui sorge il Santuario della Madonna de La Bruna, gioiello rinascimentale edificato sulla riva del torrente Tatarena, a navata unica a pianta centrale coronata da tre absidi. Sopra l’altare maggiore è dipinta l’immagine della Madonna de La Bruna così chiamata per l’incarnato del volto, affresco attribuito a Tiberio Diotallevi di Assisi.

Da La Bruna si può raggiungere Castel San Giovanni, fortificazione iniziata nel 1376, con torri angolari cilindriche e quadrate.

Il paese antico è tutto dentro le mura della fortificazione che, insieme alle possenti torri angolari, risulta la meglio conservata della piana spoletina.

Sulla grande porta ad arco, due stemmi cinquecenteschi, quello papale e quello del cavaliere spoletino con la scritta “SPOL DOMM” (spoletino dominio).

Fino al 1964 il castello era circondato da un grande fossato. Sulla porta sono evidenti tracce dell’antico ponte levatoio.

Sopraelevata rispetto al piano della piazza, sorge la chiesa dedicata a San Giovanni Battista, più volte ricostruita, con una bella porta cinquecentesca e affreschi di Scuola umbra.

Il più recente restauro è stato effettuato a seguito del sisma del 1997. Da La Bruna la strada risale brevemente le propaggini dei Monti Martani e raggiunge velocemente l’abitato di Castel Ritaldi.

Un piccolo borgo adagiato in cima alla collina di Scigliano, alle pendici dei Monti Martani, sorto probabilmente come pagus romano, lungo il percorso che da Spoleto porta a Montefalco.

Da destra e da sinistra lo circonda un territorio ancora in gran parte agricolo con boschi e suggestivi declivi collinari coltivati a ulivo, vite e frutta.

Pittoresche stradine si inerpicano tra i colli e le macchie dove è assai piacevole passeggiare, pedalare con la mountain bike o cavalcare.

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La visione dei paesi che si scorgono è amena e si spazia con lo sguardo da Spoleto a Campello sul Clitunno, da Trevi a Foligno fino ad Assisi. Castel Ritaldi prende il nome dallo splendido castello dei Ritaldi.

Qui nell’XI secolo normalmente risiedeva un visconte con poteri amministrativi sul territorio che comprendeva numerosi castelli di cui alcuni tuttora abitati e altri parzialmente in rovina.

Insieme a Colle del Marchese faceva parte di un territorio denominato “Normandia”, piccola provincia autonoma all’interno dei territori della Chiesa.

Il centro storico è cinto dalle mura del Castello del XIII secolo ove merita una visita la chiesa parrocchiale di Santa Marina, edificata tra il XIV e il XV secolo, con all’interno la Madonna col Bambino in una mandorla di Serafini (1508), la Madonna del Soccorso attribuita a Lattanzio di Niccolò di Liberatore detto l’Alunno e un interessante affresco di Tiberio d’Assisi.

Nella piazza la chiesa di San Nicola, con un bel portale del 1486Fuori dal centro abitato percorrendo la strada per Colle del Marchese si incontra la pieve di San Gregorio in Nido, edificio romanico sorto intorno al 1141, con splendide decorazioni in bassorilievo sulla facciata e sul portale ad archi incassati, con una ghiera a motivi vegetali intrecciata con figure fantastiche.

In località San Quirico è stata ritrovata la Lex Spoletina (o Lex Luci) che proibiva il taglio degli alberi in un bosco sacro dedicato a Giove, reperto romano del III secolo a.C., oggi custodito nel Museo Archeologico di Spoleto.

Si giunge quindi a Colle del Marchese dove l’antica e nobile famiglia spoletina Parenzi ebbe vasti possedimenti.

Conserva tutt’oggi notevoli resti di mura e il bastione principale trasformato in torre campanaria. Il castello, edificato nel 1300 nel cuore della “Normandia”, ha pianta circolare con edifici d’epoca medievale.

Al suo interno si trova l’antica chiesa di San Pancrazio con l’abside pentagonale quattrocentesco.

Sulla parete di fondo, Vergine orante, incoronata da due angeli, affresco del XVI secolo del Melanzio.

Su una parete esterna una nicchia con busto marmoreo di San Pancrazio del XV secolo.

Nelle vicinanze si trovano la chiesa della Madonna della Stelletta, al cui interno si conserva un altare su cippo affusolato risalente all’VIII-IX secolo e la chiesa della Madonna della Selvetta.

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Si continua poi verso Macciano, fino a risalire a Giano dell’Umbria che sorge su una collina a 546 m. s.l.m., chiusa a sud dalla cima del Monte Martano (1094 m).

Il nome deriva molto probabilmente dalla presenza di un tempio pagano dedicato al dio Giano. Sicuramente oggetto di invasioni barbariche, il centro rifiorisce nel Medioevo ed estende il suo dominio su alcuni villaggi circostanti.

Dalla metà del Duecento fino all’inizio del XIX secolo, rimane, con alterne vicende, sotto il governo di Spoleto. Nel 1816 viene dichiarato comune autonomo e rimane tale anche dopo l’Unità d’Italia. Il castello mantiene molto pronunciata la sua fisionomia medievale.

Poco fuori le mura è il complesso monumentale di S. Francesco con la chiesa, risalente alla seconda metà del XIII secolo. L’esterno, in conci rosati con copertura a due spioventi, mostra una facciata sopraelevata rispetto all’originale.

L’interno, manomesso nel XVII secolo, è decorato da sei altari lignei di impostazione barocca, sormontati da pregevoli tele.

Gli affreschi della chiesa originaria sono stati recentemente ritrovati dietro alcuni altari e si aggiungono ai preziosi dipinti del XIV secolo conservati nell’abside e all’importante ciclo pittorico attribuito al pittore folignate Giovanni di Corraduccio (XIV secolo) nella cappella del Crocifisso.

Risalendo per i vicoli del castello si arriva alla piazza del Municipio, dove si affacciano il Palazzo Pubblico e la chiesa della Madonna delle Grazie edificata nel XIV e completamente trasformata nel XVIII secolo. Custodisce due pregevoli tele di Antonio Cavallucci (1794) e Andrea Polinori (1620) e resti della decorazione trecentesca sopra l’altare maggiore.

Sempre sulla piazza si innesta il corpo duecentesco della chiesa di S. Michele Arcangelo. All’interno tracce frammentarie degli affreschi absidali del 1501 e un crocifisso ligneo del XVI secolo.

L’Abbazia di S. Felice, raggiungibile attraverso una strada panoramica, è un gioiello di arte romanica di matrice benedettina tra i più interessanti dell’Italia centrale.

La chiesa mostra la sua originaria struttura romanica risalente al XII secolo. La facciata in conci rosati di San Terenziano, originariamente a quattro spioventi, è stata ampliata e alzata nel XVI secolo.

L’interno è a tre navate con volte a botte e presbiterio sopraelevato. Conserva una crocifissione del XVI secolo. La cripta, coeva al corpo principale, custodisce il sarcofago del IV-V secolo, con le reliquie del Santo.

Il carattere romanico della chiesa, nascosto da interventi settecenteschi, è stato riportato alla luce da un restauro del 1958. Il chiostro agostiniano, edificato nel XVII secolo, ha le arcate sorrette da robusti pilastri quadrangolari. Gli affreschi sulle pareti raffigurano le Storie della vita di san Felice.

L’Abbazia è attualmente Centro di Spiritualità e Casa di Fondazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue, che abitano il cenobio dal 1815. Una statua bronzea posta davanti alla facciata della chiesa, opera dello scultore Franco Verroca, ricorda San Gaspare del Bufalo, fondatore dell’Ordine religioso.

Da visitare anche la rete dei piccoli borghi medievali che costellano il territorio di Giano, come Montecchio, Castagnola e Morcicchia, che costituivano una vera e propria rete fortificata di castelli a protezione del Ducato spoletino e che conservano ancora oggi significative vestigia del loro passato.

Montecchio è un importante castello, in posizione dominante sull’antica via Flaminia, già fortificato nel X secolo. Sulla piazzetta si affacciano il piccolo Palazzo della Comunità del XVI secolo e la chiesa di San Bartolomeo, con frammenti di affreschi di Scuola umbra e un interessante paliotto lapideo, datato 1430. Fuori dell’abitato si trovano la piccola chiesa di S. Rocco e resti di un edificio, usato sin dal XIV secolo come ospedale, e, a circa 1 km, resti di una imponente villa romana di età imperiale in fase di scavo.

Castagnola, il castello conserva porzioni di mura e impianto medievale. All’interno è visibile l’antica torre di sentina trasformata in torre campanaria e la chiesa di S. Croce, di probabili origini trecentesche.

Poco lontano dall’abitato sorge il Santuario della Madonna del Fosco, di impianto ottocentesco, costruito intorno ad una cappella votiva del XV secolo, affrescata dal pittore eugubino Ottaviano Nelli, in ricordo di una apparizione della Vergine.

Morcicchia, dell’antico castello rimangono il Palazzo pubblico, una cisterna per la raccolta delle acque e significativi resti della cinta muraria. All’interno del borgo si trova la piccola chiesa di S. Silvestro, del XIV secolo, manomessa pesantemente a metà del ‘900.

Poco lontano è visibile una possente torre, antico residuo del Castello di Clarignano, in rovina già nel XIV secolo.

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– uscita Terni, poi SS 3

In autobus
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