Maclura o Arancio degli Osagi, Maclura pomifera

Nome comune: Maclura o Arancio degli Osagi

Famiglia: Moraceae

Pianta monoica/dioica: dioica

Portamento: arbustivo/arboreo

Foglie: decidue, ovato oblunghe, con margine seghettato hanno un
caratteristico colore rossastro – rosso scuro, che mantengono fino alla caduta

Fiori: infiorescenze maschili e femminili sferiche di diametro 2-3 cm

Frutti: grossa infruttescenza tondeggiante simile ad un’arancia
con diametro 8-16 cm, di colore verdastro o verde-giallastro con
superficie irregolare rugosa e pelosa

Periodo di dispersione del polline: G F M A M G L A S O N D

Impollinazione: entomofila

La Maclura pomifera è originaria del Nord America (parte centrale degli Stati Uniti) dove viene chiamata Osage orange (arancia degli Osagi), dal nome della tribù di nativi che risiedeva nella zona di crescita di questo albero.

Nel 1818 venne introdotta in Europa e nel 1827 in Italia, dove ebbe una certa diffusione soprattutto in Toscana e nel Lazio.

Si suppone che fino alla fine del pleistocene il frutto fosse consumato dalle megafaune americane (ignota ancora la specie esatta) che così provvedevano alla distribuzione della pianta. Infatti, grazie ai pollini fossili è noto che la pianta era un tempo molto più diffusa nel continente, così come oggi è coltivabile con successo in quasi tutti gli Stati Uniti continentali e buona parte del Canada meridionale, mentre nel ‘700 era limitata ad una fascia del Texas nordorientale (con una piccola popolazione relitta a Chisos nel Texas sud-occidentale), Oklahoma e Arkansas, con popolazioni isolate del Kansas centro-meridionale (probabilmente importata in epoca precolombiana dagli indiani per costruire archi). In natura la pianta fa fatica a riprodursi e a diffondersi, visto che in mancanza di un animale che ne mangi e disperda il voluminoso frutto, questo cade vicino alle radici della pianta madre.

Nella sua regione d’origine, il Nord America, maclura era ben nota ai nativi, in particolare Osagi (ma anche Comanche e Kiowa), e impiegata nella costruzione di archi, tintura dei tessuti, nonché come rimedio contro le congiuntiviti e infiammazioni degli occhi. Il colorante ricavato dalla corteccia e dalle radici si usava per tingere il volto con un colore giallo limone nei rituali degli Osage, tribù dalla quale prende il nome (giallo Osage).

Il legno, durissimo ed elastico, ma dal gradevole colore ocra e dotato di bellissime venature più scure, può essere utilizzato per creazioni artigianali pregiate o per la realizzazione di attrezzi durevoli, oltre ai già menzionati archi. Infatti, il nome dato alla pianta dai primi coloni francesi fu “bodarc”, ovvero la contrazione di “bois d’arc”.

Il frutto è apprezzato dagli scoiattoli, mentre negli esseri umani, seppur non velenoso, causa il vomito e non è commestibile.

Negli Stati Uniti ha conosciuto sin dal primo Ottocento una certa diffusione, sia perché se potata e tenuta a livello arbustivo grazie alla caratteristica spinosità forma ottime siepi, capaci di tenere a bada il bestiame e di fungere da frangivento, sia perché è ornamentale, sia perché il suo legno dalla grande capacità di non marcire anche in ambienti saturi d’acqua era prediletto per la costruzione di pontili, ponti ferroviari e altri manufatti durevoli che dovevano resistere all’acqua. Fu impiegata anche per le piccole imbarcazioni, soprattutto in Texas a metà Ottocento.

Durante la crisi del ’29, che negli stati del West coincise con un processo di erosione e desertificazione, fu scelta da Roosevelt come principale pianta per costruire ampie siepi e boschetti frangivento.

In Italia, a partire da metà Ottocento, in seguito alla comparsa di una grave forma di infezione che colpiva le radici dei gelsi bianchi utilizzati in bachicoltura, si tentò di utilizzarne le foglie nell’alimentazione del baco da seta, ma con poco successo, vista la scarsità di nutrienti rispetto alla foglia del gelso.

Oggi è utilizzata come pianta ornamentale e per realizzare siepi invalicabili. Raggiungendo dimensioni ragguardevoli come esemplare isolato, l’albero adulto perde in gran parte la spinosità.

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