Visitare i 10 borghi tra i più belli del Piemonte

“Dolci colline, monti e piccoli centri abitati , edifici e architetture di grande armonia. Il Piemonte è la meta ideale per chi cerca una vacanza all’insegna della tranquillità, della buona tavola e della cultura. Tra panorami spettacolari e cittadine Unesco, ecco i 10 borghi più belli da visitare per conoscerne l’anima più autentica di questa terra d’ITALIA.

Orta San Giulio

Orta San Giulio

Un piccolo comune di Orta San Giulio si affaccia sul Lago di Orta e comprende anche uno splendido isolotto in mezzo al lago stesso. Il centro del paese è pieno di piccole viuzze e scorci caratteristici. Al centro c’è inoltre la bellissima Piazza Motta, affacciata sul lago e circondata da splendidi edifici storici porticati tra cui il Palazzo della Comunità della Riviera di San Giulio risalente alla fine del XVI secolo.

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Usseaux

Usseaux Photo by F. Ceraglioli

Un delizioso borgo di appena 191 abitanti che si trova nella città metropolitana di Torino. Il territorio comunale è interessato dal Parco naturale Orsiera – Rocciavrè e dal Parco naturale del Gran Bosco di Salbertrand. Usseaux ospita alcuni edifici, per la maggior parte ristrutturati, che risalgono al 1700, come ad esempio il forno, il lavatoio ed il mulino.

Ostana

Ostana Photo by S. Pasquetto

Uno dei comuni più piccoli che conta solo 74 residenti e che si trova in provincia di Cuneo, nella Valle Po. Il territorio di Ostana offre un gran numero di itinerari accessibili a tutti, ottimi per un turismo slow a piedi o in bicicletta in completa immersione nella natura e nelle montagna

Neive

Neive

Neive è stato abitato fin dal Neolitico, circa 5000 anni fa. Il suo territorio, occupato da fitti boschi e ricco di acque, fu invaso dai Liguri che vi si stanziarono, tenendo testa alle genti galliche, fino all’arrivo dei Romani, intorno al II secolo a.C.

Neive era attraversata dalla Via Aemilia, fatta costruire nel 109 a.C. dal console Scauro, per collegare Acqui con Alba; il paese deve il proprio nome ad una nobile famiglia romana, la “gens Naevia” o “Naevii”, della quale fu possedimento. Le vicende storiche di Roma antica non ebbero qui che una lontana eco, essendo questa terra di confine; tuttavia nei primi secoli dopo Cristo non erano infrequenti le scorribande dei barbari.

Dopo la caduta dell’Impero romano d’occidente, nel V secolo, il territorio fu invaso dai Sarmati che vi restarono fino all’arrivo dei Longobardi nel VI secolo. Sotto l’impero di Carlo Magno, il paese fu ceduto come feudo.

Alla caduta del Sacro romano impero, arrivarono gli Ungari e poi i Saraceni. A quest’epoca risale la costruzione del primo castello fortificato, oggi scomparso.
Neive e l’albese furono liberati da Ottone I di Sassonia intorno alla fine del X secolo; a questo periodo risale l’istituzione della “cella Nevigiensis”, un Monastero benedettino che dipendeva dall’abbazia di Santa Croce in Mortara (AL), del quale resta oggi solo la Torre campanaria di stile romanico. Sappiamo che, tra i secoli XI e XIII, il feudo neivese fu diviso tra alcuni Signori locali, in particolare i De Revello; si diede statuto di Comune intorno all’anno 1190 e seguì nelle loro vicende ora il Comune di Alba ora quello di Asti tra i quali era diviso, nonché le continue lotte tra le due città eterne rivali.

Nel 1274, a causa di una lite tra Asti ed Alba, il castello di Neive fu preso d’assalto e distrutto per dispetto. Nel XIV secolo Alba ed Asti furono dilaniate dalle lotte tra guelfi e ghibellini: nel 1387 Neive seguì Asti sotto la Signoria di Giangaleazzo Visconti, divenendo dote della figlia di lui Valentina che andò sposa al Duca d’Orléans. Rimase così fino al 1512; in seguito fu dominio di Francesco I, di Carlo V di Spagna e, nel 1530, passò a Carlo III di Savoia. Dal 1560, dopo circa 17 anni di usurpazione francese, tornò nelle mani dei Savoia, con Emanuele Filiberto e suo figlio Carlo Emanuele I. Nel 1618, sotto il suo regno, Neive divenne feudo assegnato al conte Vittorio Amedeo Dal Pozzo, già Marchese di Voghera Vittorio Amedeo dal Pozzo che assunse il titolo di primo conte di Neive.

L’ultima contessa di Neive, Maria Vittoria, andò in sposa al figlio secondogenito del primo Re d’Italia Vittorio Emanuele II, diventando per un breve periodo anche regina di Spagna. Con Casa Savoia, Neive, seguì le sorti del regno fino alla costituzione della Repubblica Italiana.

Garessio

Garessio

Ancora in provincia di Cuneo si trova un borgo che non è solo tra quelli più belli d’Italia, ma anche tra le Città decorate al Valor Militare per la Guerra di Liberazione. Il piccolo comune piemontese è il punto di partenza ideale per decine di sentieri che solcano le Alpi Marittime. Tra questi il “percorso rosso” che da Garessio arriva al Castello di Casotto e il “percorso blu” che da Garessio porta fino a Ceriale.

Vogogna

Il toponimo potrebbe trarre origine dal nome dall’antico popolo che abitava queste terre prima dei Romani, i Galli Agoni: Vallis Agonum, valle degli Agoni. Una lapide risalente al 196 d.C. testimonia la presenza romana a Vogogna e l’esistenza di una strada romana, di cui ignora il nome ma che viene convenzionalmente detta via Settimia. Questa strada collegava l’Ossola e il passo del Sempione con Novaria e Mediolanum. L’epigrafe, molto danneggiata e solo parzialmente leggibile si trova tra il ponte della Masone e Dresio testimonia dei lavori di ristrutturazione di un tratto di strada.

Il paese, citato per la prima volta in un documento notarile del 970 d.C., rimane un villaggio di contadini fino al XIII secolo, quando Vogogna, per la sua collocazione geografica, viene scelto come capoluogo dell’Ossola Inferiore, in seguito ad un’alluvione che distrugge Pietrasanta”.

Nel 1014 l’imperatore Arrigo II dona il contado dell’Ossola al vescovo di Novara. Vogogna diventa vassalla di Vergonte, poi Pietrasanta. A seguito della distruzione di quest’ultima (1328) a causa di una disastrosa alluvione, diviene il centro della vita politico-amministrativa della Bassa Ossola e quindi sede della Giurisdizione dell’Ossola Inferiore che comprendeva le Quattro Terre: Masera, Trontano, Beura e Cardezza, conservandola fino al 1818 quando il mandamento passerà a Ornavasso.

Visita a Vogogna

La visita all’antica capitale dell’Ossola Inferiore può iniziare, poco fuori del centro storico, dall’Oratorio di S. Pietro, la prima parrocchiale, di probabile origine longobarda, che custodisce preziosi affreschi quattrocenteschi. Nel cortile, il mascherone celtico da cui zampilla fresca acqua sorgiva è copia dell’originale custodito nel Palazzo Pretorio. Da S. Pietro si prosegue sulla statale e, protetti dal marciapiede, si riprende dopo una curva l’antico tracciato romano e medievale che porta in paese.

Si attraversa il rione S. Carlo con i suoi edifici sei-settecenteschi e s’imbocca la vecchia via De Regibus per raggiungere lo slargo dove sorgeva la seconda parrocchiale, crollata col suo campanile nel 1975. Si è salvato il portale rinascimentale, ora incastonato nella nuova torre campanaria che affianca la chiesa consacrata nel 1904.

Superato un ponticello, in corrispondenza della scomparsa Porta Superiore, si entra nel cuore del borgo, un tempo interamente murato. Sulla sinistra appare il torrione del castello mentre percorrendo la strada principale sulla quale nel Medioevo si affacciavano le botteghe, si arriva al Pretorio. Via Roma ha sulla destra una serie di edifici abbelliti da balconate secentesche, a sinistra un piccolo porticato, dove stava la casa del gabelliere indicata da un bel portale scolpito.

Il Pretorio è un palazzetto gotico sostenuto da archi acuti poggianti su tozze colonne, edificato nel 1348 e sede fino al 1819 del governo dell’Ossola Inferiore. Intorno al Pretorio si trovano le dimore più signorili, come Villa Biraghi Lossetti (1650) a fianco della chiesetta di Santa Marta. Dalla piazzetta del Pretorio si scende lungo via Lossetti verso la Porta Inferiore, abbattuta nel 1837.

Bello lo scorcio di cui si gode da vicolo Santa Marta. Scendendo poi nell’antica piazza Camillo, già al di fuori della cinta muraria, sulla destra si nota il retro di Casa Marchesa, la più antica abitazione nobiliare nel borgo (1350).

Il percorso piega quindi sulla destra lungo ciò che rimane delle antiche mura (via Sotto le Mura). Da qui si risale sul terrapieno dei contrafforti in via Sopra le Mura per ammirare l’angolo inferiore del borgo, chiamato in dialetto “Cantun Suta”. Un buio passaggio arcuato porta al settecentesco Palazzo dell’Insinuazione, da dove si raggiunge la suggestiva piazzetta del Pozzo.

Da qui si risale in via Roma per imboccare, sulla sinistra, il viottolo che conduce nell’altra parte del borgo, il “Cantun Sura”, le cui case addossate le une alle altre sembrano stringersi intorno al castello, raggiungibile attraverso una bella salita in parte a gradoni.

Il Castello Visconteo con la sua torre rotonda domina Vogogna dalla metà del XIV secolo. Terminata la visita, si prosegue per il sentiero che lo costeggia e risale il torrente, per avere la visione migliore dell’imponente edificio e dell’antico borgo con i suoi tetti in pietra, le “beole”. Una passeggiata di una ventina di minuti lungo la mulattiera porta alla vecchia frazione di Genestredo, dalle caratteristiche abitazioni rurali in pietra ricche di motivi medievali. Un’indicazione sul sentiero invita a raggiungere la Rocca di origine longobarda che, ridotta a romantico rudere, continua a dominare dall’alto l’Ossola Inferiore.

Chianale

Il piccolo borgo è una frazione di Pontechianale in provincia di Cuneo a 1800 metri d’altezza, vicino al confine con la Francia. In inverno il posto ideale per le scalate alle cascate di ghiaccio e sci nordico. Nella bella stagione invece per pesca nel torrente Varaita; la canoa e windsurf sul lago di Pontechianale; le escursioni e ascensioni nel gruppo del Monviso e ovviamente le bellissime passeggiate nella natura.

Ricetto di Candelo

Il Ricetto di Candelo è una struttura fortificata sorta per iniziativa e volontà precisa della popolazione candelese allo scopo di conservare e difendere i beni più preziosi della comunità:  gli edifici non sono stati abitati in pianta stabile ma è stato utilizzato come deposito per i prodotti agricoli in tempo di pace e come rifugio temporaneo per la popolazione in tempo di guerra o pericolo.

Il termine Ricetto deriva infatti dal latino “receptum” (ricovero, rifugio) e il ricetto di Candelo si è conservato proprio perché ha mantenuto nel tempo questa sua matrice rurale di custode della comunità contadina.

La Cinta muraria e le torri

La cinta muraria, che segue tutto il perimetro del complesso, è in ciottoli a spina di pesce (opus spicatum) con coronamento merlato (spessore circa cm.80). Alcuni coronamenti in cotto, con decori di mattoni posti a scalare, risalgono alla sistemazioni successive dell’impianto. L’unica via d’accesso al Ricetto è difesa da una poderosa torre-porta originariamente aperta verso l’interno e senza copertura. La torre porta presenta due aperture: un passo carraio (l’apertura più grande) e una più piccola per le persone. Agli angoli del borgo, garantivano la difesa altre quattro torri rotonde e, a metà del lato nord, una torre quadra detta torre di cortina.

Mombaldone

Poco più di 200 abitanti per questo comune nell’astigiano bagnato dalla Bormida di Spigno. Mombaldone è un’altra piccola perla del Piemonte tutta da scorprire. Tra le attività che qui si possono fare ci sono la mountain bike, trekking, escursioni e passeggiate nella Langa Astigiana, canoa sul fiume Bormida e poi un particolare sport tipico del posto, la palla a pugno.

Prodotti tipici di Mombaldone

Non è raro, quando si percorrono i tornanti tra Mombaldone e Roccaverano e poi si scende giù per San Gerolamo verso Monastero o si risale la Tatorba in direzione di San Giorgio, essere costretti a rallentare e a volte a fermarsi perché la strada è attraversata da un gregge di capre. Guidate al pascolo (a sco) da un cane e da un anziano contadino, si arrampicano sui calanchi più aridi o nelle forre più ripide e brucano arbusti, erbe e piante aromatiche che conferiscono al latte un sapore del tutto particolare. L’allevamento caprino, dopo un periodo di stasi, sta conoscendo oggi nuova fortuna, grazie soprattutto ai buoni guadagni garantiti dalla robiola dop e alle iniziative portate avanti a livello di Comunità Montana per aiutare i piccoli produttori a proseguire con determinazione sulla strada della qualità. E’ stata ormai eradicata l’artrite encefalitica, una malattia che portava alla morte di parecchi capi all’anno e diminuiva drasticamente le rese di latte, e sono state intraprese azioni concrete per il salvataggio della razza autoctona della capra di Roccaverano, da decenni a rischio di completa estinzione.

Ristoranti di chiara fama hanno poi scoperto la delicatezza della carne dei capretti della Langa Astigiana, che vengono allevati in gran numero e in buona parte macellati in occasione delle feste pasquali.Le aziende più importanti selezionano anche montoni da riproduzione, per garantire la sanità della razza e il mantenimento delle qualità tradizionali. La rassegna di Mombaldone è un bell’esempio di come antico e moderno, folclore e tecnologia possano andare d’accordo e costituiscano la molla del rilancio agricolo e gastronomico del territorio.

Monforte d’Alba

Monforte è di antichissima origine: infatti sono state rinvenute tracce di insediamenti risalenti al neolitico e frammenti d’epoca romana. Deve il suo nome al castello cinto da mura che sorse nell’Alto Medioevo sulla sommità del colle e che, nel 1028, secondo gli storici Glabro e Landolfo Seniore, fu espugnato dagli armati inviati dall’Arcivescovo di Milano, Ariberto d’Intimiano, per soffocare l’eresia catara diffusasi in loco coinvolgendo gli stessi feudatari. Gli abitanti di Mons Fortis, fatti prigionieri, furono condotti a Milano e costretti a scegliere tra l’abiura e il rogo; la maggior parte, coerentemente con i propri principi, si lanciò tra le fiamme. Non è azzardato supporre che la presenza del nome Monforte nella toponomastica di Milano sia da ricollegarsi a questa vicenda.

Dopo alterne vicende, il paese divenne, nel XIII secolo, feudo dei marchesi Del Carretto, cui più tardi subentrarono i marchesi Scarampi del Cairo. Nel 1703 fu conquistato dalle truppe di casa Savoia e passò quindi definitivamente al regno di Piemonte e di Sardegna.

L’attuale Palazzo Scarampi venne edificato a cura dei Del Carretto dopo il 1706 sul sito del maniero precedente e ristrutturato nel 1833.

Il nucleo storico di Monforte, disposto a ventaglio e arroccato attorno all’antico campanile (ciò che resta della vecchia parrocchiale), pulsa di rinata vita dopo i recenti restauri che hanno interessato molti palazzi nobiliari e borghesi. Una passeggiata nelle sue viuzze medioevali che salgono ripide, una sosta nei suoi locali di ristoro o nei suoi alberghi, dimostrano come questo centro di Langa, già noto nella seconda metà del Novecento per la sua gastronomia, abbia valorizzato il suo centro storico con molta attenzione al restauro e al recupero funzionale dei suoi edifici.le del terreno.

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