Visitare 10 borghi tra i più belli della Campania

Ravello

La storia di Ravello, nei suoi aspetti civili, religiosi, economici e turistici, presenta una ricchezza unica che permette al visitatore di cogliere elementi unici. Non è possibile visitare Ravello senza un collegamento al ruolo che la città ebbe nei vari secoli con le sue luci e ombre, con i suoi periodi di grandezza e con quelli di decadenza, ma sempre con un ruolo importante nell’ambito del territorio amalfitano.

Ravello, posta sul pianoro che divide la vallata del torrente Dragone da quella dove scorre il torrente Reginna, mostra intatte molte testimonianze della storia millenaria che l’ha vista protagonista con il Ducato di Amalfi sulla scena politica del Mediterraneo medievale.

La tradizione racconta che Ravello, come tutti gli altri centri della Costiera Amalfitana, risale all’arrivo di un gruppo di nobili romani, giunti qui in seguito al naufragio della propria nave lungo le coste della Dalmazia, avvenuto mentre si recavano a Costantinopoli. Ma le tracce archeologiche, anche se molto limitate, fanno pensare ad una frequentazione già in epoca classica con qualche villa, come se ne contano sulla costa.

La storia di Ravello acquista maggiore consistenza documentaria a partire dalla creazione della Repubblica marinara di Amalfi il 1° settembre 839, quando tutto il territorio intorno al centro costiero si riunì in Ducato.

La situazione mutò quando iniziò la semindipendenza del Ducato di Amalfi dal Regno Normanno (1073-1131), durante la quale si assistette ad un continuo sostegno da parte dei Normanni alle famiglie ravellesi più influenti per un controllo maggiore sulla nobiltà amalfitana. In questo periodo, oltre all’arrivo di uno stratigoto autonomo per la città di Ravello, Ruggiero favorì l’elevazione della città a Vescovado autonomo, direttamente dipendente dalla Santa Sede. Ma durante il periodo normanno ci furono due episodi che interessarono l’intero Ducato e che rappresentarono un momento di crisi; nel 1135 e nel 1137 i Pisani attaccarono il territorio e mentre nel primo episodio le truppe furono bloccate dalla poderosa costruzione difensiva di Fratte sul Monte Brusara e dall’arrivo dell’aiuto militare di Ruggiero, nel secondo episodio non si riuscì a fermare i nemici che devastarono il territorio.

L’epoca sveva (1194-1266) vide l’appoggio delle maggiori famiglie locali (i Rogadeo, i Frezza, i Bove e i Rufolo) a Federico II, ricevendone in cambio incarichi prestigiosi presso la corte.

Villa Rufolo

L’epoca angioina (1266-1398, anno di infeudazione del Ducato amalfitano) registrò la crisi più dura per l’intero territorio; la Guerra del Vespro, che scoppiata nel 1282 durò 20 anni, influenzò negativamente l’economia del Ducato, economia basata soprattutto sui commerci  marittimi. Da questo momento in poi molte delle famiglie trasferirono i loro interessi commerciali verso la Puglia e, soprattutto durante la prima parte del periodo dell’Infeudazione, la città fu funestata da lotte interne e più tardi anche con la vicina Scala.

Il feudo amalfitano passò dalle mani dei Sanseverino fino a quelle dei Piccolomini di Siena nel 1583 e molte delle famiglie più importanti si trasferirono definitivamente a Napoli, dove continuarono ad esercitare i commerci e gli incarichi presso la corte aragonese. Non tutti, però, lasciarono la natia Ravello, tanto che nel 1583 anche numerosi nobili Ravellesi parteciparono all’azione di riscatto del territorio amalfitano dal dominio feudale, pagando all’ultima discendente, Maria D’Avalos, vedova di Giovanni Piccolomini, che mise in vendita il ducato i 216 ducati aurei: la popolazione della Costa acquistò il possesso facendo divenire questa parte del territorio demanio reale.

Gli storici locali tacciono sui periodi posteriori al riscatto del territorio da parte degli abitanti, quasi che si fosse esaurito il ruolo dell’area nelle vicende storiche, ma anche se si assistette ad un periodo di crisi, determinata dall’allontanamento di molte famiglie da questi luoghi, essi continuarono a vivere e a partecipare alla storia dei secoli successivi. Il Decennio Francese, per esempio, produsse anche a Ravello ricadute negative a causa della riduzione dei siti religiosi e la soppressione di alcuni dei cenacoli monastici più antichi e attivi del territorio.

Costa Amalfitana vista da Ravello

Con i Borbone, invece, e con la costruzione della strada costiera da Vietri verso Amalfi, il territorio visse un nuovo momento di fortuna anche perché è questo il periodo della scoperta della Costiera da parte dei viaggiatori europei. Le vicende che accompagnarono, poi, l’unificazione dell’Italia videro anche il territorio di Ravello, anche se marginalmente, interessato dal fenomeno di brigantaggio, che soprattutto sulle montagne al confine con Scala registrò la presenza di qualche oppositore al potere politico.

Ravello, però, tornò alla ribalta politica nazionale sul finire della Seconda Guerra Mondiale. Infatti nella cosiddetta Villa Episcopio, proprietà del Principe di Sangro, trovò riparo Vittorio Emanuele III, arrivato qui da Brindisi. Avvenne in questo luogo la firma del passaggio di luogotenenza da Vittorio Emanuele III al figlio Umberto il 12 aprile del 1944 e il giuramento del governo provvisorio, con sede a Salerno, che traghettò l’Italia verso la Repubblica.

In Campania alla ricerca dei borghi dove è ancora forte l’eco della tradizione tra castelli medievali, fortezze e terrazze sul mare dove tutto è bellezza e cultura. Un viaggio nel passato con il tempo che ci accompagna scorrendo lento come da sempre. Qui le tradizioni sono forti e radicate nel territorio ela cucina ti delizia con il meglio che può offrirti una regione ricca di sapori come la Campania. Molti di essi sono inseriti all’interno della lista dei borghi più belli d’Italia. Ecco quali sono perché meritano una visita. 

ATRANI

Atrani è il più piccolo comune dell’Italia Meridionale per estensione territoriale e secondo solo a Fiera di Primiero, in tutta Italia.

Atrani

Per l’incantevole bellezza dei vicoletti, degli archi, dei cortili, delle piazzette, delle caratteristiche “scalinatelle”, delle abitazioni, poste l’una sull’altra, per l’atmosfera suggestiva della sera, quando le luci sono accese, Atrani è stato più volte adoperato come set cinematografico per film e spot pubblicitari entrando a far parte dei borghi più belli d’Italia. 

Atrani, a soli 700 metri dalla più nota Amalfi, è l’unico paese della Costiera a conservare intatto il suo antico carattere di piccolo borgo di pescatori. Le prime case si affacciano direttamente sulla spiaggia, per poi raccogliersi intorno alla piazzetta con la chiesa del San Salvatore e la fontana di pietra, salgono, infine, verso la valle e si arrampicano lungo le pendici rocciose della collina, attraversate dai giardini e dalle coltivazioni di limoni.

Isolata dal traffico automobilistico, protetta dalle sue antiche case dai balconi fioriti, la piazzetta di Atrani accede direttamente alla spiaggia ed al mare, attraverso l’antico passaggio creato per mettere in salvo le barche dalle mareggiate. Il rispetto e l’attenzione alla semplice vocazione originaria fanno, dunque, di Atrani un raro esempio di sviluppo turistico equilibrato.

 Vero e proprio centro vitale del paesino, è la piazza, luogo di incontri e di intrattenimenti: ai tavolini dei bar italiani e turisti di ogni parte del mondo, confrontano le proprie opinioni, imparano a conoscersi.

La Spiaggia Piccola, adorna delle barche e delle reti dei pescatori in bassa stagione, diventa, in versione estiva, ritrovo di giovani di tutte le nazionalità. Per i turisti e visitatori la scoperta del paesaggio dolce s’intreccia con la testimonianza della storia. La memoria del tempo è nell’identità architettonica di questo lembo di mondo che , nella forma di strade e piazze parla delle sue vicende passate. Un quid pluris che contribuisce a rendere questo piccolo “borgo” unico e, forse, prezioso come pochi altri.

L’etimologia

Non si conosce l’origine esatta del nome Atrani: 

  • secondo il Camera deriverebbe dal latino Ater, Atra, Atrum = oscuro, tetro, perché racchiuso tra due monti; 
  • secondo il Della Corte deriverebbe dal Praedium della Gens di atria = Possedimento degl’abitanti di Atria;
  • secondo altri autori deriverebbe da Atranes = Insediamento greco. 

Le origini

Le origini di Atrani sono ancora oggi sconosciute. Ricerche archeologiche hanno stabilito che nel I sec. d.C. lungo la Costa Amalfitana esistevano delle ville romane, le quali furono, però, coperte dal materiale che, eruttato dal Vesuvio nel 79 d.C., si era depositato sui monti circostanti e da lì, in seguito, era franato a valle. Nel V secolo d.C., a seguito delle invasioni barbariche, numerosi romani fuggiti dalle città si rifugiarono prima sui monti Lattari e successivamente lungo le coste, ove crearono degli insediamenti stabili. La prima prova documentata dell’esistenza di Atrani è rappresentata da una lettera del Papa Gregorio Magno al Vescovo Pimenio datata 596 d.C. 

MINORI

Anche se la presenza di Villae di età romana rinvenute a Minori, Tramonti, Positano e Li Galli,  testimoniano la vocazione ormai millenaria della Costa d’Amalfi quale luogo privilegiato per trascorrere lunghi periodi di riposo, esse, tuttavia, non giustificano l’ipotesi, più volte avanzata in passato, sull’esistenza nella città di Minori di un centro abitato riconducibile al I secolo d.C. 

Minori

Con la crisi della società romana, la villa di Minori, venne gradualmente abbandonata e sommersa dal materiale alluvionale portato a valle dalle piene del fiume Reginna.
La cronaca Reginna Minori Trionfante, redatta nella prima metà del Settecento dallo storico Pompeo Troiano, (principale fonte storica e documentaria per la città di Minori), riporta tra le altre cose, un dato molto interessante relativo allo sviluppo urbano della città nei primi secoli del medioevo. Il primo nucleo abitato si sarebbe, infatti, sviluppato nella località collinare di Forcella. Un dato condiviso dalle recenti acquisizioni storiografiche, secondo le quale la fondazione delle più antiche città della costa d’Amalfi sia stata preceduta dalla formazione di piccoli agglomerati  urbani sorti nelle zone collinari dei Monti Lattari; un territorio facilmente difendibile dalle incursioni degli eserciti barbari del V secolo d.C. Solo successivamente, con la il cessare di tale minaccia si registrò un graduale spostamento dei centri urbani verso la costa. 

Per la città di Minori tale fenomeno fu sicuramente favorito dall’invenzione delle reliquie della Vergine e Martire siciliana Trofimena, che la tradizione locale riconduce al 640 d.C. La costruzione di una prima chiesa eretta in suo onore facilitò un graduale spostamento del centro urbano verso il litorale e nei pressi dell’edificio ecclesiastico. 

L’antica Reginna Minor conobbe quindi un primo e graduale sviluppo urbanistico in età medievale. L’origine della città va ricercata nei secoli compresi fra il V e il VI, nel periodo in cui le aree interne della Campania furono devastate prima dalle invasione dei popoli di origine germanica e successivamente dalle distruzioni della guerra gotica. 

Diverse, inoltre, sono state le ipotesi sull’origine del toponimo Reginna, tra queste la più accreditata è quella di Pompeo Troiano,  che traduce il toponimo greco in frattura o valle, con un chiaro riferimento alla conformazione orografica della città. L’aggettivo Minor fu introdotto per differenziarla dalla vicina e più estesa Maiori. A partire dal XIII secolo, tuttavia, l’appellativo Reginna cadde in disuso, per il fenomeno delle formazioni neolatine, per le quali l’aggettivo tende a sostituire e a cancellare l’uso del sostantivo, con la naturale conseguenza che i due centri costieri furono da allora identificati semplicemente come Minori e Maiori.

NUSCO

Adagiata sulla cima di un monte a 914 metri s.l.m., su una superficie di 53,46 Km quadrati, Nusco ha meritato definizioni come Paese Meraviglioso, Cantuccio di Luce, Gemma del Val Calore, Balcone dell’Irpinia, Conca Paradisiaca, e Recondito Lembo di Svizzera Irpina.

Nusco

Incerta è l’origine del toponimo deriva, probabilmente, dalla voce popolare “musco” con la quale si indica il muschio, caratteristico del sottobosco . Il Di Cange fa derivare il nome da “Nusca “ equivalente a “fibula” , “ fermaglio “ , per essere il luogo quasi nodo tra le terre dell’Irpinia antica. Francesco Scandone invece è del parere che il toponimo possa derivare da quello originario attribuito al primo agglomerato urbano, “ Vicus Nubscus “, corrispondente a “ luogo ove si addensano le nubi”. Il Capobianco ritiene che derivi da “ Nuscentum” equivalente ad “ ager nucibus “ cioè “ noceto “ . Giuseppe Passaro segue il Du Cange, ma limita il significato di “ Nusca “ a quello di fermaglio, nodo, scrimolo dello spartiacque su cui si adagia il centro dell’abitato. E’ uno dei comuni più alti della provincia di Avellino ( è al terzo posto dopo Trevico e Guardia Dei Lombardi . Può sembrare strano che l’odierno piccolo centro, con i suoi circa cinquemila abitanti, vanti il titolo di “città”, ma risalendo alle cause storiche delle origini e dello sviluppo dei comuni italiani, la città di Nusco è tale da almeno dieci secoli, da quando cioè si poteva intravedere per essa un notevole sviluppo storico-economoco ( le città del Regno di Napoli erano di solito sedi vescovili : “Propie autem dicitur Civitas quae habet Episcpum “ . 

SANT’AGATA DE’ GOTI

Secondo gli studi storici più accreditati, sorge sul luogo dell’antica Saticula, città sannitica ai confini della Campania, ricordata nel 343 a.C., quando durante la prima guerra sannitica vi si accampò il console Cornelio, il quale rischiò di perdere l’esercito e fu salvato grazie all’abilità di Decio.

Sant’Agata de’ Goti
Chiesa dell'Annunziata - particolare dell'Annunciazione

Nel 315 a.C., durante la seconda guerra sannitica, Saticula fu assediata dal dittatore Lucio Emilio e fu presa da Quinto Fabio; nel 313 vi fu dedotta una colonia e durante la seconda guerra punica rimase fedele a Roma. Meno fondata appare la tesi che identifica Sant’Agata con l’altra città sannitica di Plistia.

Il nome attuale, Sant ‘Agata de’ Goti, risale al sec. VI d.C., allorchè i Goti, sconfitti nel 553 d.C. nella battaglia del Vesuvio, ottennero di rimanere nelle loro fortezze come sudditi dell’impero: una colonia di Goti si stabilì qui. La città fu presa dai Longobardi e fece parte del ducato dì Benevento; nell’886, come alleata dei Bizantini, fu assediata e presa dall’imperatore Ludovico II; nel sec. X divenne sede vescovile.

CASTELLABATE

Castellabate è una zona abitata fin dall’epoca preistorica (paleolitico superiore), come testimoniano i reperti in pietra rinvenuti ad Alano, San Marco e in località Sant’Antonio (nei pressi di Licosa). Tracce di vita nel periodo neolitico nell’area di Tresino sono attestabili dalle selci e un’ansa attribuibile alla cultura di Diana rinvenute.

Castellabate

Nel corso dei secoli sul territorio si insediarono poi diverse popolazioni come gli Enotri, che occuparono la fascia costiera cilentana nell’VIII secolo a.C. prima della colonizzazione greca. I greci trezeni, scacciati da Sibari, nel V secolo a.C. fondarono sul monte Tresino la città Trezene d’Italia. Altre testimonianze di una civiltà greca, come dimostrano i ritrovamenti in loco, si hanno sul promontorio di Licosa e dintorni, sede della città di Leucosia o Leukothèa. Da questa potrebbe derivare il nome della popolazione italica che nel IV secolo a.C. abitò la costa tra Poseidonia e Elea: i Leucanoi poi Lucani. I patrizi Romani, dopo la conquista della zona denominata integralmente da loro Lucania, costruirono numerose ville (di cui permangono i ruderi) nella regione della fascia costiera che va da Licosa a Tresino, che comprendeva il porto greco-romano della città di Erculia (San Marco).

Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente iniziò il lungo periodo delle dominazioni barbariche, caratterizzato da una certa instabilità fino all’avvento dei Goti di Teodorico e più tardi dei Bizantini. Nell’846 Licosa fu considerata una roccaforte di pirati Saraceni, che furono sconfitti proprio nella decisiva battaglia di Licosa da una coalizione di poteri locali che comprendeva tutti i soggetti danneggiati dalle incursioni musulmane: il Ducato di Napoli, il Ducato di Amalfi, il Ducato di Gaeta e il Ducato di Sorrento.

Le prime notizie ufficiali sul territorio risalgono al 977, quando il vescovo di Paestum Pandone vendette alcuni possedimenti terrieri che facevano capo alle chiese di Santa Maria de Gulia, Santa Maria Litus Maris e San Giovanni di Tresino a marinai di Atrani. In queste terre ci fu anche la presenza dei monaci basiliani profughi dell’oriente, la cappella di Santa Sofia ne è una testimonianza.

I Longobardi e i Normanni sono tra le popolazioni che hanno lasciato nella zona un forte segno tangibile della loro presenza. I Longobardi inizialmente depredarono queste terre, ma dopo la loro conversione al cristianesimo operata dai benedettini ne divennero i benefattori attraverso l’imposizione feudale. Essi, data la loro profonda devozione per san Michele Arcangelo, denominarono colle Sant’Angelo l’altura su cui sarebbe sorta Castellabate. Nel 1028 il principe Guaimario III di Salerno scacciò i Saraceni definitivamente[19]. Nel 1072 fu il principe longobardo Gisulfo II di Salerno a donare le terre di Castellabate all’abate della badia di Cava Leone I. Il lavoro svolto dai benedettini fu talmente meritorio durante la dominazione normanna, soprattutto per le bonifiche operate, che Guglielmo II di Puglia nel settembre del 1123 gli concesse il privilegio di costruire una fortezza per difendere le popolazioni locali dagli attacchi dei pirati saraceni, i quali compivano frequenti scorrerie nella zona.

FURORE

Le prime notizie certe che si hanno dell’insediamento abitativo indicano Furore come un semplice casale della Regia città di Amalfi. Il suo nome, verosimilmente, gli doveva derivare dal fiordo della sua Marina. Furore emerge dal completo anonimato con la compilazione del catasto carolino del 1752 che restituisce l’immagine di una piccola comunità costiera sparsa sul territorio, priva di terreni coltivabili e scarsamente abitata.

FIordo di Furore

Forse è per questo motivo che c’è chi sostiene che i primi abitanti di Furore fossero dei fuoriusciti di Amalfi, costretti a vivere in questo luogo così inospitale perchè indesiderati e mandati in esilio. Sia quel che sia, l’insediamento di Furore, fin da quando se ne ha notizia, è stato caratterizzato da un numero assai limitato di abitanti.

Furore è stato, per la sua particolare conformazione fisico-geografica, una roccaforte inattaccabile anche al tempo delle incursioni saracene. I suoi abitanti erano dediti alla pastorizia ed all’artigianato.

Il Fiordo ha rappresentato un porto naturale, nel quale si svolsero fiorenti traffici e si svilupparono le più antiche forme di attività industriali: cartiere, mulini alimentati dalle acque del ruscello Schiatro che scendeva dai Monti Lattari.

Alcune delle famiglie più importanti hanno dato il nome a luoghi e strade: Li Summonti. Le Porpore, Li Cuomi, Li Candidi. I summonti si trasferirono a Napoli verso il 1400. Ma lasciarono in Furore la loro impronta di uomini probi, costituendo una cospicua donazione di ducati con le cui entrate annue doveva maritarsi una “zitella povera e onesta” di Furore. I Furoresi erano, inoltre, tenuti a recare alla dimora napoletana dei Summonte, in segno di gratitudine e di rispetto “tre rotola di ragoste, bone vive et apte a riceversi”.

MONTESARCHIO

Alle pendici del maestoso monte Taburno, ai piedi della Valle Caudina, sorge Montesarchio, culla di storia e crocevia di antiche civiltà. con i suoi quasi 14mila abitanti, Montesarchio è il comune più grande della provincia beneventana e nel 1997 ha acquisito, con decreto del Presidente della Repubblica, il titolo di “città”.

Montesarchio

L’emblema della città è la monumentale fontana dell’Ercole alexicacos che si erge al centro della piazza principale. L’opera, risalente alla seconda metà dell’800, si compone di una base a pianta circolare con vasca, sormontata da un gruppo scultoreo rappresentato da quattro leoni e su di un podio la figura di un Ercole guerriero; lo stesso mitico personaggio che appare anche sullo stemma del comune. Il nucleo abitativo nel corso dei secoli si è sviluppato intorno alla via Appia, importantissima rete stradale di età romana percorsa dal Medioevo dai crociati in viaggio verso Gerusalemme.

Simboli delle antiche origini della città di Montesarchio sono la Torre e il Castello risalenti al 7° secolo, durante il periodo della dominazione longobarda. La Torre, che da il nome alla collina sulla quale sorge, fu fatta edificare come roccaforte contro l’esercito di Carlo Magno e successivamente fu affiancata dalla costruzione di un castello, in seguito distrutto dai Normanni, e ricostruito nel 15° secolo. La Torre ed il castello furono destinati a prigioni di Stato durante il regno di Ferdinando di Borbone. Nella Torre furono rinchiusi patrioti napoletani, tra i quali Pironti, Nisco e Carlo Poerio, un patriota e politico italiano. Ancora oggi è possibile visitare la cella nella quale scontò i dieci anni di carcere prima che la sua pena fosse commutata nella deportazione.

Casertavecchia

Casertavecchia (frazione di Caserta) è un borgo medievale che sorge alle pendici dei monti Tifatini a circa 401 metri di altezza e a 10 km di distanza in direzione Nord-Est da Caserta.

Piazza del Duomo Casertavecchia

Le origini di Casertavecchia sono ancora incerte, ma secondo alcune informazioni estrapolate da uno scritto del monaco benedettino Erchemperto, già nell’anno 861 d.C. esisteva un nucleo urbano denominato “Casahirta” (dal latino casa che significa villaggio e hirta che significa aspra).

Il borgo ha subito nel corso della storia varie dominazioni. Originariamente appartenente ai Longobardi, fu ceduto nel 879 al Conte Pandulfo di Capua. A seguito delle incursioni saracene e alle devastazioni di Capua, gli abitanti e il clero delle zone circostanti trovarono in Casertavecchia, protetta dalle montagne, un rifugio sicuro.

In questo periodo la popolazione aumentò in modo così considerevole da determinare il trasferimento della sede vescovile all’interno del borgo. Nel 1062 ebbe inizio la dominazione normanna che portò il paese al massimo livello di splendore con la costruzione dell’attuale cattedrale, consacrata al culto di San Michele Arcangelo. Con alterne vicende il borgo passò sotto la dominazione sveva con Riccardo di Lauro (1232-1266), il quale accrebbe l’importanza del borgo anche da punto di vista politico.

Nel 1442 il borgo passò sotto la dominazione aragonese, iniziando così la sua lunga e progressiva decadenza: a Casertavecchia restarono solo il vescovo e il seminario. Con l’avvento dei Borboni e la costruzione della Reggia, Caserta diventa il nuovo centro di ogni attività a scapito di Casertavecchia, alla quale, nel 1842, viene tolto il vescovado, anch’esso trasferito a Caserta.

ZUNGOLI

Il toponimo, sebbene nella versione Zuncoli, appare per la prima volta nel 1164, in occasione della consacrazione della chiesa di San Cataldo. Incerta è l’origine del nome: lo si attribuisce a un normanno, Leander Juncolo o Curalo, che sfruttò la posizione strategica per costruire un castello detto “Castrum Caroli”. Altre varianti associano il toponimo al greco Tsungos, cognome che era attecchito anche in Lucania.

Zungoli

Oltre a reperti risalenti all’età eneolitica, sono stati dissotterrati nel territorio manufatti di origine romana, fra i quali monete e cippi funerari e militari. Nella zona dell’odierna Zungoli, infatti, la via Herculea, ristrutturata da Marco Aurelio, metteva in comunicazione la via Traiana e la via Appia. Infatti a Zungoli era molto venerato san Cesario di Terracina, il santo tutelare degli imperatori romani; un culto che nacque e si sviluppò sulla via Appia. San Cesario era invocato contro le inondazione del torrente Vallone, nel ricordo della modalità di esecuzione del suo martirio (fu chiuso in un sacco e gettato nel mare).

Zungoli viene citato nel Duecento in relazione alla costruzione della fortezza. Il feudo, possesso degli Angioini, venne ceduto da Carlo I d’Angiò a Enrico di Valmontone. Poi il possedimento passò nelle mani dei de Gianvilla che lo conservarono fino al 1331. In quella data Filippo Siginulfo ne venne in possesso a seguito della morte della moglie Erarda de Gianvilla, e successivamente il feudo divenne proprietà di Raimondo del Balzo e poi dei suoi successori. Dal Cinquecento in avanti, dopo la parentesi di Consalvo da Cordova, la tenuta fu patrimonio di Francesco Loffredo e degli eredi fino all’abolizione della feudalità nel 1806.

Salvatore Susanna, primo cittadino di Zungoli ai tempi delle rivolte del 1820-21, dopo essere stato rimosso dall’incarico di capitano delle milizie venne esiliato nello Stato Pontificio perché sospettato di un ruolo attivo nei moti, e solo nel 1830 reintegrato nelle cariche da Ferdinando II, neosovrano del Regno delle Due Sicilie.

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