Gli effetti a lungo termine dell’era glaciale sulla biodiversità europea

La biodiversità europea avrebbe potuto essere ancor più ricca se non fosse stato per i drammatici effetti delle ripetute ere glaciali che interessarono l’Europa settentrionale fino a non più tardi di 10 000–15 000 anni fa. Gran parte del paesaggio nordico scomparve sotto una spessa coltre di ghiaccio per lunghi periodi di tempo, e molte specie si spinsero a sud, verso il Mediterraneo, o a ovest, verso la più mite costa atlantica, per cercare rifugio in ambienti meno ostili.

Con l’arretramento dei ghiacci alcune specie tornarono a colonizzare i vecchi territori, altre si diressero a nord per scoprire nuovi habitat in un ambiente post-glaciale radicalmente trasformato. Alcune si ritrovarono completamente isolate.

Questi “relitti glaciali” rimasero separati dal resto della popolazione e, con il tempo, si trasformarono in nuove specie e sottospecie quali la marmotta originaria dei Monti Tatra Marmota marmota ssp. latirostris o la foca dagli anelli di Saimaa Phoca hispida ssp. saimensis. Quest’ultima ora vive unicamente nel sistema lacustre di Saimaa nella Finlandia orientale, con una popolazione totale mondiale che non supera i 200 300 esemplari.

L’influsso predominante dell’uomo

Gli ecosistemi europei non sono solo il risultato di processi naturali, ma per migliaia di anni sono stati pesantemente influenzati dall’uomo. Probabilmente, in nessun’altra parte al mondo i segni dell’interazione tra uomo e natura sono altrettanto evidenti nel paesaggio.

Senza questo intervento l’Europa apparirebbe oggi del tutto diversa. In virtù del terreno, della topografia e del clima che lo caratterizza, l’80– 90% del continente sarebbe occupato da foreste. Eppure, solo un terzo dell’UE è ricoperto di alberi e quasi tutta l’area boschiva è ora gestita o usata per l’estrazione commerciale di legname.

Sono rimasti pochissimi lembi di foresta vergine naturale, spesso nascosti in luoghi remoti e inaccessibili, lontani dai luoghi abitati. In passato gli alberi venivano sistematicamente abbattuti per fare spazio a terreni agricoli e ad altri tipi di habitat che potessero risultare utili all’uomo.

Ciascuna valle o regione sviluppava i propri metodi e tradizioni per lavorare la terra, a seconda delle condizioni esistenti a livello locale.

Ortaggi e colture venivano piantati a rotazione per sfruttare appieno i terreni senza impoverirli. Il bestiame veniva condotto al pascolo, mentre frutteti e oliveti venivano piantati in appezzamenti sparsi intorno alle campagne.

Al giorno d’oggi esistono in Europa ancora più di 2 800 razze tradizionali di animali da allevamento, più che in qualsiasi altra parte al mondo, e alcune migliaia di varietà di alberi da frutto. Queste antiche razze e varietà si sono particolarmente adattate a sopravvivere in ambienti difficili—terreni acquitrinosi, steppe aride, pendii scoscesi—e, per tale motivo, costituiscono una preziosa risorsa genetica e un importante retaggio del passato.

Svariate pratiche agricole sono state mantenute per secoli a livello locale, tramandandosi di generazione in generazione. Col tempo si sono radicate fortemente nelle diverse culture, tradizioni e lingue che iniziavano a svilupparsi in tutta Europa. Esse, inoltre, hanno creato un mosaico meravigliosamente complesso di diverse tipologie di habitat, alternate ad ampie zone naturali ancora vergini.

Gran parte di questi habitat seminaturali ha sviluppato la propria varietà di piante e animali selvatici, che ha arricchito enormemente la biodiversità europea. A tutt’oggi metà della fauna e della flora europea è associata all’esistenza di habitat seminaturali quali praterie da fieno, brughiere o pascoli arborati, da cui talvolta dipende in tutto e per tutto.

FONTE @NATURA 2000 – Proteggere la biodiversità in Europa

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