Basicò Messina SICILIA

Borghi d’Italia

Il Borgo di Basicò, sito a solo 12 km dall’Uscita autostradale di Falcone (A 20) 450 mt s.l.m., dal quale si gode una splendida vista sul golfo di Milazzo e sull’incantevole arcipelago eoliano e tutt’attorno una viva memoria storica, tramandata per secoli e rimasta impressa nell’andamento tortuoso dei vicoli, delle piazze, dei quartieri, è il luogo ideale per godere di un turismo sostenibile, naturalistico ed escursionistico. Basicò, senza dubbio, e’ un luogo in cui il tempo acquista una dimensione particolare, giocata attraverso la trama fitta di continui rimandi che rimbalzano dal Medioevo al Settecento, all’antichità preellenica.

 ABACENA, PER COMINCIARE …

Due sono le ipotesi che si contendono il favore degli storici, circa l’origine di Basicò. La prima fa risalire la formazione del borgo, con un lento processo di sviluppo tipico degli agglomerati rustici, dai preesistenti casali sparsi sul territorio. La seconda accredita l’origine dell’abitato alla presenza di una comunita’ basiliana e ad un monastero, già intorno al 1150. La prima teoria è quella che convince di più. Soprattutto perchè consente di riallacciarsi all’esperienza della fiorente città di Abacena, legata nelle sue vicende a nomi come quello del mitico re Ducezio e ancora dei tiranni siracusani Dionigi e Gerone II.

Della leggendaria roccaforte sicula, che si pensa dovette essere fondata intorno al 1100 a.C. su delle alture strategiche, almeno stando alla derivazione del nome del punico Abac, ossia elevare, sappiamo molto poco. E il poco che sappiamo, vale a dire il groviglio di alleanze, battaglie, vittorie e sconfitte tra cui l’ultima e definitiva, ad opera di Cesare Ottaviano verso il 36 a.C., non riesce a rispondere alla domanda fondamentale: dove? Dove andare a scavare per riportare alla luce Abacena? Ciò che gli storici antichi tramandano è solo l’area entro cui ne erano compresi i confini, ma in quale sito esattamente sono sepolte le sue vestigia? In molti, a partire da Fazello, si sono detti concordi nell’attestare Abacena sotto le mura del castello di Tripi. Ma la soluzione proposta forse è solo una mezza verità. Infatti, le evidenze archeologiche rinvenute hanno confermato che sono troppo evidenti le analogie fra glia attuali territori di Novara di Sicilia, Tripi, Furnari, Montalbano Elicona e Basicò, perchè ciò non dimostri una matrice comune. Ossia l’eguale derivazione dalla civiltà abacenina.

Abacena non è un’unica città strettamente circoscritta, ma piuttosto un territorio con un sistema organico di piccoli agglomerati urbani ravvicinati, sul modello delle più antiche e celebri città greche organizzate in “ demi “, o di quelle latine.

 BASICO’ nella preistoria

Basicò ha un nome aristocratico che rimanda al greco Basilikòn, tempio o cappella regale. Quel che i sovrani aristocratici medioevali non potevano sapere è che questa parte di Sicilia presenta delle straordinarie attestazioni pre e protostoriche di cui è ricco il territorio di Basicò. Già tra la metà e la fine degli anni settanta, si sono susseguiti sul territorio diversi ritrovamenti di contrappesi di telaio in argilla, alcuni dei quali sommariamente decorati a incisione. Ne diedero conto fra gli altri anche Luigi Barnabò Brea e Madeleine Cavalier, infaticabili ricercatori delle più remote testimonianza archeologiche della “Sicilia prima dei Greci”.

Ciò di cui gli studiosi si accorsero subito era che si trattava delle tracce più superficiali di alcune stazioni molto antiche, risalenti al medio e tardo neolitico, ossia al periodo compreso tra la fine del IV e la metà del III millennio. I reperti di Monte Pito e Quattrofinaite, in gran parte industria litica e resti ceramici, testimoniano il contatto con le coeve culture oliane, mentre il fatto che si sia trovato molto materiale di risulta e pochi utensili ha fatto pensare ad una frequentazione solo stagionale.

La presenza di scopritori occasionali e tombaroli senza scrupoli, hanno invece distrutto per sempre vari resti di tombe a incinerazione, rinvenute a Quattrofinaite e Badiazza, sempre nel territorio basicotano, mentre in contrada Fontana Fondaco esistono tracce murarie di un insediamento di eta’ romano-bizantina.

 Dai Normanni all’Unità d’Italia

La svolta giunge quando dalle alture dei Nebrodi i suoi abitanti poterono assistere ai primi sbarchi normanni, approdati sulla costa tra Capo Tindari e Capo Milazzo nella seconda metà del Mille. Le tracce lasciate nel comprensorio dal predominio degli Altavilla non si contano, e ciò giustifica il fatto che il Demone sia stato giustamente definito come il più normanno dei tre Valli siciliani. L’interno e la fascia litoranea vengono collegati da una costellazione di torri e fortezze che presidiano le alture, mentre qua e là spuntano nuovi monasteri, poli produttivi di spicco nella scarsa economia medievale, controllati dalle nuove famiglie emergenti.

In questo scenario sorge a Basicò per volere reale, il convento delle Clarisse, Santa Maria di Basicò, retto da nobilissime dame fra le quali anche alcune parenti di Federico II. La sconfitta degli Svevi, l’avvento degli Angioini e la lotta con gli Aragonesi segnano il tramonto del casale Basicò e del suo convento, che ne subisce il saccheggio. Le suore scampate all’attacco si riparano dapprima Rometta Superiore e poi a Messina, nella zona, che oggi possiamo identificare come Piazza Basicò a monte della Salita S. Agostino, dove insiste la Fontana Falconieri.

Ribattezzato Casalnuovo, entra in una lunghissima stagione feudale che vedrà l’avvicendarsi delle famiglie dei Lancia (1350-1352), dei Marullo (1539-1541), ancora dei Lancia con i Saccano (1554-1647), dei Naselli ( 1648-1773), e dei De Maria (dal 1766 con investitura ufficiale nel giugno 1767), ultimi baroni che persero i diritti feudali nel 1812 con l’abolizione delle baronie in Sicilia.

Nel 1860 il vetusto feudo diventa Comune d’Italia con il nome di Basicò.

Beni Artistici

CHIESA DI SAN BIAGIO (XVI sec.)

Di questa Chiesa si ignora la data di costruzione, tuttavia, dalle line architettoniche, la si può collocare intorno alla fine del XVI secolo.

L’edificio è ad unica navata e, nel corso dei secoli, è stato più volte ristrutturato.

L’ultimo intervento fu eseguito, nel 1934, ad opera del Cav. Ignazio Foti. In seguito a questi lavori, l’interno della Chiesa venne totalmente stravolto: si eliminarono gli altari laterali sostituendoli con della mensole in cemento e si eliminò l’antico pavimento in cotto siciliano. Attualmente nella Chiesa si possono ammirare:

  • Altare maggiore in legno del XVIII secolo. Sull’altare statua lignea di S. Biagio del XVII secolo e sei candelieri in metallo (fig. 32).
  • Nicchia contenente statua in cartapesta del 1930 raffigurante la Madonna del Carmelo, opera di Matteo Trovato da Barcellona.
  • Nicchia contenente statua in legno del XVIII secolo raffigurante S. Pasquale Bylon.
  • Nicchia contenente statue lignee del XVII secolo raffiguranti la Vergine Maria e l’Arcangelo Gabriele.
  • Nicchia contenente statua in cartapesta del 1930 raffigurante S. Antonio da Padova, opera di Matteo Trovato da Barcellona.
  • In Sacrestia si può ammirare un lavabo in pietra tenera del XIX secolo.

Documenti Allegati:  Vedi allegato


 CHIESA DI SANTA MARIA: CRIPTE (XIII SEC)
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Dell’antico edificio sacro, risalente alla seconda metà del 1200, sono visibili solo le cripte, sepolture a nicchia visibili sotto il piano stradale e venute alla luce durante lavori di costruzione dell’attuale Municipio.

 CHIESA SAN FRANCESCO D’ASSISI (1607)

La Chiesa matrice di S. Francesco d’Assisi, fu costruita nel XVII secolo. In uno dei registri dell’Archivio parrocchiale così si legge: «Lo giorno della natività di Nostro Signore di 25 Dicembre 1607 si disse la prima Messa nella maggiore eclesia di S. Francesco. Lo seguente giorno di Santo Stefano si ci portao lo Santissimo Sacramento et li giogali et fonti battesimale et si cantao la missa. La Chiesa è dotata di cripta inagibile, perchè è stata totalmente riempita con materiale di risulta. Ad essa si accedeva da una scala coperta da lapide in marmo (fig. 1), posta al centro del transetto. Detta lapide, tuttora esistente e collocata in altro posto, riproduce lo stemma gentilizio dei Baroni De Maria ed il seguente epitaffio:

Alexander et Philippe De Maria
coniux et mater moerentissima
quo vestros condi cineres
ne mors separet
quos amor coniunxit
et nunc vivos cordi meo tenet
conditorium feci
Anno MDCCCL

Il campanile, posizionato a destra della facciata della Chiesa, fu costruito in varie riprese (1700, 1713, 1804) ed è oggi alto m. 22, al suo interno si trovano sei campane: la campana maggiore, fusa in Basicò, fu costruita nel 1752 con un peso di Kg. 180; la seconda fusa nel 1764, la terza nel 1831, la quarta nel 1843. Le altre due campane sono di proprietà del Comune e furono acquistate nel 1876, unitamente all’orologio.

La Chiesa matrice, come ogni Chiesa di antica erezione, disponeva di un ingente patrimonio artistico. Scorrendo, infatti, i volumi di «Introito ed Esito» custoditi nell’archivio parrocchiale si evince che, quasi annualmente, i procuratori della parrocchia commissionavano pezzi di argenteria, statue, quadri e quant’altro serviva per abbellire la matrice o per celebrare le sacre funzioni. Allo zelo dei pastori si univa anche l’amore dei fedeli che, attraverso donazioni, contribuivano a rendere più solenne l’edificio. Sarebbe, tuttavia, superfluo, oltre che complicato, citare le tante opere delle quali, purtroppo, ormai non vi è più traccia. In questa sede, pertanto, ci limiteremo ad elencare ciò che è stato custodito e che, a tutt’oggi, costituisce il patrimonio storico-artistico della Parrocchia.

Entrando nella Chiesa e percorrendo la navata laterale destra si possono ammirare:

  • – Altare in marmo bianco, con stemma gentilizio della famiglia Molino scolpito sul paliotto, dell’anno 1903. Sull’altare statua lignea di S. Vincenzo Ferreri dell’anno 1779.
  • – Altare in marmo bianco, con stemma gentilizio attribuito alla famiglia Foti, fatto costruire nell’anno 1903 a spese della Baronessa Agata Salvo. Sull’altare Crocifisso del XVIII secolo e statua dell’Addolorata in cartapesta, opera di Matteo Trovato di Barcellona, dell’anno 1931.
  • – Altare in marmo bianco, con stemma gentilizio attribuito alla locale famiglia Foti, fatto costruire nell’anno 1903 a spese della Baronessa Laura Galluppi Foti. Sull’altare grande tela della Madonna del Rosario del XVII secolo, raffigurante la Vergine Maria nell’atto di donare la corona del rosario a S. Domenico ed a S. Caterina. A contorno quindici riquadri rappresentanti i misteri del rosario.
  • – Altare in marmo del XVIII secolo, con splendido paliotto raffigurante la Vergine Addolorata. Nella nicchia posta sopra l’altare, grandiosa opera in gesso del XIX secolo, si trova la statua della Madonna di Basicò, opera in cartapesta del XVIII secolo (la statua è copia dell’originale, andata distrutta, che si trovava nel Monastero delle Clarisse di Basicò).
  • – Nel transetto si trova una tela raffigurante le deposizione di Gesù dalla Croce, opera di autore ignoto, del XVIII secolo. Ai piedi del quadro si trova una statua in cartapesta del XIX secolo, raffigurante il Cristo morente.
  • – Nell’abside laterale si trova un altare in marmo di diversi colori rimaneggiato nell’anno 1902. Sull’altare statua lignea di S. Francesco d’Assisi, opera di autore ignoto dell’anno 1736.
  • – Nella navata laterale sinistra si possono ammirare le seguenti opere d’arte:
  • – Altare in marmo bianco, fatto costruire nell’anno 1903, dalla Signora Adelina Bongiovanni Furnari. Sull’altare tela di S. Lucia eseguita, nell’anno 1952, da Antonio Calajò di Palermo.
  • – Altare in marmo bianco, fatto costruire nell’anno 1902 dai Sacerdoti Giuseppe Paratore e Giovanni Palazzolo, con paliotto in marmo recante al centro un bassorilievo in marmo bianco raffigurante le anime del Purgatorio. Sull’altare tela delle Anime del Purgatorio del XVIII secolo, commissionata dal Procuratore del Principe Naselli di Aragona, per scampato pericolo dalle insidie dei banditi nel bosco di Caronia. Detto principe lasciò anche un legato di 14 onze per una S. Messa da celebrare ogni primo lunedì del mese.
  • – Altare in marmo bianco, dell’anno 1902. Sull’altare statua lignea di S. Giuseppe del XVIII secolo.
  • – Nel transetto si trova una tela di autore ignoto, raffigurante l’Assunzione di Maria, databile intorno al XVII secolo. In sacrestia sono custodite una tavola della fine del XVI secolo raffigurante la visita di Maria a S.Elisabetta, due graziose tele del XVIII secolo, raffiguranti una S. Anna e l’altra S. Gaetano da Tiene ed una statua in cartapesta del XIX secolo riproducente il Cristo Risorto.

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Palazzo Baronale De Maria (XVI sec)


La presenza dei feudatari nelle terre di Casalnuovo, che ha come punto fermo il diploma del 17 Febbraio 1416 a favore dei Lancia (Lanza), dà per esistente, lungo la via di «franza», che arrivava davanti alla chiesa di Santa Maria, una consistenza pari a ventisette case, che tali rimangono fino al XVI secolo, quando avviene lo sviluppo agricolo della Baronia, cui seguono proporzionalmente, il ripopolamento degli aggregati rurali esistenti e la nascita di nuovi borghi.
Sembra che la sede baronale, ospitata per i primi secoli in quello che era stato il convento delle Clarisse, si sia definitivamente collocata nel Castello, poi Palazzo De Maria, alla fine del XVI secolo e lì certamente la trovano i Naselli e Saccano al momento dell’investitura avvenuta nel 1599. Si trattava di un palazzo ancora senza corte con, a levante, una costruzione che proprio la baronessa Naselli trasformò in Cappella.
Il primo quarto del XVII secolo fu caratterizzato, nel comprensorio delle Caronie, da una crescita demografica di almeno il 25 per cento. A ciò faceva riscontro un pesante brigantaggio che portò, per i rischi che si correvano nelle campagne, all’incremento della popolazione dei centri abitati, in particolare a Casalnuovo, nelle vicinanze del palazzo baronale, presso il quale sorgono piccole case con tipologie rurali e stalle annesse.
Prova di ciò è che nel 1699 la cappella creata dai Naselli venne adibita a Chiesa della comunità circostante e fu aperta una porta, a ponente, sulla strada pubblica che fiancheggiava il palazzo, per consentire la fruibilità ai contadini residenti ed alle loro famiglie. Solo dopo il 1740, per volontà del Principe d’Aragona, nasce la corte (o baglio) per chiusura del fronte strada, sul cui asse furono inseriti i portali. Ne nacque un complesso organico, dominante l’abitato, ben restaurato con piena dignità settecentesca, la presenza di cornici, paraste e balconi di pietra.
La chiesa, della quale abbiamo già riferito, ben inglobata al complesso, rimaneva sopraelevata di circa 1 metro dal piano della corte.
Il rifacimento della copertura a 5 capriate portava impresso sulla terza:
«caritas fuit excellentissimi Principis Aragonae 1740».
Il prestigio al complesso edilizio deriva, ancora oggi, soprattutto dai due portali: il portale d’ingresso, formato da conci di pietra locale con una chiave ornamentale, è leggermente aggettante e diventa di grande dignità per la geometria dei suoi elementi di notevole dimensione; il portale interno, di fattura più classica, fa da cerniera della corte, costituita da corpi di fabbrica ad una elevazione fuori terra di natura modesta e di uso strumentale ai servizi del palazzo. L’avvento dei Borboni e le mutate legislazioni fanno venir meno l’interesse baronale per la gestione delle terre. I feudatari tendono a risiedere nelle città e, man mano perdono il controllo del sistema della gestione feudale che, in virtù dello ius populandi, in vigore fino al 1812, consentiva anche l’acquisto delle terre con i titoli ed i privilegi connessi, permettendo di fatto facili avvicendamenti nella titolarità dei feudi.
Il 15 Ottobre 1766 il principe d’Aragona, come già detto, vende al Barone di Cavaleri, Francesco Antonio De Maria, i titoli di proprietà del feudo di Casalnuovo ed entra di diritto, con il titolo di barone di Casalnuovo, fra i componenti del Parlamento di Sicilia. Non facendo riscontro alla compravendita un vero interesse per l’amministrazione del feudo, ma piuttosto il prestigio di divenire, come già detto, il ventesimo Barone, Pari di Sicilia, di fatto anche il castello baronale di Casalnuovo viene congelato e, solo, sul finire del XX secolo, si ha traccia del consolidamento di alcune murature esterne, prospicienti il baglio, effettuate con materiali assai diversi dagli originali. Fortunatamente si salvano dagli interventi modernisti i prospetti esterni che rimangono integri, mentre la Cappella, più tardi, ormai ridotta a rudere, rappresenterà una triste immagine di desolazione, fino alla totale demolizione dei giorni nostri.
All’interno, oltre ai locali di servizio, vi è una sala con attrezzature museali etnoantropologiche (Museo Arti e Tradizioni), mentre il piano superiore risulta destinato a biblioteca, sala conferenza (100 posti), sala conferenza. degli scudi, (30 posti), sale esposizione fotografica Basicò nel passato.
All’esterno del palazzo, e fino ai primi del ’900, esistevano dei lampioni a petrolio in ferro battuto, quasi a testimoniare il passaggio dalla penombra delle fiaccole alla luce viva, ma anche come segno che, all’epoca, le strade erano illuminate.
Negli anni ’70 del XX secolo, numerose difficoltà hanno caratterizzato la gestione dell’immobile: le amministrazioni comunali, via via succedutesi, avevano acquistato porzioni immobiliari.
Man mano iniziò l’uso pubblico del bene che, in una prima fase, si concretizzò con la destinazione a campo sportivo di una porzione laterale del giardino retrostante l’immobile, sventrato dalle ruspe per abbassarne il livello e cementificato nella parte a strapiombo;
oggi, con piena titolarità dell’attuale Amministrazione comunale, a seguito dell’esecuzione di un organico progetto 19 tendente a valorizzare l’immobile sul piano storico-culturale, è stata realizzata, nelle aree scoperte del vecchio giardino, una passeggiata che consente ampi spazi espositivi esterni ed un piccolo anfiteatro per rappresentazioni estive ed incontri cittadini, nel contesto del recupero della memoria del patrimonio storico-culturale ed artistico siciliano, anche come attrazione di flussi turistici interessati agli itinerari storico-archeologici, di cui la provincia di Messina è assai ricca.

Borgo San Giovanni Galice ( XVIII secolo )
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A quel tempo, in Sicilia, intorno ai centri urbani, vi erano numerose proprietà in regime di latifondo che avevano prodotto la nascita di borghi contadini, qualche volta abbelliti per la residenzialità estiva nobiliare o signorile. A Basicò, il più importante rimane proprio quello in contrada Galice che, come vedremo in seguito, riveste interesse storico-architettonico significativo, essendo stata stagionale residenza patrizia, ben articolata. In tale complesso si hanno tracce di fondamenta risalenti al XIII secolo che potrebbero avere visto l’esistenza di un fabbricato, con annesse pertinenze rurali, legate alla gestione agricola, un tempo forse esercitata dall’Ordine degli Ospedalieri, per come abbiamo accennato prima.
Gli edifici sono stati più volte ampliati, subendo modifiche fino alla fine del XVIII secolo.
Il borgo contadino risulta via via modificato dalla presenza dei feudatari che lo ingrandiscono, nobilitandolo. Nel caso in specie, all’inizio dell’800, ai fabbricati viene aggiunta una piccola cappella, realizzata in unico volume con unico portale, riquadrato da conci squadrati e sormontati da un timpano, sul quale era dipinta una pittura votiva, e da un oculo in pietra lavorata; pregevole il timpano neoclassico che conclude il corpo di fabbrica. All’interno una piccola cripta ed un altare di fattura semplice, così come semplice, nel suo complesso sono le pareti. All’esterno un muretto a secco concluso da due colonne e un cancello coevo alla fabbrica e ben proporzionato. Il manufatto riveste interesse storico ed architettonico particolarmente importante ed è stato oggetto di apposizione di vincolo in base alla legge 1089 del 1939, con decreto n. 6977 dell’11 ottobre 1993, con il titolo di «Cappella Di Maria».
Si può considerare un utile documento della presenza di pregevoli aggregati edili rurali nel territorio della provincia di Messina. In base alle ricerche effettuate, il bene alla data del 14 maggio 1992 risultava intestato alle sorelle De Maria Bice, Concetta e Francesca, tutte fu Vittorio e a De Maria Francesco e De Maria Rosa, entrambi fu Ignazio. Non sembra sia stato mai ceduto, mentre le sepolture risultano essere state trasferite, una volta vendute le terre e le case, nel cimitero comunale di Basicò dove è stato edificato un Mausoleo che ospita le spoglie dei baroni De Maria, ornato del busto del Barone con alle spalle le nuove iscrizioni marmoree, mentre di lato sul muro di cinta del cimitero sono state fissate le lapidi originarie, provenienti dalla cappella feudale predetta. L’ultima baronessa De Maria, Ignazia Concetta, manifestò, espressamente e ardentemente, ai figli il desiderio di essere tumulata nel cimitero di Basicò, dove oggi riposa in una sepoltura posta, per volontà dell’estinta, nella nuda terra, accanto al citato sarcofago degli avi.
Un bronzo del Maestro Valeriani raffigurante la Santa Vergine del Monte Fileremo, Protettrice dell’Ordine degli Ospedalieri, ed un marmo ne ricordano la traslazione.

Palazzo Foti (XVI Sec)

Sorge su un piu’ antico complesso quattrocentesco, di cui sono ancora visibili alcuni archi ad ogiva, e fu sede del governatore e dei baroni Foti. Costruito in stile barocco liparoto alla fine del settecento, mostra un bel portale d’ingresso.

EVENTI E CULTURA

Festa Patronale S. Francesco di Assisi
 Festa Patronale SS. Maria di Basicò

Il culto di Maria SS. Di Basicò è un culto antichissimo risale circa all’anno 1100, quando a Casalnuovo si insediano le clarisse nella Cappella reale, Basilikon della quale il Borgo ne erediterà nei secoli a venire il nome di Basicò.

Le clarisse dovettero abbandonare il borgo durante i Vespri siciliani donando agli abitanti il quadro contenente l’immagine di Maria SS nella Chiesa di S. Maria della quale oggi si possono apprezzare i resti delle cripte risalenti all’anno 1262.

Inizialmente la Solenne Processione si svolgeva il 22 Agosto, ma nel secolo scorso si decise di anticiparla al 21, poiché si svolgeva in un comune limitrofo un’importantissima fiera del bestiame che attraevano molti contadini ed allevatori dei quali Basicò era ricca, poiché la principale economia del Borgo si basava su agricoltura e allevamento.

Il simulacro di Maria SS. di Basicò, viene portato in processione a spalla da 24 portatori che si dividono in 8 per 3 assi, 4 davanti e 4 dietro. Gli uomini per colmare il grande sforzo, invocano sempre la Gran Signura Maria. Altro particolare è il passaggio nei vicoli interni del Borgo, dove ogni quartiere si addobba a festa in attesa del passaggio della Vara. Il momento più commovente è all’arrivo in Piazza Ludovico Foti quando all’ultima sosta prima del rientro in Chiesa, gli uomini si uniscono insieme dedicando l’ultimo canto alla “Nostra Signura di Basicò”.


PRODOTTI TIPICI

 Sagra della Provola – Traditional Sicilian Cheese
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La sagra della Provola nasce nell’Agosto del 1972 nella corte interna del Palazzo Baronale De Maria, motivata dalla grande produzione e da una ripartizione organizzata secondo antichi metodi che garantiva ad ogni produttore il latte necessario per la trasformazione nel prodotto “Provola” secondo metodi artigianali tramandati nei secoli da padre in figlio.

Proprio per questo e per la grande disponibilità di prodotto, nasce l’idea di organizzare la “Sagra della Provola Basicotana”, in modo da divulgarne la conoscenza al di fuori del Borgo, il tutto corredato dalla musica di gruppi folkloristici, che intrattenevano gli intervenuti.

Vedi LA PROVOLA DEI NEBRODI DOP

La data del 19 Agosto venne scelta, come apertura dei festeggiamenti in onore di Maria SS. di Basicò, protettrice del Borgo, che culminano il 21 Agosto con la Solenne processione secolare per i vicoli interni.

Il metodo di distribuzione viene migliorata negli anni. Inizialmente la Provola porzionata, veniva distribuita liberamente, ma successivamente con l’aumento di visitatori nel Borgo, si distribuì tramite il rilascio di un ticket, in sacchetti con pane di grano e vino locale.

Nella 47° edizione vi è stato un’alternativa alla classica distribuzione in sacchetti, organizzando nei vicoli interni del Borgo, un percorso, ” Le vie del gusto”, con la presenza di stand gastronomici per la degustazione della Provola nelle tre fasi di stagionatura (fresca, semi stagionata, stagionata), accompagnata con confetture, miele e l’abbinamento di vini.

Il 19 Agosto, la Sagra della Provola Basicotana è un appuntamento imperdibile, soprattutto in un periodo storico in cui l’attenzione verso l’enogastronomia sensibilizza i “viaggiatori” alla ricerca di quei luoghi dove i prodotti da attività casearia, conservano l’artigianalità e le proprietà organolettiche.

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